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Territorio polesano che muta nei secoli

Territorio polesano che muta nel tempo e l’uomo che da millenni qui vive, si adatta e lo adatta ai suoi scopi, sovente con molta fatica. Il Polesine, campagna liquida, inafferrabile eppure dai risvolti antichi e sorprendenti; svela ancora mille misteri nella natura che “riacciuffa” il territorio.

Territorio polesano che muta

Quei poderi che erano produttivi in età romana, poi nel tempo si inselvatichirono moltissimo. Se parliamo di un periodo relativo all’Alto Medioevo, pur mantenendo in parte una funzione agraria, ampi appezzamenti, diventarono luoghi usati per allevamenti, la caccia e la pesca.

Territorio polesano che muta- Uccelli Rosa in palude

Questi territori erano quindi ricchi, variegati e generavano molti profitti, riuscendo a sfamare abbondantemente la popolazione stanziale. C’era però molto lavoro duro a mano per i contadini “deforestavano”, strappando ai boschi, terreni da coltivare a frumento. Di questo genere di attività, resta un’impronta profonda anche nella toponomastica locale. Lo è come si evince da tante località, ma anche dai cognomi. Sembra originale, tuttavia ciò accade un po’ in tutta Italia, non solo nella toponomastica. Per i mestieri è stato sempre così. Le zone boschive erano controllate, monitorate e custodite da “funzionari locali” preposti, in pratica le guardie forestali antesignane.

Bonifiche nel Polesine

Sia chiaro che stiamo parlando di vaste zone boschive in parte anche di proprietà di monasteri; un patrimonio di regolamentazioni non indifferente. Sappiamo che molte zone che si erano inselvatichite dopo i romani. Resta il fatto che il ritiro dell’esercito e dei coloni romani, aveva fortemente danneggiato molte zone polesane. Le bonifiche venivano meno e la palude si riprendeva ampie zone territoriali. Le zone paludose avanzavano. Molti poderi diventarono ampi pascoli, adatti infine ad usare la vanga, ma solo con molta fatica.

Territorio polesano che muta- Cascina in Polesine

Quindi nel Medioevo, riprendere i pascoli era difficile e faticoso. Quindi la tradizione e l’abitudine a questo tipo di lavoro, qui c’è sempre stata. Dobbiamo considerare che dopo i romani, le popolazioni dei Longobardi, non avevano le conoscenze tecniche per bonificare e lasciarono tutto nell’incuria. Così la natura si riprese molti territori velocemente. Insomma popoli meno evoluti, dispersero un tesoretto.

Arquà Polesine e territorio polesano che muta

Del resto per le popolazioni nordiche, era più agevole vivere in zone boschive, in cui sapevano combattere e tendere imboscate. Certamente proliferava l’attività della caccia, e la pesca che davano da mangiare a comunità consistenti. Un tempo la selvaggina era superiore all’allevamento del bestiame.

Territorio polesano che muta - Lupo in Polesine

Nel tempo poi, ci fu un decadimento delle comunità che non riuscivano più a godere di un territorio che non era più lo stesso. Del resto l’avifauna era stata sempre ricca, prolifica, con cervi, lupi, cinghiali e marmotte. Ancora oggi, dove la mano dell’uomo non arriva e ci sono aree quasi incontaminate, il lupo sta ripopolando vaste zone boschive. Proprio i lupi un tempo erano molto cacciati, perché attaccavano sistematicamente le greggi, mentre oggi è diverso.

Il filò

La presenza del lupo nel Polesine, ancora resiste nelle favole e nei racconti popolari, che si narravano ai piccoli durante i freddi inverni durante il “filò”., di cui ho precedentemente parlato in un altro articolo. Durante queste serate invernali, in cui s’andava a letto comunque ad un’ora “da cristiani”, si stava caldi e ci si dedicava a molteplici attività con altre famiglie. Le donne rammendavano, pulivano le verdure, filavano la lana e si scambiavano le notizie. Naturalmente si pregava e si recitava anche il rosario. I bambini giocavano, ma ascoltare le favole era una scuola. Dovevano imparare a stare alla larga dai pericoli, come il lupo, “spauracchio”, da temere.

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