Condividi:

U pustale

Tratto dal libro “Schegge di Memoria” di Francesco S. Stranges

Erano i tempi in cui la posta arrivava in paese a dorso d’asino.
Prelevata dal lontano centro di smistamento impiegava tantissimo a raggiungere il destinatario per cui capitava che i giornali riportassero notizie arretrate di diversi giorni che però, siccome non c’era riscontro né le stesse venivano anticipate da altra fonte, conservavano il valore della novità e passando di bocca in bocca destavano meraviglia inalterata.
Percorrendo per anni lo stesso sentiero, l’asino era diventato esperto della strada e sapeva per consolidata esperienza dove sollecitare l’andatura, dove svoltare, dove rallentare per recuperare energie ad affrontare la vicina erta; conosceva poi l’impressionabilità di qualche rara passeggera che doveva portare sulla groppa la quale accompagnava con strilli di terrore il suo rasentare il ciglio del viottolo a strapiombo; aveva cognizione dell’ufficio dove andare a fermarsi senza che alcuno lo guidasse, tanto che se avesse saputo anche leggere e scrivere avrebbe potuto effettuare in autonomia l’incarico; ma, soprattutto, a sera, sapeva bene la via della stalla da raggiungere autonomamente, sotto casa, mentre il padrone lo precedeva per cataratti e scale interne.

Asino

Per i viaggi invernali o se si doveva accompagnare qualcuno di riguardo c’era il calesse con la copertura a mantice che garantiva dalla pioggia ed in certo qual modo dal freddo.
Quello di procaccia era un servizio generazionale, garantito prima dal padre, passato poi al figlio e quindi al figlio di questi, tanto che il nome dell’attività era diventato identificativo della persona, u pustieri.
Poi, quando sopraggiunse il progresso, cambiarono le cose: l’asino perse l’incarico e fu sostituito dall’automobile, il mezzo meccanico subentrò alla trazione animale; e la prima automobile violentò le strade del paese, spodestò i bambini che ne erano stati padroni esclusivi, spaventò a morte le mamme che all’ora del suo passaggio pomeridiano chiamavano accorate i figli perché entrassero nei vicoli a scansarsi e fece le prime vittime tra le gallina tarde a capire il nuovo pericolo. Al vecchio procaccia si sostituì il giovane figlio datatosi di cognizione tecniche e divenuto capace di governare il nuovo che avanza.
Era un’automobile con finestrini laterali chiusi da pannelli in celluloide ancorati con bottoni automatici sulla stoffa della cornice di riquadro, la cappotta in tela incerata sostenuta da archi in legno apribile e ripiegabile dietro i sedili posteriori, la ruota di scorta sul parafango anteriore, che s’inerpicava asmatica per l’erta della strada e segnalava con il suo passaggio rumoroso l’orario antelucano di partenza al mattino e quello del ritorno vespertino.
L’auto svolse egregiamente il suo compito e per anni oltre alla posta trasporto persone che dovevano recarsi alle città vicine o raggiungere il punto ferroviario per un viaggio più lungo.
Poi venne la guerra e per avarie varie non potute riparare a causa di indisponibilità di ricambi si tornò all’antico: l’asino, che nell’intanto era stato destinato ad attività meno nobilitanti, fu richiamato in servizio ed assolse per un certo tempo, senza risentimento, il suo vecchio incarico.
Ma con ingratitudine, a guerra ultimata, venne definitivamente restituito al lavoro dei campi per essere sostituito da un’ambulanza americana acquistata tra i residuati bellici ed adattata alla bisogna con panche di legno per i passeggeri nello spazio alle spalle del conducente, addossate le une alle altre lasciando tra le file lo spazio appena necessario per raggiungere con qualche contorsione il posto a sedere.

