Nel 1630 l’Italia affrontò un’epidemia gravissima. La peste a Verona fu particolarmente drammatica, uccidendo gran parte degli abitanti. La situazione presenta molte analogie con la nostra, ma anche, per fortuna, altrettante differenze.
Il lazzaretto di Verona
Il lazzaretto venne costruito nel 1549 a Borgo san Pancrazio, vicino all’Adige, distante dal centro città. Secondo Vasari il progetto è da attribuire a Michele Sanmicheli, famoso architetto dell’epoca. L’opera venne completata nel 1628. Data importante perché solo due anni dopo la peste colpì Verona. Più di 30 mila abitanti morirono nell’arco di un anno. Il contagio ridusse la popolazione a sole 20 mila unità, uccidendo circa il 60% dei cittadini. Come accade oggi, si tentò di isolare i casi positivi di peste.
Questi venivano confinati nel lazzaretto, lontano dal centro abitato, per evitare la diffusione ulteriore del contagio. Il lazzaretto arrivò a contenere al culmine dell’epidemia fino a 5 mila persone. Fortunatamente la peste del 1630 fu l’ultima a colpire la città. E a oggi rappresenta uno degli episodi più devastanti per Verona.
La peste a Verona
C’è un documento particolarmente interessante risalente all’epoca. Francesco Pona, medico veronese, scrisse nel 1631 “Il gran contagio di Verona”. Un testo che racconta la situazione in città durante l’epidemia. Per prima l’autore parla del cosiddetto paziente zero, colui che ha portato la peste in città. Un certo Francesco Cevolini, soldato. Questi si aggrava e muore senza che il medico riesca a identificare la malattia. In seguito, quasi tutti gli abitanti della contrada dove risiedeva muoiono.
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Le autorità ordinano di bruciare i cadaveri e di chiudere le case infette. Le opinioni si dividono: c’è chi ritiene troppo drastiche queste scelte, chi è convinto si tratti di peste. Man mano che i giorni passano la situazione si fa sempre più chiara. Per facilitare il contenimento dell’emergenza nominano dei funzionari e si decide di chiudere la città già stremata. Tra le vittime anche molti medici che assistevano i malati.
Ieri e oggi, un confronto
Possiamo identificarci con il racconto di Francesco Pona, come anche con altri testi che narrano le tragedie della peste, su tutti Manzoni. Capiamo la paura, l’arrivo improvviso di un male sconosciuto, lo stravolgimento delle proprie vite. E capiamo il dolore per le perdite. Fortunatamente l’emergenza Coronavirus è molto diversa. Prima di tutto per la mortalità. La peste poteva uccideva anche il 50-60% degli infetti, il Coronavirus molto meno, tra l’1 e il 3,5%. L’intervento delle autorità oggi è molto più capillare e organizzato rispetto all’epoca.
Inoltre, c’è uno sforzo internazionale per combattere il virus. Basti pensare alle ricerche per il vaccino, lo scambio di attrezzature e un’organizzazione come l’OMS che agisce su un piano globale e non locale. Due condizioni parallele, quindi, ma anche molto distanti. Un monito però a non dimenticare la storia, gli eventi che sono accaduti e che possono ritornare anche nella modernità.