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A Gela, le Mura di Capo Soprano entrano nell’era digitale

La scelta delle Mura federiciane come sede della conferenza dedicata alle Mura di Capo Soprano racconta già molto. Due sistemi difensivi, due epoche lontane, la stessa città: parlare di pietre greche stando dentro una fortificazione medievale è stato il primo messaggio della serata. Gela vive di stratificazione continua, e ogni epoca ha lasciato qui la propria difesa, la propria firma, la propria idea di futuro.

Dentro quelle mura si sono ritrovati studiosi che arrivano da Messina, da Tampa e dalla rete internazionale delle Città Murate. Una geografia larga, riunita per una sera intorno a un monumento gelese.

Il patrimonio come insieme

Ad aprire la parte scientifica è stato il Direttore del Parco Archeologico di Gela, l’architetto Ennio Turco, che ha tenuto insieme proprio questi fili. Con l’esperienza di chi lavora ogni giorno sulla tutela dei beni culturali, ha invitato a leggere il patrimonio gelese come un organismo unico, mettendo in relazione le diverse età della città. Da lì il passaggio successivo: la gestione del patrimonio, la ricerca archeologica e le possibilità offerte dall’innovazione tecnologica sono tre modi di fare la stessa cosa.

Ottant’anni di domande

La relazione della professoressa Caterina Ingoglia, docente di Metodologia della Ricerca Archeologica all’Università degli Studi di Messina, ha ricostruito il lungo cammino degli studi su Capo Soprano. Il febbraio del 1948, quando le mura tornarono alla luce sotto le dune. Le intuizioni di Pietro Griffo. Il lavoro di Piero Orlandini. Gli scavi di Dinu Adamesteanu. Quasi ottant’anni di ricerca che continuano a generare domande nuove.

Ingoglia è tra le studiose che conoscono meglio questo monumento, e si è sentito. La sua lettura è stata rigorosa e appassionata insieme, capace di restituire al pubblico la grandezza delle strutture insieme al peso delle questioni ancora aperte. L’archeologia resta una disciplina viva: ogni generazione di studiosi rilegge i dati, confronta le ipotesi, verifica le interpretazioni con metodi sempre più accurati. Da qui anche la riflessione sul nome. L’espressione «Mura Timoleontee» è entrata nell’uso comune e resta il modo affettuoso con cui la città chiama le proprie pietre; la ricerca invita a guardarla con occhio critico, alla luce di quanto gli studi hanno acquisito nel tempo. Parlare di Mura di Capo Soprano rimette al centro il luogo, il monumento e la complessità della sua storia, e lascia che siano i risultati scientifici a guidare il lessico.

Il monumento diventa dato

Il passaggio alle nuove frontiere digitali è arrivato con il professor Davide Tanasi, Ordinario di Digital Humanities alla University of South Florida di Tampa e Direttore dell’Institute for Digital Exploration. Tanasi è oggi tra i massimi esperti internazionali nell’applicazione delle tecnologie digitali ai beni culturali, e porta a Gela un’esperienza maturata su scala mondiale. Alle Mura federiciane ha presentato in anteprima assoluta i risultati di un lavoro lungo e certosino sulla digitalizzazione dei monumenti della città.

Rilievi tridimensionali, fotogrammetria, modellazione digitale, tecniche avanzate di documentazione. Il risultato è una memoria scientifica di precisione millimetrica: ogni blocco, ogni giunto, ogni cedimento delle fortificazioni del IV secolo a.C. registrato e archiviato. Le Mura di Capo Soprano, costruite in tecnica mista e tra i sistemi difensivi meglio conservati del Mediterraneo, diventano un modello consultabile, misurabile, confrontabile nel tempo. È un salto che vale su tre piani. *Tutela, perché conoscere lo stato reale del monumento è la premessa di ogni intervento sensato: il tempo e una manutenzione discontinua hanno reso necessaria una verifica complessiva della consistenza dei materiali. **Ricerca, perché gli studiosi analizzano ora le strutture da prospettive inedite. E *fruizione, la parte che forse cambia di più le cose per chi vive qui.

Un monumento digitalizzato è un monumento che si lascia raccontare. Diventa accessibile a chi segue il sito da lontano, a chi ha difficoltà motorie, alle scuole che possono esplorarlo dall’aula prima di arrivare sul posto, ai ricercatori dall’altra parte del mondo, ai visitatori che davanti alle pietre riescono finalmente a capire cosa stanno guardando. La copia digitale affianca l’originale e gli costruisce intorno una conoscenza più larga. Conoscere meglio per conservare meglio, e per aprire questa storia al maggior numero di persone possibile.

Messina e Tampa, un cantiere scientifico oltre l’oceano

Il progetto nasce da una sinergia precisa e dichiaratamente internazionale. Il Parco Archeologico di Gela ha finalizzato un protocollo con l’Università degli Studi di Messina, referente la professoressa Ingoglia, mentre lo sviluppo delle attività digitali procede sotto la responsabilità del professor Tanasi per conto dell’ateneo statunitense. Archeologia sul campo e digital humanities lavorano sullo stesso oggetto, ciascuna con i propri strumenti, alla pari.