Ambulanza Vecchia

Sopravvissero a tanta trasformazione solo i sedili anteriori, quello dell’autista e quello accanto, che di norma veniva riservato alle persone di riguardo o all’aiutante di campo del conducente per le varie esigenze durante il viaggio. L’esterno della carrozzeria fu rinfrescato con una passata di vernice non sufficiente però a cancellare traccia della precedente destinazione, ché le croci rosse apparivano sempre sulle fiancate, anche se attenuate; sul tetto fu realizzato un alto portapacchi in piattina di ferro, con maglie strette ad impedire che i bagagli di viaggiatori ed i pacchi postali cadessero per le spericolate manovre ad affrontare le tante curve della strada, collegato a terra con una scala a pioli dalla parte posteriore dell’autoveicolo.
Si volle anche indicare la linea di servizio del nuovo postale, ma, disponendo di poco spazio sul frontale della cabina, invece che l’intera dicitura “Conflenti – Decollatura e viceversa”, si preferì sintetizzare con
grafia a stampatello dai caratteri degradanti “Conflenti e viceversa”, segnando, per riguardo, solo il paese di partenza e di ritorno.
E cominciarono i viaggi. Si tornò alla normalità e la gente si spostava sempre più numerosa e la corriera, u pustale, viaggiava al limite dei posti disponibili ed a volte oltre; e riportò in paese quanti tornavano dalla guerra, con il loro carico di sofferenze e la gioia del ritorno; e dal paese ricondusse a casa quelli che vi avevano trovato rifugio durante l’imperversare della guerra; ed accompagnò coloro che iniziarono la dolorosa via dell’emigrazione; e portò pacchi e pacchi che dalle Americhe parenti inviavano a parenti, a sollevare da situazioni di bisogno, per cui si cominciarono a vedere circolare per la strada vestiti nuovi, magari di taglia un po’ abbondante, a ricoprire corpi smagriti e a destare sterili commenti invidiosi: “ viatiddru ca tene nu parente mericanu!.
Si aspettavano i pacchi e se ne guardava il mucchio che sulla corriera sfilava sotto le finestre delle case destando interrogativi: “di chi saranno?“; ed il giorno dopo se ne dava notizia nei discorsi di vicinato.
Ed avvenne che a volte qualche ragazzo dei più svelti nella curva prima del paese salisse sulla scaletta e riuscisse a leggere il nome dei destinatari di qualche pacco e lo divulgasse ad alta voce e poi altri ragazzi corressero a riportarne notizia agli interessati che immediatamente, d’iniziativa, senza avviso ufficiale, si recavano all’ufficio postale a chiederne la consegna immediata.
Tu no, tu non riuscisti mai a salire quella scaletta mentre il postale rallentava la corsa alla curva delle destre, tu non avevi l’ardire e poi eri piccolo e gli altri ti buttavano dietro, ma ti accompagnavi a quanti si facevano messaggeri della notizia, specie se riguardava tua nonna o qualche parente.

