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Il vero costo di una valutazione: perché il compro oro “senza commissioni” non esiste

“Zero commissioni”, “nessun costo per il cliente”, “pagamento pieno della quotazione di borsa”. Basta cercare un compro oro online per imbattersi in promesse che, a prima vista, sembrano vantaggiose. Il problema è che, lette con attenzione, non reggono. Un compro oro è un’attività commerciale: acquista un bene, lo rivende o lo avvia a fusione, e su quel passaggio costruisce il proprio margine. Eliminare quel margine significherebbe lavorare in perdita. Nessuno lo fa.

Come si forma il prezzo del compro oro

Per capire dove si nasconde il costo, bisogna seguire la catena del valore. Il punto di partenza è la quotazione internazionale dell’oro fino, fissata due volte al giorno dal London Bullion Market. Quel prezzo si riferisce a oro puro al 999‰. Ma chi vende gioielli non vende oro puro: vende una lega, tipicamente al 750‰ (18 carati), che contiene il 75% di oro fino e il 25% di altri metalli. Il famoso oro 18 carati che tutti abbiamo in casa. Da questa cifra partono tutte le quotazioni compro oro e si consiglia di diffidare delle agenzie compro oro che non le espongono in chiaro o non le forniscono su richiesta,

Il primo passaggio è dunque calcolare il contenuto effettivo di oro nel pezzo. Il secondo è applicare lo sconto di fonderia: il costo industriale per fondere il gioiello, separare l’oro dalla lega e raffinarlo fino a ottenere oro puro commerciabile. Il terzo è il margine dell’operatore, che copre costi di struttura, personale, assicurazione, conformità normativa e profitto.

Valutazione oro usato: i numeri dietro la promessa

Un esempio rende tutto più chiaro. Si consideri un bracciale in oro 18 carati dal peso di 30 grammi, in un giorno in cui la quotazione dell’oro fino è a 85 €/g. Il contenuto di oro fino nel pezzo è di 22,5 grammi (il 75% di 30). Il valore teorico a prezzo di borsa è quindi 1.912,50 euro. Da qui si parte, ma non si arriva mai a quella cifra.

Lo sconto di fonderia si aggira mediamente tra il 3% e il 5% del valore. Significa che dal valore teorico si tolgono tra i 57 e i 95 euro. Resta una base compresa tra circa 1.817 e 1.855 euro, sebbene ci sia da dire che i compro oro delle grandi città, avendo numeri di clienti più alti, possono applicare percentuali molto basse e quindi più competitive.

Il margine dell’operatore, che nel mercato italiano varia in modo significativo, si colloca mediamente in una forbice tra il 10% e il 25% del valore residuo. Agli estremi di questa forbice, l’offerta finale oscilla tra circa 1.390 e 1.670 euro.

La differenza tra il valore teorico di borsa e la cifra della valutazione oro realmente proposta, è dunque compresa tra 240 e 520 euro. Quel delta non scompare mai. Può essere più ampio o più stretto, dichiarato o nascosto, ma esiste sempre.

Valutazione oro: leggere un’offerta con gli strumenti giusti

L’unico modo per valutare un’offerta è scomporla. Conoscere la quotazione di borsa del giorno, il peso netto del proprio oro, la caratura certificata e la percentuale trattenuta dall’operatore. Quando tutti questi numeri sono sul tavolo, il confronto diventa possibile.

Realtà come Orolive, in cui il gemmologo Valerio Saltari ha costruito un metodo fondato sulla trasparenza nelle commissioni del compro oro, dimostrano che rendere visibile ogni passaggio della valutazione non è un limite commerciale, ma un vantaggio competitivo. Chi non ha nulla da nascondere non ha bisogno di promettere “zero commissioni”. Gli basta mostrare i numeri.

Compro oro: la commissione fantasma

Chi dichiara “zero commissioni” non sta mentendo in senso stretto: sta spostando il margine altrove.
Le modalità più comuni sono tre. La prima è applicare una quotazione di partenza inferiore a quella reale di mercato, presentandola come “quotazione del giorno” senza specificare la fonte. La seconda è sottostimare la caratura, attribuendo al pezzo un titolo inferiore a quello effettivo, operazione semplice quando l’analisi avviene con metodi approssimativi. La terza è gonfiare lo sconto di fonderia, dichiarando costi industriali superiori a quelli reali.

In tutti e tre i casi il risultato è identico: il cliente riceve meno di quanto gli spetterebbe, ma non se ne accorge perché la voce “commissione” non compare da nessuna parte.

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