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Pordenone capitale mondiale del cinema muto: è la 44esima edizione

Un festival unico nel suo genere, quello delle Giornate del Cinema muto di Pordenone, che dal 4 all’11 ottobre, unisce alla passione per il cinema muto (quello che molti -oggi adulti- guardavano da bimbi in tv, vedi le comiche di Stanlio e Ollio) alla buona musica, suonata dal vivo da vari e propri professionisti delle sette note. Proprio come accadeva un secolo fa, ai primordi del grande schermo. Allora come oggi, la mancanza del parlato veniva sopperita da brani musicali originali eseguiti appositamente sul posto. Per creare una magia che le giornate pordenonesi ripropongono da oltre quattro decenni con immutato successo. Il festival è diretto dal 2016 da Jay Weissberg, critico della rivista americana Variety. Un intenso primo piano dell’attice Dorothy Mackaill, dal film The Man Who Came Back di Emmett J. Flynn, è l’immagine della 44a edizione delle Giornate del Cinema Muto di Pordenone. 

Pn Ext Cinema

I film familiari di Charlot e tanto altro ancora…

La caratteristica principale dell’edizione 2025 è  contare su Charlie Chaplin, con la rassegna “Sei gradi di Chaplin”, di cui vedremo gli “home movies”, cioè i film familiari, le cose che non sono mai passate  sullo schermo e il restauro del film Charlot soldato, che è stato girato nel 1917, quando ancora gli Stati Uniti non erano entrati in guerra  e Chaplin fece questo film proprio per spingere gli USA a venire in Europa a darci una mano.
In programma in  questa edizione anche una retrospettiva dedicata a una delle attrici italiane più apprezzate del cinema muto, Italia Almirante Manzini, diva ammiratissima nella sua epoca, ma i cui film si sono raramente visti negli ultimi decenni e che merita dunque una riscoperta. Dopo la partecipazione al kolossal Cabiria del 1913, l’attrice interpretò decine di film, molti dei quali perduti. Il viaggio in Italia prosegue invece quest’anno in Liguria, dove sin dal 1896 cominciò ad operare un rappresentante dei mitici fratelli Lumière. Le immagini del mondo di ieri ci portano invece in Nuova Zelanda, nella città vecchia di Aleppo, nelle cittadine adagiate sulle colline coreane, in Brasile e in Argentina e ancora in Palestina. Anche cent’anni fa esisteva il famigerato turismo di guerra e ne dà conto un filmato del 1919.

Tra coloro che hanno avuto il coraggio di scommettere in quest’avventura così d’altri tempim, ma al tempo stesso così attuale, Piero Colussi, psicologo e tra i fondatori di Cinemazero e delle Giornate del cinema muto, ma anche vice presidente dell’Avi, l’associazione delle mediateche e videoteche Italiane.

Pn Colussi

Quali sono le origini di questo sogno, diventato realà?

E’ un festival nato per caso, grazie all’amicizia con la Cineteca del Friuli, nel 1982, che ci propose di presentare dei film muti, di un comico che non sapevamo chi fosse, che avevano trovato in Argentina. Abbiamo fatto tre serate a Pordenone, con discreto successo. Quell’anno vennero dal Festival del Cinema di Venezia, appena finito, una decina di studiosi del cinema delle origini, tra cui Davide Turconi, che ci spronarono ad andare avanti l’anno successivo. Da lì è stata costruita una retrospettiva. L’aiuto più grande, all’inizio ce lo diede il regista Sergio Leone: facemmo una retrospettiva sul cinema western muto e lo invitammo. Lui ovviamente faceva notizia. Si innamorò di questa cosa e noi gli facemmo un regalo, facendogli vedere un film diretto da suo padre, Roberto Roberti, dove addirittura compariva sua madre, Bice Waleran, una delle attrici del film. E per alcuni anni presentammo questi film di suo padre, trovati in giro per le cineteche di tutto il mondo.

