Il falò di Santa Lucia è una tradizione cattolica molto sentita ancora oggi, che però ha origini molto più antiche e remote di quanto si possa immaginare. Canzoni, balli, racconti e piccoli pasti frugali con vino caldo, sono un ricordo che sopravvive ancora.
Il falò di Santa Lucia
La tradizione del falò deriva da una tradizione romana che poi dal mondo pagano è finita in quello cristiano. In qualche modo è avvicinabile ai Brumalia, che si sono celebrate fino alla fine del VI secolo. I celebranti, ovvero coloro che vi partecipavano vennero ostracizzati dalla chiesa cristiana, finché non furono vietate severamente dall’imperatore Giustiniano.

Tuttavia, alcune pratiche, soprattutto nelle campagne, persistevano tuttavia nei mesi di novembre e dicembre. Sto parlando appunto dei falò che univano i riti a usanze legate alla fine dei raccolti e alle potature delle piante e degli alberi. Per fare il falò si utilizzavano appunto sterpi e tralci della potatura che si bruciavano per allontanare la malasorte e sperare in una stagione propizia e abbondante. Le giornate cominciavano ad allungarsi e si dava il benvenuto al nuovo anno dell’agricoltura scacciando il freddo dell’inverno. Del resto, la vita romana durante l’antichità era incentrata sull’esercito.
I Brumalia
Quindi ruotavano anche intorno all’agricoltura e alla caccia. I giorni invernali, più corti e freddi, ostacolavano svariate attività. Quindi i Brumalia si festeggiavano in questo periodo di poca luce e poco lavoro e si associavano ai raccolti, i cui semi s’interravano. Ovunque nelle campagne si bruciavano le foglie e i rami secchi innaffiandoli di vino e libando alla divinità.

I contadini si raccoglievano attorno ai falò suonando e danzando, mentre si levavano i cori dedicati agli Dei. Questa tradizione tra i contadini è sempre sopravvissuta e attraverso la festività di Santa Lucia, sopravvive ancora. A Frosinone ancora è sentita la tradizione de “Glie Fauone”. Non se ne faceva solo uno, ma diversi, tuttavia quello di Santa Lucia è stato sempre il più “vivace”. Qui a Frosinone è uno dei rituali più antichi, che come dicevo, affonda le radici nella romanità. Oggi c’è forse un solo grandissimo falò che sopravvive.
Glie Fauone
Un tempo in ogni quartiere se ne accendevano. Nella città rurale, a ridosso della quale c’erano le campagne coltivate, c’era tantissimo entusiasmo. Si accatastavano i resti delle potature, fascine e legname che si recuperava un po’ dappertutto. Era anche un modo per “ripulire”. Il fuoco come fiamma che depurava, eliminava il vecchio e scaldava. Non era raro poi buttare nel fuoco, nelle fiamme altissime anche quello che oggi definiremmo immondizia. Non mancava qualche sedia rotta e spagliata.

Il freddo pungente, le donne avvolte negli scialli e i bambini che correvano intorno al grande fuoco purificatore. Naturalmente le messe dedicate a Santa Lucia avevano la precedenza, con annesse processioni, cosa che accade ancora oggi. Poi però era tutta una festa. Il vino non mancava mai e quello che altrove è il vin brulé, scaldava gli animi. Cento anni fa e anche di più, si faceva festa col saltarello.
Il falò di Santa Lucia – Santa Lucia in Svezia
C’erano i suonatori di tamburello, gli organetti e la convivialità era un momento imperdibile. Tutti un po’ ignari della storia di quella santa che nel nord Italia con un asinello porta i doni ai bambini. In epoca romana esisteva il mito di una figura femminile che volava sui campi benedicendoli. Da lei dalla dea Diana, dal paganesimo, si è passati al mondo cristiano e a Santa Lucia che cammina con un asinello e finanche arriva in Svezia. Lassù in una cultura così lontana dalla nostra una canzone italiana parla di Santa Lucia e le ragazze il mattino di festa, portano la colazione ai genitori. Quante storie porta Santa Lucia, dalla cultura mediterranea, al Veneto, fino alla Svezia. La cultura fa mille giravolte e cambia, ma la radice resta.