Postalino

C’era di tutto nei pacchi: prevalentemente vestiti e scarpe, ma anche qualche scatola di caffè tostato che, seppure non garantiva l’aroma ed il gusto di quello che era nei ricordi d’anteguerra, vinceva il confronto con le varie recenti ciofeche sostitutive, oppure cacao Talmone che, stranamente per te, era andato prima in America e poi tornava; cioccolato ben avvoltolato nei panni per conservarne la forma nonostante i vari salti cui il pacco veniva sottoposto durante il trasporto; uno o due pacchetti di sigarette ben confezionati in modo che l’odore non ne tradisse la presenza, a non rischiarne il sequestro perché di contrabbando, e che poi venivano regalati, graditissimi, a qualche persona di riguardo; ma soprattutto alcune bustine monorazione di pasta, fidilini, capellini spezzati, con brodo di pollo liofilizzato, che tanto ti piacevano, a cui tua nonna mischiava altra pasta per ricavarne una doppia porzione.
E poi c’erano quelle saponette “lux”, il sapone delle stelle, avvolte nella carta patinata che lasciavano traspirare un profumo delicato, fascinoso e promettevano carezze sulla pelle dopo lo sfregare irritante del sapone da bucato autarchico, fatto in casa, quando si riusciva a trovare la soda caustica con cui trasformare residui di olio maleodorante sottratti alla mensa ed alla lucerna o vasi di grasso irrancidito, insopportabile all’olfatto e proprio non più commestibile.
Per motivi di studio, a volte, uno dei viaggiatori del postale era tuo fratello che ora, negli anni grandi del recupero della memoria remota, ti ricorda di quella volta in cui una mattina, appena compiute alcune manovre di posizionamento prima della partenza, si ruppe il tirante del freno; non c’era tempo per indagare l’entità del danno e per escogitare sistemi di riparazione perché i passeggeri protestavano temendo di perdere la coincidenza con il treno che li avrebbe dovuti portare nella città, ed allora sollecita la soluzione: un filo di ferro passato dal foro del pedale a collegare la barra di azione dei freni sulle ruote posteriori ad un pezzo di legno all’altro capo per garantire la forza della trazione affidato ad un aiutante, tuo fratello, che seduto a fianco dell’autista alla voce di questi azionava il nuovo marchingegno e rallentava la marcia, e poi via, con una preghiera esplicita alla Madonna da’ Cerza.
Ed i ricordi si susseguono e torna in mente di quella volta in cui durante un viaggio il filtro dell’aria ritenne di abbandonare la sua posizione pe andare a litigare con la ventola riportando la peggio per cui fu necessario sostituirlo, ma non c’era ricambio ed allora, recuperato il malconcio perché non c’era da abbandonarlo, un fazzoletto fu teso sul bocchettone della presa d’aria e fissato con uno spago e poi …, via, come sempre, con il pensiero rivolto alla Celeste Protettrice.
E ancora rievoca quando d’inverno l’olio della coppa si ghiacciava e bisognava scaldarlo con un occasionale braciere, rischiando di incendiare tutto, oppure gli innumerevoli sforzi di avviamento del motore con la manovella, quasi sempre con l’intervento di due persone che abbracciate alla vita l’una all’altra usavano le due braccia libere per afferrare la manetta ed imprimere un movimento più energico; e se dopo diversi tentativi il motore non si accendeva, c’era sempre il metodo a spinta, in discesa, dal posto di sosta al bar, una, due, tre volte, recuperando sempre il punto di partenza e supplicando perché l’intervento divino risolvesse la cosa.

Memorie

Quanti avvenimenti legati ai viaggi del postale, tanti e mille, giacciono sepolti nella memoria di quanti li hanno vissuti, siano stati protagonisti o semplici spettatori, e riemergono a tratti nelle serate d’estate del ritorno in paese, quando nei cenacoli improvvisati sui gradini dei portoni qualcuno li rievoca a dare garanzia di appartenenza al luogo e li offre agli altri: «Ti ricordi di quel mattino di mezz’ autunno, quando i ragazzi tornavano a scuola dopo i morti e la corriera era stipata all’inverosimile e d’improvviso un grido angosciante annunciò: “Sto partorendo!”».
Una creaturina che aveva fretta di nascere scelse di presentarsi durante un viaggio in postale, forse sollecitata dai sobbalzi sulla strada acciottolata, e non ci fu verso di farla attendere, ché non diede tregua.
L’autista immediatamente prese in mano la situazione; fece scendere tutti i passeggeri mandando i ragazzi a raccogliere noci sotto un vicino albero; chiamò a sé alcune donne che ritenne pratiche ed idonee alla bisogna; inviò due messaggeri veloci a recuperare acqua calda e qualche panno in un casolare alquanto vicino; poi, risolto egregiamente il caso, con il primo vagito annunciò la nascita di una bimba. Ed il viaggio riprese.
Quanta gente viaggiava allora con il postale! Lo utilizzavano tutti quelli che avevano bisogno di spostarsi dal paese, ed erano tanti.
Quanti discorsi intrecciati con il vicino di posto! Quante confidenze scambiate sottotono nel vociare circostante! Quanto contatto anche fisico nel viaggio!
Adesso no! Adesso la corriera malinconicamente viaggia col solo autista e nessuno ne attende l’arrivo, né costituisce più pericolo per le galline, ché non ve ne sono più.
Adesso ognuno viaggia in proprio, nella sua solitudine!

Condividi:

Articoli correlati

ADV SIDEBAR
Torna in alto