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Augusto amava il vino di Sezze, una passione che era smodata per i Romani

Augusto amava il vino di Sezze. In epoca romana, all’inizio il vino proveniva dai vigneti situati presso le zone paludose, dalla zona pontina attuale e dai colli del Lazio.

Augusto amava il vino di Sezze

Le vigne erano piuttosto basse e non avevano sostegni. Se ne ricavava e producevano un vinodi bassa qualità. Ben diverso a quello etrusco della “vite maritata” ovvero con vite che cresceva su un altro albero e poi un sostegno. Il vino fu usato nei riti con sacrifici, ma era vino che non doveva essere stato prodotto da acini pigiati da piedi recanti ferite, né da viti non potate, colpite da fulmini o nei cui pressi fosse avvenuta un’impiccagione.

Augusto amava il vino di Sezze - Uva Nera da cogliere

Tutto questo era sacrilego. Come accennavo, gli Etruschi coltivavano la vite già prima dell’arrivo dei Greci e ottenevano vini di migliore qualità. Orbene si sviluppò il culto di Dioniso, dio protettore della viticoltura, che dagli Etruschi passò ai Romani con il nome di Bacco. Questi due popoli contribuirono a creare una diversificazione delle piante e dei vitigni, con ripercussioni che si avvertono ancora oggi.

Vino cecubo

Alcuni vitigni di oggi discendono direttamente di quelli dell’antica Roma. Plinio censì ottanta qualità di vino, di cui due terzi prodotte in Italia. Nella prima metà del II sec. a.C., scrisse Catone nel De Agricoltura, il vigneto è ormai la coltura più diffusa, specie nel Lazio. La sua gestione non è più familiare, ma altamente professionale. I vigneti sono aziende agricole efficienti e ben strutturate, che dispongono mediamente di un territorio coltivabile di 200 ettari e di molti schiavi organizzati in maniera quasi militare. Il vino s’impose come la bevanda più importante sulle tavole di ogni romano.

Augusto amava il vino di Sezze - donna nella vigna

Il vino mischiato con l’acqua veniva fatto bere come corroborante perfino alle bestie da soma, come buoi surriscaldati e cavalli magri. I metodi di conservazione del vino si differenziavano a seconda del clima. Nelle regioni alpine si usavano contenitori di legno rinforzati con cerchiature. D’inverno lo si proteggeva dal gelo accendendo dei fuochi.

Vini pontini

Nelle regioni più miti si conservava in enormi vasi di terracotta trattati con pece, lavati con acqua salata, cosparsi di cenere, fatti asciugare, profumati con la mirra e interrati. Il vino arrivava a Roma a bordo di navi speciali (vinariae), contenuto in anfore dalla capacità di circa venti litri. Le anfore venivano tappate con sugheri e sigillate con pece, argilla e gesso e c’era l’iscrizione sull’anfora o su un’etichetta. Roma aveva un porto e un mercato, entrambi dedicati allo scarico e alla vendita del vino. Nella Roma antica, ciò che soprattutto interessava del vino era l’effetto euforizzante e socializzante e le presunte virtù terapeutiche.

Augusto amava il vino di Sezze- Cestino Di Frutta in foto

I Romani non bevevano mai vino puro, e chi lo faceva era considerato un ubriacone. Lo si allungava con l’acqua, consentendo di berne in grande quantità. Si ricavava il vino anche da fichi, datteri, carrube, pere, mele, corniole, mirto, nespole, sorbe, more secche, pinoli.

Agro pontino

Molto spesso si aromatizzava con spezie come mirra, nardo, calamo, cannella, cinnamomo, zafferano, palma, asaro, alloro, miele, datteri, pepe, chiodi di garofano, zenzero, ambra, resina, muschio, susina. Molto usato era anche il finocchio, utile per il vino andato a male. Da questa abitudine nasce la parola infinocchiare. Un tipo di vino molto bevuto era il mulsum, dolcificato con il miele, ma talvolta anche con fichi e datteri. Si otteneva vino anche dall’uva passita, e si usava anche consumare il vino sciogliendoci sopra la neve o filtrandolo in un soffice sacchetto di lino. Erano già conosciute le serre, alcune viti venivano infatti coltivate all’interno di costruzioni di vetro. Grande prestigio aveva il vino Cecubo, presto scomparso per colpa dei produttori, per le piccole dimensioni dei campi e per le espropriazioni fondiarie eseguite da Nerone, in vista della costruzione di un canale navigabile. L’imperatore Augusto preferì su tutti il vino di Sezze.

Augusto amava il vino di Sezze – eccellenze pontine

Prodotto all’inizio della pianura pontina a sud-ovest di Roma. La zona prediletta di tale vitigno era quella ” digli puzzo Ueniero”. La toponomastica è rivelativa. Ueniero derivante da ” Uve nere”. Una corrente d’aria particolare di queste zone, consentiva di ottenere l’eccellente vitigno del Cecubo Setino. lo si poteva bere anche dopo i trent’anni dalla vendemmia. Lo si metteva in anfore di terracotta già utilizzate in precedenza, che erano una garanzia. Un’anfora nuova non garantiva un contenitore sicuro. Un’anfora già utilizzata invece sì. Veniva chiuso dopo un anno dalla vendemmia. Questo perché un vino nuovo dopo la prima fermentazione autunnale, aveva poi una seconda fermentazione primaverile. Con il caldo estivo, ci si assicurava di avere un vino fermo verso la fine dell’estate. A quel punto si metteva in anfore di terracotta e sigillate per gli anni futuri.

La vite e i Romani

Mentre Marziale amava il vino spagnolo di Tarragona, da lui considerato inferiore solo ai vini campani. Un’idea per capire quali fossero i vini più pregiati dell’epoca ci viene da Cesare, che, in occasione del suo trionfo, ne offrì due greci, prodotti a Chio e Lesbo, e due italiani: il siciliano Mamertino e il campano Falerno. Nel III sec. d.C., con la fine dell’espansione territoriale e del conseguente minor numero di prigionieri di guerra da asservire, a Roma cambia anche la produzione vinicola, che ritorna a forme meno ottimizzate; a questo si aggiunge la forte spinta moralizzatrice della tradizione cristiana, con l’affermazione di una visione più morigerata della vita e dei costumi; eppure fu paradossalmente proprio grazie alla Chiesa che la tecnologia vinicola e la viticoltura riuscirono a sopravvivere, essendo il vino elemento fondamentale per la celebrazione della messa.

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