Frusinati coraggiosi, ricordiamoli. Ci sono pagine della nostra storia che sembrano finite del tutto in cenere. Strappate dal tempo, dal mutar degli eventi, o per uno strano scherzo del destino, tutto è rarefatto, anche il ricordo. Eppure c’è stata un’epoca in cui la piccola città di Frosinone era sconvolta, messa a ferro e fuoco, saccheggiata e depredata e non ha abbassato la testa.
Frusinati Coraggiosi
C’è stato un momento in cui molti frusinati morivano per e strade, uomini, donne e bambini. Ma era anche l’epoca del coraggio, della rivalsa e dell’onore. Se entriamo nella macchina del tempo, possiamo quasi vedere quel momento a ridosso dell’ottocento, quando si compì un destino che avrebbe segnato per sempre questa città. C’erano i francesi in Italia ed erano momenti di umiliazione, che sarebbero durati a lungo e ancora sulla carne d’Italia vi sono le cicatrici di quegli sfregi.

C’era la Repubblica Romana e il Papa esule moriva prigioniero in Francia. Tra corsi e ricorsi storici, giunsero a Frosinone tre commissari e in un freddo Febbraio, s’innalzò l’albero della libertà. Fu in quell’occasione che il nobile d’animo, eroe frusinate Luigi Angeloni, pronunciò un discorso importante. Forse però poco comprensibile ad un popolo per gran parte analfabeta, che conosceva solo la preghiera e il duro lavoro.
Gioacchino Murat
Fu proprio allora che salì alla ribalta un uomo del popolo, semplice ma con le idee chiare per dire la sua: “Due alberi rispettabili io conosco: quello della Croce, là nel Calvario, e questo della Libertà fra noi. Cittadini, adoriamolo”. Non ci volle molto a conquistare la gente. Iniziarono però a piovere ordini dall’alto di requisizioni di ogni genere, come stava accadendo in tante parti d’Italia. I francesi pretendevano di bere, mangiare. Volevano vestiti, stivali, ori e argenti di cui non erano mai sazi.

Le chiese si svuotavano, i crocefissi si fondevano con atti sacrileghi, per estrarre oro e gemme. Molti morirono da innocenti. Tuttavia, il popolo frusinate, mai veramente domo, il 26 luglio, al grido di “Viva Maria”, sferrò un attacco temerario. Un’azione che oggi si definirebbe terrorista verso la guarnigione, senza immaginare le conseguenze. Erano le truppe di Gioacchino Murat quelle presenti nel Capoluogo un altro personaggio controverso.
Via Pagliare Bruciate
La gente però era stanca di vedere i francesi entrare in casa, mangiare, rubare tutto e fare il bello e il cattivo tempo. I cittadini frusinati, stanchi delle prepotenze e prevaricazioni, avevano messo in piedi un “piano”. Ma era squadernato, in quanto escogitato da gente che maneggiava la vanga, non il fucile. Avevano deciso di ribellarsi e lo fecero, con un coraggio ammirevole. Il piano includeva l’impiego di donne che avrebbero sparpagliato lungo il perimetro delle mura della città della paglia.

Avevano pochi mezzi e usarono il fuoco. Avevano perso tutto, anche le chiese, che altro poteva bruciare? Ovunque c’era paglia e ramaglia. Decisi appiccarono il fuoco in modo da impedire la fuga dei francesi. Gli uomini di Murat presi alla sprovvista, ebbero la peggio. Dopo le donne, gli uomini, insorti, con le armi che avevano, uccisero molti soldati. Era una vittoria, ma ahimè effimera come quelle fiamme di paglia.
Girardon Mac Donald – Frusinati coraggiosi
La rivalsa dei soldati di Murat fu feroce e agli ordini del Generale Girardon, presero a cannonate Frosinone, facendo una vera strage. Fulminea, feroce e ingiusta, verso un popolo pacifico e oltraggiato, arrivò la repressione. Fu spietato il Girardon Mac-Donald, che senza appello, fece giustiziare Camillo De Matthaeis, Bernardino Mazzocchi, Francesco e Angelo M. Sodani, Domenico Forte e Stanislao Ciceroni. Poi ancora Adriano Sperandio, Luigi Colucci, Carlo Roma, e Cesare Alessandri. Morì in modo orribile lo zio di Luigi Angeloni, Leopoldo Conti a cui tagliarono la gola mentre ottantaquattrenne era già moribondo. La madre e la sorella vennero barbaramente picchiate e rubarono tutto in casa. Fu un massacro, poiché i francesi bruciarono 97 chiese, già depredate o usate come rimessa per i cavalli. Eppure noi oggi, tra i vicoli silenziosi, tra cui impazzò la battaglia, alziamo lo sguardo, tendiamo l’orecchio, fieri di quegli uomini e donne così temerari e coraggiosi.
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