Fino agli anni a cavallo tra il 1970 ed il 1980, i pranzi dii matrimonio a Conflenti si svolgevano nella casa dello sposo. Naturalmente, non c’era il numero di invitati dei matrimoni odierni, ma preparare il pranzo di nozze era comunque impegnativo.
Nessuna famiglia possedeva i tavoli, le sedie, le pentole, le posate, i bicchieri, i piatti e tutte le stoviglie necessari. Ecco che allora si interpellavano parenti e vicini di casa, che prestavano volentieri quello di cui disponevano.

Intanto si assoldavano le mastazzulare più conosciute che erano impegnate per almeno tre giorni a lavorare il miele per preparare i mastazzùali e le panette ‘e mele, le panette ‘e latte, i cuddrurìaddri ccu ru nnaspru a càudu (non tutte erano in grado di farli).
Poi c’era da preparare i liquori: allora era più economico prepararli in casa che comprarli. Gli unici liquori che si compravano erano l’anice, che non poteva mancare, e il Millefiori (che all’interno della bottiglia conteneva un alberello di zucche cristallizzate). Tutti gli altri si preparavano in casa con l’alcool di melassa e gli estratti Bertolini.
Qualcuno possedeva un alambicco (proibito) e distillava le vinacce per ottenere l’alcool necessario per i liquori.
Ricordo che i liquori più usati erano Rum, Strega, Curacao, Alchermes.


Il momento più interessante era il pranzo nuziale.
Il pranzo iniziava con la fhiddriata, l’antipasto a base di capicollo conservato proprio per quell’evento.
Il primo era costituito dalle manich’e giacca (tra i pennoni ed i paccheri) rigorosamente al ragù di carne di capra.
Erano due i cuochi ufficiali e specializzati: Zu Nicola ‘e Cùascu (il suocero di Ortenzio Marasco) e cumpari Vicìanzu ‘e Riganiaddru (il nonno di Vincenzo Villella, Antonio Calipari e altri).
A Zu Nicola bisognava far trovare una bottiglia di rum, che lo aiutava a superare il calore del forno in cui arrostiva già dal sorgere del Sole i quarti di vitello, che assieme con il ragù di capra di cumpari Vicìanzu erano il piatto forte, sempre molto apprezzato, anche perché erano un’ottima base per le abbondanti libagioni. Infatti, quando tutto era finito gli invitati tornavano a casa e parecchi imitavano il serpente di ‘A licèrta e ru curzùne di Vittorio Butera.
Durante il corteo nuziale, un ruolo particolare lo aveva lo stuolo di ragazzi, piccoli e grandi, che precedeva gli sposi. Era uso, in quegli anni, che le famiglie amiche lanciassero dalle finestre e dai balconi, come augurio di felicità e prosperità, confetti accompagnati, a volte, da qualche monetina da cinque o dieci lire.


Quando i confetti e le monete venivano lanciati, ognuno cercava di raccoglierne il più possibile. Qualcuno dei ragazzi più grandi si portava dietro un ombrello, che apriva appena si accorgeva che la comare di turno effettuava il lancio, così raccoglieva quasi tutto. Alla fine del corteo i ragazzi più grandi si giocavano a vattimuru i soldi eventualmente racimolati.