Visti e non Ri-Visti: la grande corsa d’Italia dimentica i grandi ambasciatori e i teatri più rinomati, ma riscopre la Montagna che lanciò in orbita il Pirata quando era un dilettante ventiduenne. Partenza dalla Bulgaria e conclusione a Roma, con la terzultima giornata sulle Dolomite e sguardo puntato ai Piani di Pezzè, all’ombra del Civetta. Ci sarà da divertirsi e servirà a dimenticare gli svarioni proposti strada facendo.
Per il centodiciassettesimo anno è cominciata la discesa verso la presentazione del nuovo Giro d’Italia (edizione da effettuare numero 109 dall’8 al 31 maggio 2026. L’appuntamento per il vernissage – si fa per dire, visto che a settimane di distanza tutti san tutto! – è fissato per il giorno 1° dicembre 2025, un mercoledì, a Roma, Auditorium Parco della Musica… in streaming tv via web.
Non è la Prima della Scala, si sa. Ma neppure l’Ultima delle opportunità per fare dello spettacolo dell’Italia del Giro l’opportunità di rinfrescare le passioni e rinvigorire l’amore per l’Italia nel cuore di chi vuole legarsi a doppio filo alle meraviglie che in giro per il Pianeta fanno sempre immagine invidiabile.
Location a parte, l’impressione è che la discesa si sia trasformata una sorta di deriva. E ciò fa male al cuore perché un sipario che si alza nella fascia oraria dalle audience forzatamente basse, è un sipario da poco su un evento che scivola sempre più nell’angolo dell’interesse degli italiani: non soltanto di quelli che ci sono in Italia, ma anche e forse soprattutto di parte degli otto milioni di connazionali che vivono nel resto del mondo e che mantengono con la Penisola un legame speciale.
Un tempo, la Presentazione era con la P maiuscola. Si celebrava – sì, celebrava! – di sabato, in un grande teatro (dal Piccolo agli Arcimboldi di Milano, dalla Fenice di Venezia al Carignano di Torino, eccetera) oppure negli studi della Rai perché ottimamente attrezzati per la diretta televisiva che richiamava campioni vecchi e nuovi, partner di altissimo profilo, artisti capaci di intrattenere il pubblico astante e a casa: Sergio Castellitto, Pierfrancesco Favino, Raimondo Vianello, Pippo Baudo, Cristiana Capotondi, Carla Fracci, e chi più ne ha, più ne metta.
Che dire?: lontano dagli occhi, lontano dal cuore.
Il Giro ha le potenzialità per spedire ad ogni latitudine cartoline da conservare nel cuore e nella mente. E che fa una volta di più? Tradisce la propria vocazione primaria di finestra dell’Italia e dà spazio alla …Bulgaria, sulla scia di quanto fatto un anno prima a totale vantaggio dell’Albania, che delle località rivierasche dell’Adriatico è davvero competitor privilegiato rispetto alle capitali del turismo di Romagna, Marche, Abruzzo e Puglia.
D’accordo, nel 2026 il Tour salperà da Barcellona e la Vuelta muoverà da Monte Carlo. Beh, il fascino delle località appena citate si mangia in un boccone Sofia, Plovdiv, Veliko Tarnovo e Burgas. Se l’Albania si è rivelata raggiungibile nel 2025 in un battibaleno, la Bulgaria rappresenta mèta decisamente più complicata da “invadere”. E così la Grande Partenza del Giro sarà vissuta in … smart funning, che è la versione hobbistica del “lavoro fatto da remoto” ai tempi della pandemia. Quanto vorremmo sbagliare…
Per cortesia: chi può, fermi questo scempio.
Girata la pagina dello sfogo, volgiamo lo sguardo a quel che verrà proposto e di cui si ha una certa contezza, sorvolando nella circostanza sui trasferimenti infiniti – che provocano distrazioni nella carovana e stress eccezionale nei corridori, mancando loro di rispetto –, sulla crono a doppio taglio in Toscana che rappresenta una strizzatina d’occhi a Remco Evenepoel, sull’aspirazione d’avere Jonas Vingegaard al via!, sulla quasi rassegnazione di dover rinunciare a Tadej Pogacar, di snobbare i velocisti, e via discorrendo.
