Quando si parla di femminismo, il pensiero corre istintivamente a movimenti progressisti, a battaglie condotte sotto bandiere rosse e slogan egualitari. Tuttavia, esiste un’altra storia, meno urlata e più radicata nel tessuto profondo della nostra civiltà, ma incredibilmente meno nota, finanche celata: quella del femminismo di destra, una corrente culturale e sociale che intreccia emancipazione e tradizione, diritti e identità, affondando le sue radici nei secoli dell’antica Roma.

Il lavoro di Simona Aiuti, raffinato e documentato, getta luce su questo universo troppo spesso trascurato, sepolto e addirittura distorto, restituendo voce a donne che, pur senza ribellarsi apertamente all’ordine costituito, lo hanno piegato a loro favore, talvolta apertamente, altre volte in modo invisibile. È una narrazione alternativa, che dimostra come l’emancipazione femminile non sia stata esclusivo frutto della modernità progressista, ma abbia conosciuto forme e protagoniste diverse – dalle matrone romane alle vestali, da Ortensia a Livia Drusilla, fino a Cristina di Belgiojoso e Giorgia Meloni.
Radici italiche e valori fondanti
Parlare di “femminismo di destra” significa riconoscere un modello di donna forte, colta, autonoma, ma radicata nei valori della famiglia, della nazione, della responsabilità. Non si tratta di una visione arcaica, ma di un’identità femminile profondamente italica, spesso oscurata da narrazioni anglosassoni che, forti del dominio culturale ed economico, hanno imposto il loro paradigma.

Aiuti denuncia il riduzionismo storico che ha marginalizzato figure femminili del Mediterraneo, capaci di agire, comandare e riformare ben prima dell’Ottocento. Ortensia, che arringò il Senato romano rivendicando diritti fiscali per le donne, è un esempio brillante di emancipazione attiva e pubblica. Ma lo sono anche Eumachia, imprenditrice di Pompei, o Fulvia, stratega e combattente politica.
Emancipazione e sacralità
Il femminismo di destra, come descritto nel saggio, è profondamente legato al senso del sacro, alla dimensione del dovere e della simbologia nazionale. Le donne di Roma antica, pur escluse formalmente dalla politica, erano centrali nei culti religiosi, nella morale pubblica, e persino nella diplomazia sotterranea. Le vestali, custodi del fuoco sacro, avevano diritti e immunità straordinari; i riti della Bona Dea costituivano uno spazio di potere esclusivamente femminile, inviolabile anche dagli uomini più potenti della Repubblica.
In queste figure, Aiuti rintraccia le matrici di un femminismo che non sfida l’uomo, ma collabora con lui. Un’emancipazione costruita insieme al maschile, non contro. Non a caso, molte pioniere italiane furono sostenute da padri, mariti o imperatori lungimiranti, consapevoli del valore delle proprie compagne. È l’antitesi del conflitto di genere: è alleanza culturale.
La narrazione dimenticata
La narrazione dominante ha spesso relegato la donna “di destra” in ruoli secondari, associandola a modelli di sottomissione o tradizionalismo passivo. Eppure, il saggio ci ricorda che le donne che combatterono, pensarono, governarono e costruirono – senza mai rinunciare alla maternità, alla fede, all’identità – esistono, e vanno riscoperte.

È il caso di Livia Drusilla, co-governante invisibile dell’Impero romano accanto ad Augusto, o delle moderne leader che coniugano carriera politica e maternità, visione economica e radicamento nella cultura nazionale. Non sono “contro” il femminismo progressista, ma un’altra forma di femminismo, che valorizza la libertà nella continuità, la forza nella tradizione, l’identità nella storia.
Conclusione: l’eredità che ritorna
Il femminismo di destra, per come emerge dallo studio di Simona Aiuti, non è un movimento codificato, ma una corrente carsica, che attraversa secoli, si adatta, resiste e riemerge nei momenti cruciali. È un femminismo che parla di dignità, autorità morale, capacità politica e sacralità dell’essere donna.
In un mondo frammentato, dove l’identità è spesso sradicata o ideologizzata, questa visione femminile invita a riscoprire le radici, a valorizzare la cultura nazionale, e a costruire una nuova libertà, non fondata sullo scontro, ma sulla forza silenziosa delle donne che da sempre reggono il mondo.





