Si è da poco concluso, con un seguitissimo concerto al conservatorio Marcello di Venezia, l’importante concorso violinistico del premio Malanotte. Un’ occasione per ripercorrerne la storia con il suo attuale responsabile. Il conservatorio Benedetto Marcello è da sempre il punto di riferimento per chi studia Musica a Venezia. Nato nel 1876 come società di concerti e scuola di musica col nome “Società e Scuola musicale Benedetto Marcello”. Nel 1915 diventò “Liceo civico musicale pareggiato Benedetto Marcello”. Nel 1940, quand’era direttore Gian Francesco Malipiero (famoso anche come musicista), prese la denominazione attuale di conservatorio di Stato.
Il Benedetto Marcello, la storia di una “Scuola Musicale” nata nel 1876
Ha avuto tra i suoi direttori anche altri musicisti noti, come Ermanno Wolf-Ferrari o Gabriele Bianchi. La storica sede veneziana è il seicentesco palazzo Pisani, dietro a campo santo Stefano, dove sono ospitati i vari dipartimenti (ognuno specializzato in uno strumento o area di studio), le molte sale prove e diversi spazi per concerti. In tempi recenti si sono aggiunti, agli insegnamenti più tradizionali, anche corsi di musica jazz ed elettronica.
Negli ultimi anni il numero degli studenti è stato sempre di poco al di sotto dei 500, limite che è fisiologicamente difficile da superare, per via degli spazi. Il corpo docente consta di una novantina di docenti in organico per i corsi di strumento classico, come quelli a fiato (flauto, clarinetto, fagotto, corno, tromba, trombone), a percussione, l’arpa, il pianoforte, l’organo, quelli ad arco (violino, viola, violoncello, contrabbasso), gli strumenti antichi (classi di flauto dolce, viola da gamba, violino barocco, viola, liuto e clavicembalo). Ci sono poi le classi di composizione, di musica elettronica, di jazz (pianoforte e canto, batteria e chitarra elettrica) e infine i corsi di canto. Dal novembre 2020 il direttore è il veneziano Roberto Gottipavero.

Come musicista ha affiancato allo studio del pianoforte quello per la direzione d’orchestra. Terminati gli studi nel conservatorio veneziano, si è perfezionato in duo pianistico, portandolo ad affermarsi a livello internazionale. Come direttore d’orchestra, ha collaborato con diverse orchestre e diretto anche alla Fenice. Come docente ha insegnato Pratica della lettura vocale e pianistica per didattica della musica. Prima di Venezia ha diretto i Conservatori musicali di Adria e Castelfranco Veneto, che ha ampiamente rinnovato. Al Benedetto Marcello ha avviato o incrementato collaborazioni con varie istituzioni come le Fondazioni di Venezia, Levi, Luigi Nono o enti come Fenice, Biennale e Comune.
Professor Gottipavero, quali sono al giorno d’oggi i profili di chi lo frequenta, tra coloro che vogliono un titolo per insegnare, chi vuole suonare professionalmente o semplicemente imparare a suonare uno strumento “per passione”?
Nella fotografia dei frequentatori intesi come studenti va valutato il “prima della riforma” e il “dopo la riforma”, che è avvenuta attraverso una legge (la 508 del 1999) che a partire dei primi anni del 2000 ha trasformato i conservatori, che precedentemente avevano delle regole fissate da leggi degli anni Trenta, con programmi di studio e regole che determinavano un certo tipo di frequenza.
I nuovi corsi riguardano il percorso accademico, che si esplica principalmente nei diplomi accademici di primo e secondo livello. Questo ha portato un’utenza degli studenti che invece che arrivare per la maggior parte in età scolare (dai 10 anni in su) arrivano dopo aver acquisito la maturità; quindi dai 18 anni circa. Poi ovviamente non sono spariti i corsi del periodo precedente, ne abbiamo di propedeutici ai corsi accademici e anche di formazione di base. Per i due terzi abbiamo studenti italiani, e molti stranieri (il 23 %), che frequentano il conservatorio per i corsi accademici. In ragione del canto abbiamo tantissimi studenti da paesi orientali, soprattutto dalla Cina, che popolano con talenti notevoli le nostre classi di canto.
Si dice che lei abbia letteralmente “rimesso a nuovo” i conservatori che ha diretto prima di Venezia, può spiegare in che modo e se il rinnovamento a Venezia è più o meno difficile?
E’ un’istituzione che ho conosciuto nel passato, avendoci studiato ed essendomi diplomato nel 1983 e quindi quando sono arrivato ho trovato un conservatorio profondamente trasformato e rinnovato. In questo periodo non erano ancora finiti gli effetti nefasti del Covid e ho trovato una certa difficoltà a rimettere in moto il conservatorio. Con la mia azione di governo che avevo presentato ho voluto occuparmi sia dell’aspetto legato alla didattica che alla produzione, per arrivare alla ricerca, visto che gli strumenti normativi ci hanno dato la possibilità di attivare in autonomia il dottorato di ricerca con un corso sulla musica e performances. Una delle prime cose è stata anche quella di rinnovare i piani di studio, per renderli un pochino più agili e competitivi, per mettere gli studenti in grado di sfruttare al meglio il tempo che passano qui.