Stavolta, a una decina di giorni dalla descrizione del tracciato nella sua totalità e completezza (sulla carta) volgiamo lo sguardo a quella che sarà la penultima tappa del Giro numero 109, vale a dire la frazione che sappiamo essere stata disegnata nel Bellunese da Feltre ai Piani di Pezzè, sopra Alleghe, su e giù i passi Cereda, Duran, Staulanza, Giau e Falzarego prima dell’arrampicata finale lungo quei cinque chilometri che portano alla Montagna Pantani. Eh sì, perché è proprio lì, ai Piani di Pezzè, che nel 1992 salutò il trionfo di colui che, allora ancora con zazzera ricca, sarebbe diventato col passare degli anni e delle imprese il “pelatino” più amato d’Italia, padrone sia della maglia rosa, sia della maglia gialla, prima di lasciarsi andare ad esagerazioni agonistiche in bicicletta e di costume nella vita al di fuori dello sport.
Il Giro dei professionisti che verrà si inerpicherà lungo i tornanti scoperti dal Giro d’Italia dei dilettanti ai tempi in cui Pantani, allora ventiduenne, si confrontava con un sacco di antagonisti che avrebbe poi piegato anno dopo anno nella massima categoria: Vladimir Belli, Ivan Gotti, Mariano Piccoli, Mirko Gualdi, Francesco Casagrande, Davide Rebellin, Giuseppe Guerini…
Era il 1992, si è scritto. Dopo 24 anni, torneranno ad affiorare quei sapori di un ciclismo che ha tradito la propria vocazione consegnandosi a pratiche bandite e proposte da banditi. Accadrà sopra al Lago dei misteri attorno e dentro cui si sviluppò una serie di omicidi prima e dopo la Seconda Guerra Mondiale, concepiti e inscenati tra il 1933 e il 1946, che a partire dal 1952 furono oggetto di inchieste promosse dal giornalista Sergio Saviane – da non confondere con il quasi omonimo Roberto Saviano – che finiranno per essere raccontate dallo stesso narratore in un volumetto dal titolo, appunto, i Misteri di Alleghe. Si parla di cinque omicidi commessi dentro e attorno a quello che un tempo era chiamato Albergo Centrale. Si cominciò al tempo del Fascio con l’uccisione di una cameriera, Emma De Ventura, teoricamente suicidatasi con la velenosa tintura di iodio. E si proseguì con quattro episodi coinvolgenti macellai, ragazze depresse e sofferenti di sonnambulismo, annegamenti, coppie trucidate a colpi di pistola in un vicolo del paese, carcerati e poi latitanti in quanto condannati in contumacia.
La serie NCIS fa ridere al confronto di quegli episodi. Ce ne siamo resi conto durante i soggiorni a Caprile e ad Alleghe per accompagnare le figliole a sciare sulle piste delle Dolomiti meno conosciute rispetto a Cortina, ma altrettanto nobili e dalla bellezza struggente. E ne abbiamo avuto conferma anche durante le escursioni per organizzare le Spartan Race sulle montagne del Comprensorio Civetta dove si celebrò uno straordinario Campionato d’Europa delle corse a ostacoli prima che la Pandemia da Covid-19 mettesse in discussione tutto e tutti.
Beh, a quel tempo, con le tappe del Giro Made in Civetta nel cuore, l’effervescente Sergio Pra, discendente di cotanto casato, affiancato dalla moglie Daniela e dai figli Alessandro e Francesca, in una saletta dello storico Hotel Posta dove avveniva il cambio dei cavalli provati con quelli freschi ai tempi in cui le diligenze si avventuravano sui 12 Passi Dolomitici che lo incorniciano, – Sergio Pra, si diceva – ci spronò a ragionare su come quel lembo di terra potesse tornare al centro dell’immaginario collettivo. E si cominciò ad ipotizzare il ritorno della carovana rosa laddove Luigi Francavilla, unico e inseparabile amico del plenipotenziario dell’Agordino (Leonardo Del Vecchio, alias Luxottica), stava rivoluzionando l’approdo della prima funivia che sale dall’ignoto di Alleghe verso la grande bellezza del cuore del Civetta.
A quasi due lustri di distanza il Giro farà riscoprire i Piani di Pezzè, che per gli innamorati di ciclismo sono pari al Mortirolo, al Carpegna, alla Marmolada, a Oropa, all’Alpe d’Huez, al Ventoux, e via discorrendo: ovvero le Montagne brandizzate Marco Pantani, perché là si sono vissute le scorribande del Pirata delle Cime.





