Nel 2026 avrebbe tradito Pagnin per Eulàlio
Nato in Libia, adottato da Roma, il pittore era innamorato del ciclismo tanto da arricchire le maglie da gara chieste dagli altrettanto rimpianti Mario Cal e Maurizio Castelli: il primo per il Team Malvor, l’altro per le divise ufficiali del Tour de France. Schifano si propose per dipingere l’ultimo chilometro di ogni scalata importante della corsa rosa. Quest’anno avrebbe collocato 10 chilometri di gomma colorata in un puzzle stupefacente su 3.500. Il Passo Giau-Cime Coppi e altri 9 passaggi in vetta avrebbero conquistato quel mondo già tratteggiato sulla maglia gialla. E poi:l’ammirazione per Renato Guttuso e per i Rolling Stones, l’amicizia con Alberto Moravia e quei cambi di telefono ogni mese…
Quando in televisione passano le immagini dei corridori che scalano le montagne del Giro d’Italia – e nel 2026 se ne comtano 10 di importanti dalla la Cima Coppi, la più alta, sul Passo Giau a quota 2.236 metri sul livello del mare, in giù con altre 9 avventure su Blockaus, Corno alle Scale, Saint-Barthélémy, Lin Noir, Pila, Carì, Passo Duran e doppio Piancavallo – nella nostra mente prendono a rimbalzare le frasi “mozzicate” del Maestro Mario Schifano.
Chissà che cosa accadrà visitando la retrospettiva sull’Andy Warhol della pittura aperta al pubblico dei suoi tifosi… Boh. Staremo a vedere.
Qui, davanti alla tv, ci si immagina Schifano intento a ricalcare col pennarello nero sulla pellicola trasparente incollata in qualche modo allo schermo le figure degli scalatori sulla falsariga di quel che fece con Roberto Pagnin – il preferito! perché alla corte dei suoi cari amici Matio Cal e Maurizio Castelli –, Greg LeMond, Gianni Bugno, Claudio Chiappucci e compagnia danzante. Tutta gente che in bici regalavano silhouette speciali, inconfondibili.
Probabilmente, Schifano verrebbe attratto da Giulio Ciccone sulle rampe della sua Maiella e dall’uruguaiano Afonso Eulàlio in maglia rosa a metà Giro in virtù anche della pedalata strampalata della cronometro Viareggio-Massa in contrapposizione all’eleganza e alla potenza messa in mostra dallo specialista spacca-lancette Filippo Top-Ganna.
Là, a Roma, nelle sale e nel cortile del Palazzo delle Esposizioni di Via Nazionale, vedremmo il Maestro sperticarsi in complimenti per Daniela Lancioni, che con spiccato spirito critico ha messo insieme una collezione meritevole di ore e ore di osservazione approfondita come raccomandato dagli scrittori più raffinati già avvistati nella Capitale alla rincorsa di quel genio del “Correre rapinoso tra le cose del mondo” con o senza la macchina fotografica.
Il rapporto tra Schifano e il ciclismo è stato intenso e morboso. Una volta, verso la fine degli Anni Ottanta del XX secolo, telefonò in Gazzetta per proporsi come “pittore dell’ultimo chilometro dei gran premi della montagna. Uscendo dalle limitazioni e dai limiti del tempo, nel 2026 avrebbe dipinto 10 chilometri di asfalto dei 3.500 dell’edizione numero 109 della principale corsa a tappe italiana. Impossibile… “Potremmo fare dei puzzle in gomma” per comporre il mosaico della mia immaginazione in modo da non essere rovinate dai passaggi di auto e corridori prima, durante e dopo la corsa”, buttò lì.
Si era scivolati nel girone infernale dell’impossibile. E così il pianeta sport deve accontentarsi di passare in rassegna le creazioni del Maestro per gli amici Ca e Castelli, che a quel tempo forgiavano Team professionistici (con il citato Pagnin in aggiunta a Giuseppe Saronni, Roberto Visentini, Silvano Contini, eccetera) oppure portavano il marchio dello scorpione sulle divose gialle, verdi, azzurre e bianche a pois rossi del Tour de France.
