Pizzo Calabro, ultima dimora di Gioacchino Murat. La nota e amena località marittima della Costa degli Dei, sembrerebbe mossa solo dal moto eterno delle stagioni. E invece, nella memoria dei pizzitani, il passato rimane macchiato dal sangue di un re: quello di Giocchino Murat, cognato di Napoleone e sovrano di Napoli.
Gioacchino Murat e le sue ultime ore a Pizzo Calabro
Da questa stessa piazza, nella tiepida domenica dell’ 8 ottobre del 1815, i pizzitani scrutarono veleggiare a largo del Tirreno una imponente flotta salpata da Ajaccio. Data l’impossibilità di accostarsi alle sponde con imbarcazioni sì tanto ingombranti, venne calata in mare una scialuppa con a bordo 31 uomini tra ufficiali e soldati. A capeggiare a prua la lancia, la nocca del fiero condottiero che scrisse col sangue la storia del Risorgimento europeo: Joachim Murat Jordy. Tra sconcerto e curiosità, gli abitanti di pizzo divennero l’inconsapevole platea di uno degli sbarchi più celebri della biografia ottocentesca.

Un’epoca solcata dall’inchiostro purpureo delle conquiste, il XIX secolo, pervasa dalla perpetua ricalibratura dei confini assoggettati e dallo spasmodico tallonamento del potere. Prima che gli sbarchi divenissero emblema di salvezza spesso travestita da morte e disperazione, gli approdi in terre d’oltremare profetizzavano trionfi ed espugnazioni. Ed è proprio alla riconquista del trono usurpatogli dai Borboni che mirava il bel generale avvolto da una elegante giacca blu bordata da profili dorati. Vestito con pantaloni rossi, stivali speronati e la vita cinta da due fondine, dimora di una spada ben guarnita e una paio di baionette.
Il figlio del locandiere diventato re
Chi sostiene la reticenza alla mobilità sociale in un passato che pare essere graffiato dalla stasi, forse non conosce la vivace dinamicità che contraddistinse il periodo napoleonico e, di riflesso, la biografia di Giocchino Murat. Nato in una famiglia di locandieri e destinato alla carriera ecclesiastica, il giovane Joachim, amante della vita tutt’altro che monastica, mutò il proprio fato arruolandosi nell’esercito. Di indole rivoluzionaria e insofferente alla subordinazione, il bell’ufficiale dai boccoli corvini, durante una delle campagne espansionistiche condotte in terra italiana da Napoleone, rubò il cuore della sorella minore, Carolina Bonaparte.

L’onore e le donne
Prode combattente dal carattere sanguigno, incline ai piaceri effimeri e ardente amatore, sulla lama della sua affilata scimmitarra fece incidere la formula dei suoi paradigmatici dogmi “l’onore e le donne“. L’indole indefessa e arguta di Giocchino gli consentì di arrivare in cima alla rampa del potere. Nominato generale prima e maresciallo dell’impero poi, al sorgere del ‘800 sul capo di Murat venne adagiata la corona di re di Napoli.

Ma gli animi concitati ed esuberanti bruciano sempre troppo in fretta, come un cero al cospetto del libeccio. Catalizzate le antipatie del clero, indignato dagli assiomi del codice napoleonico, e compromesso il legame con il cognato, incredulo di fronte all’armistizio concesso alla tanto odiata Austria, Murat assistette inesorabilmente alla parabola discendente della sua autorità che vacillava sempre più.
La condanna a morte
Diretto verso le coste partenopee alla riconquista della corona, una brutale tempesta e il tradimento del capo battaglione, dirottarono la decimata truppa in terra ostile. Proprio sulle sponde di Pizzo Calabro. Tra lo sgomento di un popolo che non lo riconobbe e l’animo vanaglorioso di un uomo d’onore asservito al proprio destino, il generale borbonico Vito Nunziante lo condusse nelle celle del castello aragonese. Dentro le gelide cinta di quello che venne rinominato Castello di Murat, un commosso plotone d’esecuzione adempì all’ordine della pena capitale. Erano passati cinque giorni dal fatale sbarco e le ultime parole del rivoluzionario patriota, straordinariamente placido negli ultimi afflati, furono “Non mirate al volto ma al cuore. Fuoco!”.

La sepoltura di Gioacchino Murat
Un’incertezza esacerbata caratterizza le postume memorie pubblicate da Tommaso Masdea e Antonino Condoleo sulla sepoltura del re. Secondo il primo, che ebbe il vanto di confortarlo mentre esalava l’ultimo respiro, il corpo esanime di Murat venne riposto in un baule di taffetà nera. Poi fu sepolto nella chiesa matrice di Pizzo. Condoleo, invece, scrisse di una tumulazione un po’ più blanda. Appena il cuore cessò di battere, il cadavere ancora insanguinato venne riposto in una cassa di legno. Successivamente fu trasportato a spalla da dodici soldati diretti alla chiesa matrice dedicata a San Giorgio.

Durante la parata, però, la cassa scivolò dalle mani dei suoi trasportatori aprendosi; mostrando, così, lo smunto volto del re ormai senza vita. Per riparare al danno, i dodici soldati gettarono le spoglie in una fossa comune. Tranne che per alcuni difformi dettagli, le due versioni concordano nell’indicare la chiesa matrice come luogo di sepoltura. Oggi una lapide posta sul pavimento della navata centrale, indica la chiesa come luogo di sepoltura.

Il fantasma di Gioacchino Murat all’interno del castello
A rinvigorire il suggestivo abito cucito addosso al controverso antesignano del Risorgimento europeo, la leggenda secondo cui il suo insanguinato cadavere si aggiri ancora tra le segrete del castello aragonese gridando vendetta. Una buona dose di testimoni è pronta a giurare di aver udito agghiaccianti strepiti di catene e sinistri sospiri tra le mura della fortezza. Che l’irruento generale abbia conservato il suo concitato spirito anche nell’oltretomba e non si sia ancora arreso alla sua terribile fine terrena?
(Foto Wikipedia)





