In questi giorni attorno alla Portualità italiana si è svolto un dibattito di grande rilevanza economica sulla possibile riforma delle governance delle autorità portuali. Centro di gravità marittima è stata la città di Genova dove si sono incontrati il Presidente della Regione Liguria Giovanni Toti, il Vice Ministro delle Infrastrutture e Trasporti Edoardo Rixi e il Ministro per gli Affari Regionali e per le Autonomie Roberto Calderoli.
Il cuore del dibattito a Genova
La linea tratteggiata da Toti, Rixi e Calderoli a Genova, si è incentrata su un possibile decentramento amministrativo su base locale della gestione dei porti italiani. Trasformando così le stesse Autorità portuali in società per azioni con azionisti Regioni e Comuni, così come avviene in molti porti europei tra cui Rotterdam. Tale visione è parsa fondamentale anche per superare quelle lentezze procedurali che purtroppo il nostro sistema si è autoimposto ormai da diversi decenni attraverso una gestione centralizzata.
Il punto della questione
In materia portuale, infatti, la Legge Del Rio pur riducendo le autorità portuali ha inserito nuove procedure che hanno rallentato il processo decisorio in ogni ambito portuale. Un esempio di questo è stata l’introduzione del documento di pianificazione strategica portuale. Questo documento, seppur partorito per ragioni di snellimento dei processi e condivisione delle decisioni tra enti, alla fine si è rivelato un doppione del piano regolatore portuale.
Le criticità
Tale documento ha rallentato il processo di creazione del piano regolatore portuale che deve essere considerato la “bibbia” dello sviluppo dello scalo per i prossimi vent’anni e conseguentemente dell’economia del paese, delle Regioni e dei Comuni limitrofi. Si presuppone che con l’autonomia portuale regionale alcuni di questi problemi possano essere superati grazie alla migliore elasticità delle decisioni, prese di comune accordo, dagli enti soci della futura Spa portuale.
I porti come strumenti di crescita per l’economia a Genova e in Italia
I porti devono essere visti come strumenti per far crescere l’economia di un paese e come una grandissima opportunità di far tornare l’Italia ai vertici del commercio internazionale. Dunque non come enti ancorati ai processi farraginosi e lenti caratteristici della pubblica amministrazione.
È pur vero che è necessaria una visione nazionale degli scali che sappia coniugare l’interesse pubblico delle Autority con gli obiettivi di crescita europea. Al fine di raggiungere tali obiettivi è necessario che le Regioni e gli enti locali diventino i soggetti attuatori di tale visione caricandosi di quella responsabilità pubblica, non solo verso i propri territori, ma anche nei confronti dell’Italia.
La crescita dell’occupazione in Italia
È proprio in questo modo che si fa l’interesse nazionale dando maggiore autonomia in determinate materie agli enti locali secondo il principio di sussidiarietà, previsto dalla nostra costituzione.
Caricando anche i territori del “peso” dello sviluppo del paese si realizzerà quella politica comune di interesse nazionale che per forza di cose genererà l’indotto capace di far crescere l’occupazione e il pil dell’Italia.