Aspetta “Vingo”, ma non Capotondi e Dempsey
Mettiamoci in poltrona in attesa dell’impresa di Jonas Vingegaard, che punta alla maglia rosa per completare il Triplete con la Vuelta e il Tour già messi in bacheca. La Grande Partenza è “storica” al pari del debutto primo maltese nella corsa più nazional-popolare che ci sia: è Andrea Mifsud, nato in Francia e là cresciuto ciclisticamente. Ma quanta nostalgia di volti capaci di stimolare la fantasia del “popolo”: da Totò a Favino, da Fracci a Vianello, da Paoli a Ligabue, da Armani a quel… Paul Smith con il suo tovagliolo disegnato con l’altimetria della tappa di Tirano
Per il Giro d’Italia numero 109 (in calendario dall’8 al 31 maggio 2026 con capolinea a Roma) è stata scelta la Bulgaria come sede di una “Grande Partenza” con pochi “pro” e tanti “contro”.
Paul Magnier, francese di nazionalità e statunitense di nascita (Laredo, Texas), ventiduenne ha conquistato in volata la prima maglia rosa del Giro d’Italia numero 109 che nell’ultimo km ha vissuto uno sprint viziato da una caduta.
Basterebbe questo inizio di storia per mettere punto dopo un paio di righe e scegliere altri argomenti cui dedicare interesse e spazi. Ma il Giro è sempre il Giro, rimane l’evento sportivo nazional-popolare per eccellenza e dunque il tema in rosa va portato avanti sino alla conclusione dello … svolgimento.
Il “pro” sta nel rito che si rinnova una volta di più dal 1909.
I “contro” partono dalla decisione di conferire visibilità mondiale ad un territorio straniero che poco aggiunge all’epopea del Giro e tanto toglie – per contro – alla ipotetica località italiana da mettere in vetrina. La sedicesima volta di una partenza fuori dai confini nazionali è una caduta di stile ed un volgare affronto al Paese, che viene snobbato nonostante garantisca nell’insieme più della metà del budget dell’evento tra contributi delle amministrazioni locali, diritti televisivi per tenere in Rai le emissioni in chiaro, supporto da parte di brand largamente partecipati dalle casse dello Stato.
Un pugno di dollari in più provenienti da Sofia per le tre tappe là concepite è un pugno nello stomaco secondo soltanto alla partenza dall’Albania del 2025, che nulla ha aggiunto all’Italia e tanto le ha tolto per il vantaggio “regalato” alle località turistiche che stanno sull’altra sponda dell’Adriatico a scapito di quelle pugliesi tanto bisognose di farsi pubblicità nel mondo.
Quel pugno di dollari è finito esclusivamente nelle tasche di un imprenditore privato, che guida il Giro al solo scopo di far cassa e dimenticando il concetto della “legacy” da trasmettere al territorio ospitante e dimenticando – oltretutto – le ricadute etiche nei confronti del ciclismo, tanto è che organizzando pure il Giro dei dilettanti obbliga le squadre dei giovani, cioè del futuro del proprio sport, a pagarsi la partecipazione alla corsa! Una bestemmia sopra un obbrobrio.
Qualcosa di buono il Giro ci darà comunque anche se alla partenza c’è quel Jonas Vingegaard che appare nettamente al di sopra della scarsa concorrenza – nel senso di rivali poveri di palmares e non scarsi tecnicamente – così da puntare a collezionare il Triplete fatto dalla maglia rosa dl Giro dopo la rossa della Vuelta e la gialla del Tour prima di Tadej Pogacar in assoluto il Fenomeno nel ciclismo del Duemila. Riuscisse nell’impresa, il danese in età matura ma al debutto al Giro, sarebbe il settimo campione a centrare l’obiettivo-Triplete dopo Jacques Anquetil, Felice Gimondi, Eddy Merckx, Bernard Hinault, Alberto Contador, Vincenzo Nibali – che sta guadagnando ogni giorno qualcosa a livello di uomo immagine in giacca rosa – e Chris Froome. Una “bella hall of fame”.
