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Con 12 italiani al Tour tirati da Top-Ganna non ci rimane che guardare i monumenti…

Da Barcellona a Parigi, dalla Sagrada Familia di Gaudì alla restaurata Notre Dame e alla riconfermata Basilica di Montmartre: la Grande Boucle 2026 spinge i puristi di casa Italia a consolarsi con la scorpacciata di pezzi d’autore dell’architettura sacra. Come dire: per noi cultori del ciclismo storico, stavolta si guarda alla Francia del Tour con maggior interesse rispetto al Tour agonistico della Francia. Ma non ci arrendiamo: sarebbe come snobbare il Mondiale di calcio in Messico-Canada-Stati Uniti semplicemente perché gli azzurri di Gennaro Gattuso sono in spiaggia anziché in America.

Mentre scorrono le immagini della presentazione delle 23 squadre al via del Tour de France numero 113 – la manifestazione ciclistica per eccellenza che sa rinnovarsi edizione dopo edizione – ci vediamo immancabilmente costretti a rimarcare la povertà della partecipazione degli italiani che pedalano nell’eccellenza del ciclismo: appena 12 corridori sul lotto dei complessivi 184 attori protagonisti.

Si tratta del 6,5 per cento dell’intera pattuglia. E molti di loro son destinati ad interpretare ruoli di manovalanza a tutto favore degli architetti contemporanei dei capolavori da dipingere in bicicletta: Tadej Pagacar (Slovenia), Jonas Vingegaard (Danimarca), Remco Evenepoel (Belgio), Mathieu Van Der Poel (Olanda). E poi si scende ai cacciatori di tappa, ai luogotenenti per vocazione, ai “registi” che nel ciclismo assomigliano molto ai centrocampisti del calcio di un tempo.

Alla partenza ci sono Edoardo Affini, Davide Piganzoli, Lorenzo Germani, Antonio Tiberi, Damiano Caruso, Simone Velasco, Davide Ballerini, Marco Frigo, Stefano Oldani, Mattia Cattaneo, Matteo Trentin e Filippo “Top” Ganna, che potrebbe convincere i compagni a scortarlo alla meglio nella cronosquadre iniziale a lasciargli tagliare il traguardo per primo che – in caso di successo del proprio team – significherebbe indossare la maglia gialla sopra quella tricolore di Campione d’Italia, rifacendosi così del tragico avvio dell’anno precedente (leggere: ritiro).

La speranza appena annunciata sottolinea come siano lontani gli Anni Novanta del XX secolo e all’inizio dell’attuale XXI quando al centro delle operazioni c’erano Gianni Bugno, Claudio Chiappucci, Marco Pantani e Vincenzo Nibali… più Mario Cipollini. Non è bello sperare nella maglia gialla al termine della prima tappa per chi era abituato a coronare la Grande Bouche con il simbolo del primato al capolinea della giornata finale a Parigi.

Così è, purtroppo.

Ciò non ci esime dal circolettare sul personalissimo calendario di luglio le date da non perdere di un Tour che salpa da Barcellona per avviarsi verso il traguardo finale dei Campi Elisi parigini con la deviazione architettonicamente pregevole di Montmartre. Come dire: si parte dalla Sagrada Familia di Antoni Gaudì abile da cambiare stile dal Gotico al Liberty per approdare alla Basilica del Sacro Cuore concepita da Paul Abadie in stile romano-bizantino da edificare con pietre che si autopuliscono (!) una dopo l’altra: una scatola magica dentro cui rinchiudere il gigantesco Mosaico del Cristo in Gloria. 

La Basilica per antonomasia è la perla che sovrasta Parigi nel bel mezzo del quartiere degli artisti e che si differenzia da tutte le altre Chiese della capitale francese, compresa la Cattedrale di Notre Dame (Nostra Signora) magicamente risorta dall’incendio dell’aprile del 2019. Il restauro è riuscito così bene che persino il fondatore Maurice de Sully e gli architetti Raymond du Temple, Jan de Chelles e Jean Ravy e Jan de Chelles, interpreti del Gotico francese, ne sarebbero soddisfatti come quando videro approvati dalla Chiesa il loro progetto destinato a fare storia. Ci toccherà aspettare l’ultima domenica di luglio per guastare appieno le immagini di Montmartre scoperta dal ciclismo per l’Olimpiade di Parigi 2024 e accarezzata dai Tour de France del 2025 e del 2026 tornati al fastoso e festoso finale nella Capitale dopo la divagazione a Nizza.

