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Torino Capitale Mondiale del Grande Ciclismo dopo Giro e Tour, irrompe la tremenda Vuelta

Le città dello sport. Stavolta sotto la Mole c’è il Giro di Spagna, disegnato da Venaria Reale a Madrid. Imitando i programmi del Tour, porta nel mondo il gioiello del barocco Patrimonio dell’Unesco col capoluogo del Piemonte ad autoproclamarsi culla di Grandi Eventi. Ma attenzione a non tradire il concetto della legacy.

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Chi nasce col DNA del giornalismo d’inchiesta non può schivare il gorgoglio di curiosità suscitato dal Giro di Spagna – che per comodità chiameremo Vuelta a fronte del Giro d’Italia altrimenti detto Giro e del Giro di Francia abbreviato in Tour, o meglio: Le Tour – che nell’agosto 2025 salpa dall’Italia un po’ come è accaduto per il Giro a Durazzo e con il Tour 2024 a Firenze.

Il globalismo porta anche questi carichi d’emozione.

Facciamo idealmente rotta verso Torino da dove la Vuelta, che compie 90 anni con la sua 80^ edizione e che si presenta come 300^ grande corsa a tappe del ciclismo mondiale di tutti i tempi, scatterà dalla Reggia di Venaria Reale, ovvero Piemonte nobile.

Per certi versi è un film già visto con il Giro del 2011, nella stagione delle celebrazioni del 150° Anniversario dell’Unità d’Italia, ma allora Torino era tutta rosa; invece, nel 2025 è tutta rossa come nel 2024 fu tutta gialla per l’incursione estemporanea del Tour nato per la prima volta in Italia sulla rotta Firenze-Cesenatico-Bologna-Torino, appunto.

Venaria Reale nella sua completezza con i Giardini della Mandria è un unicum, tanto da far parte dei Patrimoni dell’Unesco. Questa architettura del 1600 e del 1700 attinge a piene mani nel barocco e ne fa Borgo incantevole. La Vuelta si trova bene quanto nel 2011 si trovò benissimo nel 2011 pur essendo – allora – l’alba di un’edizione disgraziata per la morte che di lì a poco avrebbe trovato il velocista belga Wouter Weylandt lungo la discesa del Passo del Bocco, per la squalifica a posteriori di Alberto Contador a causa di problemi di doping maturati altrove (cioè non al Giro di quell’anno) con conseguente incoronazione postuma a vincitore finale di Michele Scarponi spazzato via sei anni più tardi da un tragico incidente in allenamento.

Quella è stata un’annata da brividi per lo sport del pedale, e non soltanto.

I gradi eventi della bicicletta che toccano Torino, spesso scivolano su qualche fatto dai contorni sinistri o misteriosi. Si cominciò nel 1909, con il “cortese inganno” quando, al penultimo giorno di corsa, temendo che il proprio gioiello venisse travolto dalla folla incontenibile, d’accordo con un Questore timoroso, l’allora Patron Armando Cougnet dirottò l’arrivo di giornata a Beinasco. La gente lo scoprì ben presto e si precipitò sulla nuova mèta stringendo comunque in un torrido abbraccio Luigi Ganna, il muratore che si stava dirigendo verso il trionfo del primo Giro, che ancora non aveva la maglia di leader con i colori rosa della Gazzetta dello sport comparsi nel 1931 a Mantova con sommo disappunto di Benito Mussolini.

Quali altre città al mondo possono vantare il privilegio di aver ospitato Tour, Giro e Vuelta dentro i propri confini con appuntamenti di lignaggio come Grandi Partenze e/o arrivi di tappa? Risposta semplice: nessuna. E questo privilegio come viene cavalcato nel segno dell’eredità da consegnare ai pedalatori? Come stiamo a piste ciclabili, ad esempio? Il sito web muoversiatorino.it è esplicativo: 290 chilometri. Bene. Quante sono le scuole di ciclismo per i bambini? Ce ne sono a sufficienza per non essere messi in punizione per disinteresse nei confronti del mezzo che dà ai giovani il senso dell’indipendenza e della mobilità.

