Arabica impostura. Una truffa? Un inganno? La mossa di uno sprovveduto o l’abile tattica di un intraprendente abate? Un episodio troppo spesso dimenticato e talvolta ricordato per mero divertimento. Una vicenda che invero racconta di forti implicazioni politiche e di uno smaliziato falsario. «Un documento capitale delle idee correnti allora nella cultura siciliana sulla storia dell’isola, sulla genesi del suo diritto pubblico, sul significato storico politico di istituti ed uffici; e come tale merita di essere letta e studiata» prendendo in prestito le parole di Giuseppe Giarrizzo.
Arabica impostura, un falso straordinario
La storia che mi accingo a raccontare si svolge tra il 1782 e il 1795. La Sicilia e in particolare Palermo, fu tra le prime ad accogliere le novità che provenivano dalla Francia. Le vibrazioni illuministe permeavano i salotti frequentati da intellettuali e i viaggiatori del Grand Tour recavano benefici e novità per la vita intellettuale e artistica dell’epoca. In questo clima di fermento culturale si inserisce la figura di Giuseppe Vella, originario di Malta. Vella, dopo aver seguito gli studi teologici e umanistici, arriva a Palermo nel 1780. Nel 1782 diventa Cappellano del monastero di San Martino delle Scale a Monreale. La svolta arriva poco dopo, quando lo chiamano a fare da interprete per l’ambasciatore del Marocco, naufragato a causa di una tempesta il 17 dicembre del 1782.
Giuseppe Vella accetta l’incarico e accompagna l’ambasciatore presso i circoli culturali e politici della città. In una di queste visite viene accompagnato presso il Monastero di San Martino a Monreale, dove erano custoditi dei codici arabi di cui si ignorava il contenuto. Si tratta di una delle tante storie di Maometto, ma ecco che qui ha inizio l’Arabica impostura. Vella riferisce di aver capito dalle parole dell’ambasciatore che si tratti della storia della Sicilia scritta dagli arabi. Dopo la partenza del dignitario rivela che uno dei manoscritti ha una forte valenza storico-politica. “Consiglio di Sicilia”, secondo Vella, parla della dominazione musulmana sull’isola.
La traduzione
Vella modifica i caratteri del codice, smonta a rimonta inventando una nuova lingua che chiamerà Mauro-Sicula. Vella crea la storia dei musulmani in Sicilia. Con la sua “traduzione” rende illegittimi i tentativi di riforma dei vicerè contro i privilegi dei feudatari siciliani fondati su diritti patrimoniali; diritti nati dall’usurpazione. La sua traduzione, ancora, spiega che non erano stati i Normanni a fondare la storia moderna della Sicilia ma bensì gli Arabi. L’influenza politica del testo è straordinaria. I nobili lo lusingano e nel frattempo viene promosso abate. Per lui, addirittura, viene creata una cattedra di Arabo all’Università.
Una grande impostura
Il suo testo, Codice diplomatico di Sicilia sotto il governo degli Arabi, è dato alle stampe. Il codice viene tradotto in tedesco e da lì diffuso in tutta Europa.
Non pago o forse per non inimicarsi la corona, “traduce” un altro testo: “Consiglio d’Egitto”, sugli scambi epistolari tra la corona e i sultani d’Egitto.
Il documento dimostra che la nobiltà detiene un potere che non le è dovuto. Solo il Sovrano può godere dei privilegi. Giuseppe Vella ha passato il limite. Iniziano a circolare voci e dubbi sull’autenticità delle traduzioni. Della vicenda, in particolare, si interessano lo storiografo siciliano Rosario Gregorio e lo studioso Joseph Hager, professore di arabo all’Università di Vienna che vuole esaminare i documenti. Giuseppe Vella, ormai alle strette, inscena un teatrino dell’assurdo a tinte grottesche. Si nega, poi finge un furto e denuncia la scomparsa dei documenti. Si finge malato, poi miracolosamente guarito e preme per partire in Marocco per ritrovare i manoscritti trafugati. L’arabica impostura è conclamata.
Lo arrestano e il suo segretario rivela l’inganno. Condannato a 15 anni di reclusione, sconta poi la sua pena ai domiciliari presso la sua casa in campagna a Mezzomorreale dove morirà nel 1815. Che abbia fatto tutto da solo non è dato saperlo. Certamente, l’arabica impostura, avrebbe potuto influire sullo stato giuridico del Regno di Sicilia e ha certamente contribuito ad aprire la strada per gli studi dell’arabo e della storia dei musulmani in Sicilia.
L’intera vicenda fu fonte di ispirazione per la ricostruzione romanzata ne Il Consiglio d’Egitto, 1963, di Leonardo Sciascia da cui è stato tratto l’omonimo film per la regia di Emidio Greco e per Le “Croniche” di uno scrittore maltese, in Romanzi storici e civili, 2002, di Andrea Camilleri.
In copertina Tuccio Musumeci e Turi Ferro, “Il consiglio d’Egitto” (1976) – Teatro Stabile di Catania