Forse per la mancanza di italiani inizialmente pronosticati come protagonisti nella lotta per la maglia gialle, forse per una certa nostalgia di Parigi, forse perché l’architettura sovrasta lo sport nella complicata narrazione della storia dei Pesi e dei loro popoli, ecco che viene spontaneo accendere la Tv per gustare le immagini rimbalzate nel mondo dal secondo elicottero di appoggio prima ancora di quelle della webcam sull’elicottero numero 1 che segue la corsa.

Dalla Sagrada Familia a Montmartre c’è nel mezzo tutto e di più: scopriremo anche l’angolo più recondito di Francia mentre la sfida agonistica si accenderà e si spegnerà a seconda delle tattiche di gara di Pogacar & C. Un po’ come è stato per l’intera primavera delle Classiche Monumento e come capiterà in ottobre negli ultimi scampoli di una stagione sportiva vieppiù intensa e malamente celebrata dai commentatori dello sport.

Riduciamo dunque al minimo il volume della televisione e godiamoci le immagini dei monumenti meglio celebrati come capita puntualmente con:

  • il Santuario di Nostra Signora della Guardia sul Poggio che domina Sanremo negli ultimi battiti di cuore della Classicissima di apertura stagionale, traditrice del Duomo a vantaggio della pur celebre Certosa di Pavia; 
  • la chiesetta dell’altra Nostra Signora (di Oudenberg) in cima al Muur di Grammont nel sempre e comunque spettacolare ed inimitabile finale del Giro delle Fiandre; 
  • la chiesa di Sant’Antonio a Compiegne e la San Martino di Roubaix (la più antica della città) dove nasce e si spegne ogni anno la Parigi-Roubaix e che i corridore neppure gustano perché troppo intenti ad aprire o a consumare le ostilità generalmente appese alla sentenza del Carrefour de l’Arbre, nell’area di Gruson, ad una ventina di chilometri da quel che è conosciuto come vero Santuario dell’Inferno…: il Velodromo!
  • Il Santuario di Notre Dame de la Satre in cima al Muro di Huy (1.300 da “bere” d’un fiato) al cuore della Vallonia che ospita la famosa Freccia delle due ruote;
  • la Cattedrale di San Paolo e la Collegiata di San Paolo ad un tiro di schioppo da dove parte e dove si conclude la “Doyenne”, cioè la più antica delle classiche in linea: la Liegi-Bastogne-Liegi;
  • la chiesetta votiva del Ghisallo, ad un passo dal Museo voluto da Fiorenzo Magni che è ormai diventato il teatro dei cultori dei selfie finendo per tradirne la vocazione ed essere più che altro un… deposito e il Duomo di Como o di Bergamo (con relativo Battostero) a seconda di dove e come viene disegnato il Giro di Lombardia.

L’elenco sottolinea quel che il ciclismo extra agonismo ci regala ogni anno a consolazione della mancanza di campionissimi Made in Italy. Guai estraniarsi dalla sfida della Grande Bouche: Spagna e Francia offrono gioielli dell’architettura sacra e momenti extrasportivi da antologia. Se il paragone è concesso, sarebbe come snobbare i riflettori puntati sullo Stadio Atzeca, sulle Cascate del Niagara, sulla Fifth Evenue di Manhattan, etc. semplicemente perché gli azzurridi Gennaro Gattuso sono spiaggia mentre i fenomeni argentini e brasiliani, nonché i sorprendenti francesi, marocchini e norvegesi si danno da fare nel Mondiale diffuso di Messico, Canada e Stati Uniti d’America.

Affondiamo le mani nei pop-corn e tifiamo per Elicottero 2.

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