Qui prende forma un metodo. Competenze che di solito restano in stanze separate convergono su un bene comune, e due università divise da un oceano condividono lo stesso cantiere di ricerca. L’obiettivo dichiarato è arrivare a un quadro complessivo dello stato attuale dei materiali, dei dati strutturali e dei possibili metodi di intervento.

Una rete che tiene insieme le città murate

Sullo stesso filo internazionale si è innestata la relazione dell’ingegner Francesco Butera, Presidente Internazionale della Fondazione delle Città Murate e Fortificate del Mondo, circuito di cui Gela fa già parte. Butera ha chiarito il significato pieno di questa appartenenza: sviluppare progetti di studio, tutela, divulgazione e promozione, costruendo collegamenti tra amministrazioni, università, associazioni e comunità scientifiche di tutto il mondo.

In questa prospettiva le mura diventano ponti tra città e culture, strumenti per immaginare forme nuove di turismo culturale e occasioni di crescita fondate sulla conoscenza.

Determinante il ruolo dei Lions, promotori della rete internazionale delle Città Murate. Hanno aderito alla conferenza i rappresentanti del Lions Club Gela Host, del Lions Club Golfo di Gela, del Lions Club Gela Ambiente Territorio Cultura, del Lions Club Butera e Terre Federiciane e del Lions Sicilia Champions. È arrivato anche il messaggio di Santhosh Kumar, Past ZC UAE Lions, a nome dello Sharjah Lions Club, con gli auguri per la riuscita dell’iniziativa e il desiderio di partecipare a un prossimo appuntamento gelese. Parole semplici, capaci di restituire la dimensione umana di una rete: persone lontanissime unite dall’idea che il patrimonio culturale sia una lingua comune. Messina, Tampa, Sharjah, la Fondazione delle Città Murate. In una sola serata Gela si è trovata al centro di una conversazione che attraversa continenti.

Chi ha tenuto insieme i fili

La conferenza è nata dalla collaborazione tra il Parco Archeologico di Gela e la FIDAPA BPW Italy – Sezione di Gela, presieduta dalla professoressa Giusi Rinzivillo Ragona, nell’ambito del progetto distrettuale «Arte, Cultura e Sostenibilità», con referente l’architetto Rosa Maria e alla guida del Distretto Sicilia la Presidente Ina Di Figlia.

Nel suo saluto la Presidente Rinzivillo Ragona ha posto una domanda rimasta sospesa sulla sala per tutta la serata: che cosa vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi? Una testimonianza immobile oppure una conoscenza più ricca e più accessibile? La risposta passa dalla ricerca e dalla capacità di costruire reti. Un contributo importante all’organizzazione è arrivato da Lina Campisi, socia FIDAPA e referente LC ATC per le Città Murate, che ha curato i rapporti con il circuito internazionale, e dal professor Crocifisso Ragona, che ha seguito gli aspetti organizzativi della serata. Come socia Young della Sezione ho seguito da vicino le diverse fasi del lavoro, e posso dire che una sala piena per una conferenza scientifica, in questa città, ripaga ampiamente l’impegno.

Tra le presenze, quella di Lella Oresti, Presidente dell’Archeoclub, e delle rappresentanti di Inner Wheel–Antea, Maria Garofalo Greca, e del Soroptimist, Maria Grazia Raimondi. Numerose le socie FIDAPA in sala, a confermare la vitalità della Sezione gelese.

Il prossimo passo è il mare

Il percorso proseguirà il 18 ottobre con una giornata di studi dedicata al Mare di Gela, ai suoi relitti, alle rotte e alle storie custodite nei fondali. Otto relatori tra a archeologi, archeologi subacquei, docenti universitari, ingegneri, architetti e ricercatori affronteranno il patrimonio sommerso e quello riportato alla luce da punti di vista diversi: archeologico, ingegneristico, ambientale, gestionale. Una parte centrale della giornata sarà riservata alle scuole. Coinvolgere gli studenti porta la conoscenza fuori dai laboratori e dentro le aule, e mostra alle nuove generazioni che il patrimonio culturale appartiene alla loro vita quotidiana: un’eredità che chiede cura, preparazione e professionalità nuove. Formare figure specializzate nella tutela, nella gestione, nella digitalizzazione e nella valorizzazione dei beni culturali significa trasformare la ricchezza archeologica di Gela in occupazione qualificata.

Il tempo del fare

Per anni questa città ha custodito la memoria della propria grandezza. Quello che si è visto in una serata dentro le Mura federiciane racconta un movimento nuovo: Parco Archeologico, università italiane e straniere, associazionismo, Club Service, studiosi e cittadini seduti nello stesso luogo a discutere della stessa cosa. Le Mura di Capo Soprano hanno attraversato venticinque secoli di vento, sabbia e salsedine. Oggi esistono anche in una forma che il tempo lascia intatta. La differenza vera, però, la fa una comunità che sceglie di studiare, proteggere e raccontare ciò che possiede.

Le città diventano grandi quando trovano il coraggio, la competenza e la visione per trasformare la memoria in futuro.

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