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Dopo i “Giochi di Prestigio” 2026 avanti tutta verso l’Olimpiade Roma 2040

Milano Cortina 2026 consegna al mondo l’immagine di un’Italia ringalluzzita. Il Presidente della Fondazione organizzatrice, Giovanni Malagò – già numero 1 del Coni – fa scendere il sipario con un’esplicita esclamazione circa l’impegno della Nazione: “Sei stata di parola”. Guardando oltre, c’è da sperare che anche la Capitale trovi la strada dell’orgoglio rinnovato. Aspettiamo un nuovo Abebe Bikila per vederlo danzare sui sampietrini alla maniera del Bolle dell’Arena di Verona.

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La sintesi mirabile l’abbiamo letta su La Stampa del 23 febbraio 2026: “Giochi di Prestigio”. Chapeau! In quelle tre paroline ci sono tutti gli aspetti dell’Olimpiade Milano Cortina 2026. Del resto, da quelle parti – intendiamo, Torino, sede del quotidiano che sta per passare di mano dagli Agnelli-Elkan a chissà chi tra greci, arabi e provinciali d’Italia – in redazione si intendono di equilibrismi come in nessun’altra sede di giornale a qualsivoglia latitudine.

Ricordate come incensarono i Giochi invernali di Torino 2006? Vennero dipinti come le Olimpiadi destinate a fare storia. Poi, a vent’anni di distanza, c’è stato chi ha censito le cattedrali che vanno in rovina nei deserti di neve di Piemonte e dintorni e chi ha ammesso che la pista di bob rappresentò uno spreco di denaro imposto dall’alto in ossequio ad una “italianità” da sbandierare ai posteri e che quelle sfide adrenaliniche e a velocità impossibili sarebbero potute andare in scena nella vicina La Plagne in una sorta di rinnovato gemellaggio Italia-Francia in vigore prima, durante e dopo il Regno dei Savoia con sfaccettature di varia intensità. 

Tempo al tempo. Mai emettere giudizi affrettati. 

Al momento vediamo indietreggiare i Super Scettici dei Giochi Made in Italy costruiti sul concetto della diffusione sui 22.000 chilometri quadrati che tengono dentro Milano, Bormio, Livigno, Cortina, Predazzo, eccetera eccetera. Qualcosa di eccezionale per via delle difficoltà da superare per la logistica della montagna e il periodo di tempo minaccioso. I Mondiali di Calcio del 2002 erano ben più diffusi tra Corea del Sud e Giappone così come lo saranno quelli americani del 2026 tra Stati Uniti, Canada e Messico. 

A proposito di Stati Uniti e Canada… Concedeteci una battuta alla luce di fatti incofutabili: gli eroi a stelle e strisce si sono imposti sulle foglie d’acero nelle drammatiche finali dell’hockey ghiaccio sia in campo femminile, sia in campo maschile. E meno male! Fosse accaduto il contrario, non è che Donald J. Trump avrebbe preso la scusa per invadere o comunque tentare di annettere il Canada come 52° Stato dopo la Groenlandia come 51°… E’ una battuta che vuol essere ironica. Va presa come tale. Punto a capo.

I Super Scettici cono stati dunque rintuzzati. I Normal Scettici, invece, continuano ad imperversare perché un po’ di situazioni sono state aggiustate in extremis, le opere infrastrutturali importanti sono ben lontane dall’essere completate, qualche stupidaggine legata ai volontari sta facendo il giro del Globo, e così via.

Siamo nella normalità e nell’italianità che salva sempre la faccia con i colpi di reni sulla linea della volata conclusiva e con la capacità di consegnare al Mondo l’immagine più accattivante di sé. E quel “30 e lode” a favore degli azzurri con 10 medaglie d’oro, 6 d’argento e 14 di bronzo piazza l’Italia nel Gotha delle discipline sportive invernali con tre regine su tutte: Federica Brignone, Arianna Fontana e Francesca Lollobrigida che per il peso specifico delle loro medaglie elevano l’intero Paese tra i Grandi di sempre e sottolinea come proprio il nostro Paese quando vuole sa fare Sistema, eccome!

Giovanni Malagò, già Presidente del CONI e Presidentissimo della Fondazione Milano Cortina 2026 ha chiuso i Giochi invernali (ma non i propri in senso generale…) con un esplicativo “abbiamo mantenuto le promesse”. La sua Fondazione è andata ben oltre. Ha stupito tutti per la qualità dell’organizzazione e per la solidità inaspettata del movimento sportivo che ha stabilito il record di 30 medaglie, ponendo l’Italia quantitativamente nella scia di Norvegia (41) e Stati Uniti (33) e qualitativamente (ori) sullo stesso piano dell’Olanda (20) che ha una cultura sportiva di massa di tutto rispetto tanto da eccellere in ogni settore e persino in montagna pure essendo gran parte del proprio territorio sotto il livello del mare!

Qualche anglosassone fa risalire l’Italia di un poto perché fa leva sul totale. Qualche latino tiene conto come discriminante delle medaglie d’oro. Certo è che l’Italia è “stata di parola” come ha sottolineato Malagò nel discorso di commiato che a livello emozionale è stato pregnante e, rispetto alle Nazioni che in passato hanno ospitato i Giochi, vanta riconoscimenti speciali perché sia al Presidente Sergio Mattarella, sia alla Premier Giorgia Meloni, sono state riservate le card d’oro al merito del CIO, Comitato Olimpico Internazionale.

Ecco un altro buon viatico per guardare al futuro all’insegna del pragmatismo… olimpico: perché non svangare l’appuntamento di Coppa America, spingere Giovanni Malagò verso la carica di sindaco di Roma e candidare la Capitale ad ospitare l’Olimpiade estiva del 2040 a 80 anni di quella del 1960 che fu un vero momento della rinascita dell’orgoglio nazionale, un po’ come assaporato nel 2026 ad ogni latitudine e non soltanto a Milano, Cortina, Bormio, Livigno, Predazzo, Anterselva, Valtellina, Cadore e dintorni?

Leggendo qui e là, fonti sicure e di qualità fanno sapere che il segnale politico è ancora più esplicito. Il Ministro per lo sport, Andrea Abodi, ha definito Roma 2040 «un sogno che ha bisogno di qualche settimana di riflessione», precisando che «non c’è necessariamente bisogno di un annuncio per costruire una candidatura vincente, che è possibile». Anche il presidente del CONI, Luciano Buonfiglio, ha indicato la capitale come sede naturale: «Lì c’è una percentuale di impianti già realizzata, credo che il nostro Paese meriti un’altra Olimpiade estiva, perché una volta ci è stata scippata». E già vedo un nuovo Abebe Bikila danzare a piedi nudi sui sampietrini della Capitale come il Roberto Bolle che all’Arena di Verona il 22 febbraio 2026 ha praticamente lanciato il ponte su Roma 2040 danzando nelle nuvole dei sogni raggiunti.

Petto all’infuori e avanti tutta. Magari, stavolta, non si va a battere contro prevenzioni concettuali.

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