Sulla maglia gialla, il “marchio Mario Schifano” stava scritto sul fronte in alto a destra, vicino alla manica, mentre il mondo stilizzato con tutti i cinque Continenti era stampato in rosso sul dorso. Castelli era il partner per l’abbigliamento tecnico del Tour. E Maurizio, con quell’Antonio Martino Colombo della Columbus tubi e non soltanto, erano andati ben oltre il conosciuto dall’immaginario collettivo. Si era verso il 1989 o giù di lì. Ormai sono trascorsi 37 anni da quelle maglie. Il Maestrose ne è andato 9 anni più tardi. Essendo nato in Libia nel 1934, in questo 2026 veleggerebbe verso i 92 anni se non avesse esagerato in tutto. E quando si dice tutto, significa proprio Tutto. La sua pop-art andrà ben oltre il secolo di memoria… Avesse frequentato Marco Pantani, chissà come si sarebbe fatto ispirare da certe scalate al Giro e al Tour. Forse i monocromi scoperti trent’anni prima, avrebbero lasciato spazio a tele come tavolozze di colori su cui le sensazioni si sarebbero rincorse su e giù per le valli come accadeva a chi amava il Pirata, che emanava ben più fascino di Pagnin e Chiappucci (non cene vogliano…).
Libico di nascita, romano di adozione, Schifano era parte integrante di quella Seconda Scuola capitolina, sensibile – e in amicizia – al fascino delle intuizioni di artisti come Renato Guttuso e Filippo Tommaso Marinetti, fautore di quel Futurismo che in Francia macina tuttora emozioni in modo insistente. Ed era amico anche di Alberto Moravia, che scriveva guardando i tratti grafici dinamici del Maestro, da cui era adorato al pari dei Rolling Stones. Letteratura, scultura, musica, cinema, fotografia, l’eclettico Mario si cimentava in tutto anche quando non era assuefatto dal resto del Tutto, tanto da essere braccato dalla forza pubblica ed essere costretto a cambiare numero di telefono quasi mensilmente quando i cellulari divennero accessibili a quasi tutti (inizio Anni Novanta).
Moravia e Schifano erano uniti a filo doppio. Lo scrittore in una recensione confessa: “Non so perché non ho fatto il pittore”. E a proposito dell’amico Mario, del quale soffre una certa fascinazione, sottolinea: “La storia dell’Italia è nella pittura, piuttosto che nella letteratura”. lE sulla tela Compagni-Compagni avuta in dono, precisa: “Più uomo, che artista … e cioè parole come arte, artista mi paiono una specie di scusante che uno cerca con se stesso”.
Tra i due, Schifano e Moravia c’erano amicizia vera e alchimia nonostante le complessità dell’uno e dell’altro. Il pittore, ad esempio, scrive una dedica in questi toni: “io ti voglio bene, bene veramente e sempre. In questa mostra ci sei anche tu. Tuo Mario”, riferendosi alla rassegna a Palazzo Diamanti di Ferrara a fine Anni Settanta.
Quel che più attrae ci attrae di Schifano sono le sue opere monocromatiche. Da qui il paragone con Andy Warhol. E ogni tanto ci si sofferma a guardare, ammirati, quell’insieme di ritagli di pellicola trasparente con i tratti dei corridori visti in televisione che sembrano buttati lì alla rinfusa e che invece partono da un pennarello nella mano dell’artista e che scendono giù giù da una ideale montagna sino alla pianura. E’ l’inno di Schifano alla Milano-Sanremo in un anno diventato lontano per un evento che nessuno riuscirà ad uccidere, neppure con l’intelligenza artificiale, perché pieno di complessità che sfuggono ai più, ma non a chi sa cogliere ogni attimo della sfida in Riviera di Ponente.