Il fresco trofeo della Vuelta potrebbe comunque suggerire agli amministratori piemontesi qualcosa di più e di meglio del fregiarsi dell’etichetta di città in armonia con i grandi eventi sportivi, che hanno un substrato culturale non indifferente. Dalle ATP Finals di tennis in su e giù, magicamente baciate da Jannik Sinner numero 1 nel 2024, la Città della Mole quando vuole sa distinguersi nel bene nelle azioni legacy

Purtroppo, lo fa anche nel male: vogliamo affrontare il discorso degli impianti dell’Olimpiade della neve andati in malora? E, tornando al ciclismo, quanto tempo ci vorrà ancora per rilanciare la Milano-Torino, che è pur sempre la classica in linea più antica d’Italia e che vediamo succhiare risorse minori qui e là nel Piemonte meno tradizionale per questa disciplina? Con il tanto amore che Urbano Cairo ha per Torino e per lo sport di quelle latitudini (soprattutto calcistico) non può perpetuare l’appuntamento con Superga anche per il ciclismo? L’ultimo mentore del Giro e della Gazzetta non può certo dimenticare di essere stato iniziato all’amore per il Giro da un papà così tanto vicino alla disciplina più democratica dello sport…

Nel 2024, nell’anno dell’impietoso raffronto tra un Giro rinato a Venaria Reale (13 anni dopo il “nostro” dell’Unità d’Italia) e un Tour transitato sotto la Mole all’insegna del velocista eritreo Beniamin Girmay (vera star della nuova Africa dello sport che è arrivata a portare in Ruanda i primi Mondiali del pedale), aver messo sulla bilancia i numeri dei ritorni di immagine garantiti dai due Eventi in oggetto, significò rimpicciolire il Giro al cospetto del Tour perché nessuna manifestazione in bicicletta può star dietro alla Grande Boucle.

Guardando alle generazioni più giovani, i 2 miliardi di euro di indotto generati dal Tour si specchiano nelle audience davvero storiche registrate anche nel 2025 tra i più giovani e i potenziali spender che seguono i social digitali: 33,2 milioni di visitatori unici, oltre 102 milioni di visite, si cui 67 milioni di caratura internazionale, 39 milioni di sessioni sulle APP ufficiali, 27,4 milioni di visite del Centro Corsa (ovvero della fonte che fornisce informazioni ufficiali sulla competizione in svolgimento), 980.000 membri del Club Tour, 195.000 giocatori del Fanta-Tour… 52,8 frequentatori in generale dei social media, un miliardo e mezzo di visualizzazione di #TourdeFrance e 1,3 miliardi di visualizzazioni di contenuti giornalistici (tra video e notizie). 

E che dire delle visualizzazioni, pur tenendo conto esclusivamente dei “best post”, che ammontano a 36 milioni su Instagram, 33 milioni su TikTok, 17,3 milioni su Facebook e 5,3 milioni su X (per i soli live dalle partenze di tappa)?

Voce dopo voce, la crescita di questa girandola di numeri oscilla tra +6,7% e +57%. Più universale di così, che Tour potrebbe essere?

Con gli occhi puntati al faro del Tour fisso davanti alla propria ammiraglia, sfruttando l’expertise di ASO (Amaury Sport Organisation) che ha acquisito la sua Unipublic ereditata dal predecessore Victor Cordero (che ogni anno portano ancora in carovana come un vero santone), Caronte Javier Guillen si muove con accortezza per elevare ogni volta un pochino di più la Vuelta che sta sottraendo al Giro il fascinoso slogan “corsa più difficile al mondo, nel Paese più bello del mondo”.  

Guillen sfrutta da una parte il saper stare ordinatamente nella scia del Tour senza snaturare la Vuelta e dall’altra non dimentica i Moloch della sua terra, che nel 2025 sono all’ombra dell’Angliru con quei 13 chilometri scalata al 9,7% di media per fare digerire – si fa per dire – ai corridori ben 1266 metri di dislivello positivo, un Golgota di “passaggio” verso la penultima tappa all’insegna della Bola del Mundo (18,5 km al 6% medio sui 1110 metri di arrampicata) prima della passerella a Madrid.

Con un po’ di dispiacere vedremo scivolar via una carovana rossa impietosa nell’operazione di sorpasso del rosa del Giro, visto che è conclamata fase di superamento degli indici qualitativi per via dei partecipanti (stavolta capitanati dal danese Jonas Vingegaard), della diffusione e della solidità degli uomini che portano avanti la Vuelta col naso all’insù.

Sia quel che sia. 

Buona Vuelta e buon viaggio a tutti.

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