Gli scommettitori – categoria commerciale cui tocca occuparci di striscio tappandoci il naso – danno Vingegaard per la vittoria finale tra 1,16 e 1,25: si vince un’inezia. A grande o grandissime distasane gli altri ambiziosi contendenti: il rampante Giulio Pellizzarè è dato a 6; Felix Gall tra 17 e 20; Egan Bernal tra 23 e 25; Adam Yates (che se vincesse copierebbe il gemello Simon in una striscia familiare senza precedenti) tra 19 e 33; Jai Hindley tra 25 e 33. E qui ci fermiamo perché il resto mette in evidenza la povertà del lotto dei contendenti per la maglia rosa. Purtroppo, gli altri “big” pensano allo scontro universale del Tour de France e consacrano parte del mese di maggio alla preparazione in altitudine tra Monte Teide, Vulcano Etna e Colorado.
Quindi ci dovremo abituare nuovamente alle fughe da lontano di comprimari in cerca d’autore, delle volate di Jonathan Milan, degli arrembaggi di Giulio Ciccone in salita e dei guizzi di sprinter alla Paul Magnier sino a quando decideranno di rimanere in gara prima di far valigia e fuggire deprecabilmente verso altri lidi.
Gli italiani che vivono all’estero potranno godere di una novità in assoluto come la prima partecipazione al Giro d’Italia di un maltese di nazionalità ma francese di nascita (Grasse, Cote D’Azur, 28 maggio 1999) e di formazione ciclistica. E’ rimasto francese sino al 2024, poi ha smesso… di tagliarsi i capelli, è finito sotto le grinfie di Alberto Contador e Ivan Basso per via della sponsorizzazione di Visit Malta e chiede al Giro di potersi mettere in mostra e di festeggiare un gran compleanno. E’ alla prima grande corsa a tappe e nell’ultima stagione e mezza ha infilato sei piazzamenti tra i migliori 12 all’arrivo di corse di secondo piano. Se in buona forma, si distingue sui percorsi vallonati. In bocca al lupo al … vicino di casa di Malta!
E già siamo scesi alle spigolature. Il che moltiplica il rammarico di vedere allontanarsi dal Giro dal Paese, dalla gente, dal “popolo”. Non soltanto, l’immaginario collettivo appare meno empatico nei confronti della corra rosa forse perché il jet-set se ne sta alla larga, gli attori e le attrici sono dietro l’angolo, ma non svoltano. Quanto ci mancano le presenze alla “Totò al Giro d’Italia” e, risalendo a tempi più recenti, alla Vianello&Mondaini. Non si vedono più camminare sul tappeto rosa Carla Fracci, Cristiana Capotondi, Pierfrancesco Favino, Eleonora Incardona, Gino Paoli, Luciano Ligabue, Paolo Kessisoglu. E si son persi stilisti come Armani, Versace, Dolce&Gabbana e Smith: sì, quel Paul Smith che un anno venne al Giro e salì sulla nostra auto per vedere da vicino il suo idolo e connazionale Mark Cavendish, ma si era in mezzo alle montagne della Valtellina – a Tirano, Sondrio, per la precisione – e il suo velocista dell’Isola di Man arrivò mezz’ora dopo le avanguardie del gruppo.
Smith ci ringraziò con un piccolo, ma significativo dono: un tovagliolo, con tanto di orlo in pizzo, con disegnata sopra l’altimetria di quella tappa. E qualche anno dopo si propose per disegnare la maglia rosa: trionfo!
La figura più stuzzicante vista in gruppo risale al 2017 ed ha il volto di Patrick Dempsey, che quel giorno si vestì di rosa e portò in carovana tutto il buono di Grey’s Anatomy.

Sia quel che sia. Voltiamo lo schermo del televisore verso il terrazzo in attesa che il sole concluda la sua parabola quotidiana dietro le case e godiamoci quel che il convento passa. Il Tour è lontano mille miglia. La Vuelta ha messo la freccia ed è già in fase avanzata del sorpasso tecnico. Ci sentiamo un po’ figli di un Dio minore. Non resta altro che adeguarsi.
Buon Giro a tutti.