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Cacciari, De Luca, Moratti e Zaia. Cercasi eredi per reinventare il Giro

I “miei sindaci” avevano sensibilità e visione circa il Giro d’Italia, che ora mancano e così l’Evento in Rosa rimpicciolisce sempre più al cospetto del Tour de France che sta per lanciare il 113° capitolo di un romanzo popolare senza eguali. L’allarme-rosa è sollevato da più parti, che reclamano una svolta decisa e decisiva. Si avverte la mancanza di nuovi ambasciatori politici di una storia che rischia di svilirsi a semplice comparsata paesana. Perché è indispensabile trovare nuovi numi tutelari.

Strani personaggi i ….”miei” sindaci.

In trent’anni di giornalismo puro – da praticante a vicedirettore vicario – e in un’altra ventina da organizzatore di grandi eventi, lungo la strada ho incrociato amministratori “speciali”, che al tramonto del primo quarto di secolo del Duemila continuano ad essere sulla breccia.

Parliamo, ad esempio, di Massimo Cacciari, di Vincenzo De Luca, Sergio Chiamparino (sinistra), di Letizia Moratti (centro) e di Gianni Alemanno e Flavio Tosi (destra), così da coprire l’intero arco costituzionale – se ancora ha senso parlare in questi termini – lasciando perdere al momento figure di peso specifico elevato tipo Giorgia Meloni, premier di un Governo da primato temporale, e Gianmarco Mazzi, dapprima sottosegretario alla Cultura e poi Ministro del Turismo. E tipo Ignazio La Russa passato dal Ministero della Difesa per arrivare ad essere Presidente del Senato, cioè seconda carica della Repubblica italiana.

Stavolta lasciamo alla pace eterna anche Giorgio Napolitano, Presidente dell’Italia in quel 2009 che celebrava, tra l’altro, il Centenario della nascita del Giro in attesa di incorniciare adeguatamente i 150 dell’Unità d’Italia nel 2011. Ma non possiamo certo tralasciare di nominare altri governatori di regione come Roberto Formigoni (Lombardia), Giancarlo Galan con Luca Zaia (vero “Doge” del Veneto oltre che Ministro all’Agricoltura), Alberto Cirio (Piemonte), Claudio Burlando (Liguria), Antonio Bassolino (Campania), Debora Serracchiani (Friuli-Venezia Giulia), Ottaviano Del Turco (Marche), Michele Emiliano (Puglia), Stefano Bonaccini (Emilia-Romagna), Renato Soru (Sardegna), Raffaello Lombardo (Sicilia)…

A prima vista, la citazione di nomi e ruoli che va per le lunghe potrebbe apparire come un arido elenco del telefono, ma di ciascuno di loro abbiamo ben impressa nella mente momenti, gesti, iniziative, azioni, frasi, eccetera, che son diventati indelebili. E se col tempo qualcuno di loro è rotolato tra gli indagati, i rinviati a giudizio e i condannati dalla magistratura, la suggestione di cancellarli dai “contatti”, ci porterebbe a ridurre la rubrica della metà… Così va l’Italia.

Nella giornata del “Global Beatles Day” anche noi abbiamo i nostri “Favolosi Quattro” tra i Sindaci citati all’inizio: Cacciari, De Luca, Moratti e Zaia, Moratti.

A quale titolo?

Perché Cacciari sposò a pieno titolo la celebrazione del Centenario del Giro d’Italia con la Cerimonia inaugurale in Piazza San Marco a Venezia e la Grande Partenza dal Lido.

Perché De Luca da sindaco di Salerno valutò con estrema lucidità il valore mediatico e culturale che la corsa rosa si porta appresso da sempre.

Perché Brichetto Arnaboldi Moratti dapprima snobbò il Giro e poi lo riconquistò, impreziosendo anche la partenza della Milano-Sanremo dal Castello Sforzesco e che mai avrebbe lasciato migrare a Pavia sulla scorta delle competenze e delle conoscenze maturate prima come Presidente della Rai e poi come Ministra dell’Educazione.

Perché Zaia, da sempre ancorato al territorio, ha capito da bambino la valenza della bici come strumento per lavoro, diporto e sport tanto fa elevare le province di Venezia, Verona, Vicenza, Treviso – e al crepuscolo della presidenza della Regione – anche Belluno e Rovigo al rango di culle del ciclismo, che si sta affievolendo negli anni, ma che dalle sue parti ha pur sempre lo zoccolo duro della passione. E’ stato Zaia il primo a perorare la causa del Muro di Ca’ del Poggio poi diventato incrocio della passione di pedalatori e non solo che vedono in quello strappo duro il punto di partenza dell’auspicato gemellaggio con i Muri delle Fiandre e le cotes della Vallonia (leggere Huy…).

I “miei” sindaci si fanno notare da sempre e vengono sistematicamente alla ribalta: Cacciari per le sentenze senza appello della geopolitica mondiale; De Luca per inventarsi un ruolo nuovo ogni volta che il precedente diventa obsoleto; Moratti per essere catalizzatrice di interessi comuni sulla scorta delle tante esperienze fatte; Zaia per saper cogliere gli umori della base e siccome mai ha gradito di essere “vice” di qualcuno c’è da credere che prima o poi s’avventurerà sulla strada di un nuovo soggetto politico all’insegna del nazional popolare.

L’argomento è spigoloso, si sa. E contempla il rischio di scivolare sulle bucce di banana lasciate qui e là da chi tenta di gestire le emozioni altrui. Ma tutti loro sono stati citati perché nel tempo hanno aiutato il Giro d’Italia a migliorarsi e ci sarebbe bisogno di altri “Fab-four” per riscrivere il Giro contemporaneo finito nella spirale al ribasso della valenza socio-culturale: l’involuzione rosa finisce per confrontarsi con l’irrefrenabile crescita gialla del Tour così da veder allargarsi a dismisura il divario tra gli eventi ciclistici principali di Italia e Francia.

Mai come ora la politica ha avuto l’obbligo di salvare il soldato… Giro. Non bastano gli spot in Ungheria, Albania e Bulgaria dell’ultimo lustro. La cartolina dell’Italia da spedire nel mondo è sgualcita.

Il Tour numero 113 che salperà sabato 4 luglio 2026 da Barcellona per concludersi a Parigi il 26 non vivrà soltanto sul braccio di ferro tra lo sloveno Tadej Pogacar e il danese Jonas Vingegard, che ha “passeggiato” al Giro per mancanza di rivali, allenandosi bene senza consumare energie preziose. Nella mischia ci sono giovani e vecchi, che fanno della Grande Boucle l’evento globale per antonomasia.

Tempo al tempo… ne parleremo più avanti.

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