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Sagre di paese: tradizione e gusto italiano

Le sagre sono una festa. Sono l’Italia che si ritrova in piazza, tutta insieme, per un piatto e per una banda che suona, a volte un po’ stonata. Sono le sedie di plastica che raschiano sull’asfalto. L’altoparlante che annuncia il prossimo turno alla griglia, il profumo di carne arrosto che si mescola a quello delle luminarie appena accese. Sono il suono dell’estate italiana e chi è cresciuto in Italia le porta dentro come un ricordo che non sbiadisce.

Le sagre hanno un’origine antica. Erano feste legate alla consacrazione di una chiesa, al culto del santo patrono, o ai grandi snodi del calendario agricolo, la mietitura, la vendemmia, la fine dell’inverno. Erano momenti in cui la comunità ringraziava per il raccolto, si propiziava la stagione buona, condivideva quello che la terra aveva dato. Il cibo, allora come oggi, non era un contorno: era il modo con cui un paese diceva grazie, tutto insieme, nello stesso momento. Con il Novecento qualcosa è cambiato, ma non è andato perduto. La dimensione religiosa si è affiancata a quella laica e conviviale. La sagra è diventata un modo per riunire un paese intero attorno a un piatto identitario.

È qui che nasce il legame che ancora oggi riempie le piazze. La sagra funziona perché significa appartenenza. Chi ci va non cerca solo una porzione di cacciucco o di ‘nduja. Cerca un pezzo di quello che è, il posto da cui viene, la gente con cui è cresciuto.

Il Nord Italia ha fatto della sagra un rito quasi agricolo. La Festa del Radicchio di Treviso, la Sagra del Gorgonzola nell’omonima cittadina lombarda, la Fiera del Tartufo di Alba, dove il profumo del tubero bianco vale più di qualunque insegna pubblicitaria. Nel Centro Italia la tradizione si fa quasi teatrale. A Livorno si celebra il cacciucco, a Marino l’uva, a Nemi le fragole, a San Miniato il tartufo, mentre a Cortona, verso la fine di agosto, la Festa della Bistecca riempie le strade del profumo di brace. Il Sud, dove la sagra ha spesso il ritmo di una festa patronale che dura tre giorni, celebra la ‘nduja a Spilinga, il polpo a Mola di Bari, la castagna a Montella, il fusillo fatto a mano a Felitto. Piccoli paesi che per una settimana diventano il centro del divertimento e del ritrovo, almeno per chi ci è nato.

Sono centinaia, forse migliaia, le sagre censite ogni estate da nord a sud. E continuano a riempirsi nonostante i supermercati, i ristoranti stellati, le mode alimentari che cambiano ogni stagione. Perché nessuna di queste cose sa restituire quello che restituisce una sagra di paese: una sedia storta, una tovaglia di carta, il vicino di tavolo che diventa amico dopo due bicchieri di vino della casa.

Per chi vive lontano dall’Italia, poi, la sagra è spesso il primo ricordo che riaffiora quando arriva luglio. La piazza illuminata, la fila per il piatto, la musica che esce dalle casse un po’ vecchie. È un ricordo che non ha bisogno di essere spiegato a chi lo ha vissuto, e che a chi è nato altrove, in un’altra lingua, in un’altra estate, viene raccontato come si racconta una cosa preziosa: con la voce che si abbassa un po’, per rispetto, prima di dire “si stava proprio bene”.

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