E da qui è iniziato il successo delle Giornate del Cinema muto…

Questa cosa ci ha dato il là per arrivare ai giorni nostri, diventando uno dei 50 festival più importanti del mondo e l’unico dedicato al cinema muto, insieme a quello di San Francisco, col quale siamo gemellati. Un marchio che vuol anche dire un importante cineteca e un cinema a Pordenone. Il tutto fa squadra, è una sorta di holding, in cui c’è la parte che riguarda la conservazione, con la Cineteca del Friuli, che ha un archivio regionale e Cinemazero, che è diventata una multisala d’essai, un punto di riferimento per il cinema di qualità. Questo ha contribuito a creare un pubblico fedele e interessato, che si affianca a tutti gli stranieri che la prima settimana di ottobre, ormai da tanti anni, vengono a Pordenone.

La locandina dell'evento di pre-apertura

Evento speciale di preapertura, al teatro Zancanaro di Sacile, il capolavoro di Buster Keaton The Cameraman (1928), per la regia di Edward Sedgwick e dello stesso Keaton e l’accompagnamento musicale dal vivo della Zerorchestra. Un gruppo affiatatissimo, che dal golfo mistico suona live le colonne sonore dei principali film. E’ composta da Didier Ortolan ai clarinetti, Gaspare Pasini al sassofono alto, Francesco Bearzatti al sax tenore e clarinetto, Luigi Vitale al vibrafono e marimba, Romano Todesco al contrabbasso, Luca Colussi alla batteria, Luca Ghizzo alle percussioni ed effetti sonori e da Bruno Cesselli. Quest’ultimo è tra i fondatori dell’ensemble, nel 1995, nonchè il pianista e compositore friulano che ha realizzato e diretto le musiche di molte pellicole. 

Il compositore Bruno Cesselli
Il maestro Bruno Cesselli nel corso dell’intervista

Qual è la maggior difficoltà nel musicare un film muto?

A parte le cose tecniche, tipo cercare di sincronizzare la musica con le immagini, il problema è proprio il tipo di musica che si fa, perché per esempio è inutile prendere delle musiche d’epoca e riarrangiarle. L’unico brano musica “d’epoca” è I want to be happy, che è uno standard che abbiamo usato nella scena di quando Buster Keaton gioca a baseball. Il pezzo era adatto. Ma è stato profondamente rimaneggiato. In pratica il tema originale è irriconoscibile. Ho deciso di prendere spunto dal racconto del film, da quello che fa Keaton, un film assolutamente atipico per l’epoca, un po’ dolce e un po’ amaro. Prende in giro il potere consolidato. C’è la storia d’amore, anche nelle difficoltà più incredibili. Bisogna quindi farsi venire in mente dei temi musicali che descrivano questa cosa. Non è necessario che questi temi siano legati ad una descrizione vera, il che secondo me è la strada migliore. Occorre cercare di far in modo di “dire la propria opinione”. 

In questo il jazz può aiutare chi compone?

La matrice jazzistica è basata sul fatto che dentro c’è molta strutturazione, ma anche molta improvvisazione. E come diceva un grande musicista di jazz, con cui ho avuto l’onore di suonare un po’ di volte (per fortuna), Steve Lacy, “un musicista di musica colta, per scrivere 15 secondi di musica  può avere anche 15 anni di tempo, mentre il musicista di jazz ha solo quei 15 secondi, è un improvvisatore”. E questa è una bella sfida, per fortuna i musicisti qui sono tutti bravissimi, quindi non ci sono problemi.

E cosa si prova a non  avere un contatto visivo con il pubblico, a “stare nascosti”?

Questo è un problema, ma non è tanto il contatto visivo, quanto il sentire in qualche modo che il pubblico è lì con te, che c’è, e riesci in qualche maniera a catturare l’attenzione, a descrivere mondi diversi. Quindi per me è un problema, soprattutto quando si suona dentro la buca, ma si cerca di fare il meglio possibile lo stesso!   

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