Le discipline sono tante, ma il periodo si è accorciato: uno studente che faccia un percorso accademico completo passa con noi 5 anni. Per la parte della produzione un direttore può fare quello che il corpo docente può mettere a disposizione per fare le produzioni e il corpo docente è assolutamente di altissimo livello. Quindi abbiamo ripreso tantissime attività concertistiche. Abbiamo introdotto due stagioni concertistiche degli studenti, una invernale e una estiva. Abbiamo ripristinato il concerto che si teneva annualmente in passato con i nostri solisti e la Fenice. E continuato la produzione di opere sempre con la Fenice. Come per i 700 anni dalla morte di Marco Polo, con un’opera scritta, composta ed eseguita anche in Cina, alla presenza del capo dello Stato Mattarella.
Quanto importanti sono le collaborazioni con le altre istituzioni musicali veneziane, come appunto La Fenice, La Biennale o le varie Fondazioni locali. E quali sviluppi ci potranno essere per le attività esterne del conservatorio?
Ovviamente è importantissimo perché Venezia è ricchissima di istituzioni di altissimo profilo. Come la Biennale, con la quale abbiamo collaborato per la sezione Musica, con partecipazione alle passate stagioni (gestite dalla precedente direttrice Lucia Ronchetti) che ci ha visto partecipare sia nel settore dell’elettronica che nel settore corale. Abbiamo collaborato anche con tante realtà locali, ma sempre di rilievo: con le Scuole Grandi, Gli Amici della Fenice, le Fondazioni Querini, Levi e Nono. Abbiamo poi anche la fortuna di avere degli sponsor che ci danno la possibilità di organizzare premi e borse di studio ricorrenti.
Prima lei citava appunto l’elettronica, poi c’è anche la contemporanea, che sono di casa ormai nei conservatori, oltre al jazz. Alcuni conservatori si stanno spingendo oltre, tenendo corsi sul rock. L’esempio può valere anche per Venezia?
Guardi, io credo che al momento non ci siano le condizioni di poter aprire ai corsi pop al conservatorio di Venezia. Per ragioni storiche, per ragioni anche di opportunità e anche per ragioni di spazi. Perché sicuramente per certe discipline bisogna avere degli spazi congegnati in maniera più moderna. Noi abbiamo un conservatorio che è il più bello in Italia e forse anche nel mondo. Però ha degli spazi che non sono congeniali per certi tipi di linguaggi e anche l’utenza viene a Venezia perché è interessata dalla musica antica, è interessata dalla musica contemporanea. L’aspetto anche del jazz adesso ha preso sicuramente piede perché è gestito da un docente molto bravo che si è dato molto da fare in questi anni, credo che almeno in quello che sarà alla fine della mia gestione non ci saranno le condizioni per attivare altro.
Nel programma per il suo secondo triennio alla direzione c’è anche il progetto “Venezia città Campus”. La cultura può essere uno dei modi per rendere la città meno dipendente dalla monocultura turistica?
Questo è un progetto legato a Venezia Capitale Mondiale della Sostenibilità, che ha costituito una fondazione. Il suo presidente, Renato Brunetta, vede le quattro istituzioni accademiche, quindi conservatorio, accademie di Belle Arti e poi Iuav e Ca’Foscari, partecipi in questo progetto. Prevedo però che questo progetto avrà tempi piuttosto lunghi di realizzazione. So che se ne sta occupando Iuav, ovviamente essendo l’Università deputata, a stendere progetti di architettura. Quindi stiamo cercando di trovare soprattutto chi potrà finanziare questi lavori, oltre magari a qualcosa che anche i ministeri potranno mettere in campo.
In conclusione torniamo a Roberto Gottipavero musicista: come pianista si è perfezionato ed affermato in duo pianistico. Cosa le piacerebbe realizzare come pianista e come direttore d’orchestra?
Allora, diciamo che mi fa piacere questa domanda perché sono stato formato proprio in questo conservatorio per lo studio di composizione di pianoforte. Quindi i miei esordi sono come compositore di piccoli lavori cameristici. Come esecutore pianistico ho frequentato come duo pianistico per diversi anni, anche realizzando delle trascrizioni che dopo andavamo a eseguire con i miei collaboratori. Ne ho avuti principalmente due, il maestro Francesco Erle e il maestro Jeremy Norris, che mi hanno accompagnato in diversi concerti e anche concorsi. Ho affiancato anche il genere della trascrizione, trascrivendo opere orchestrali in versione di duo pianistico.
Ahimè, negli ultimi 10 anni in cui sto facendo il direttore, 5 qui e 5 nel conservatorio precedente, gli impegni mi hanno portato via tantissimo tempo per lo studio. Naturalmente spero anche di tornare a dirigere l’orchestra. Anzi sicuramente ci sarà qualcosa in vista delle celebrazioni del 150esimo anniversario della Fondazione del Conservatorio nel 2026-27. Quindi penso di poter dare il mio contributo anche in questo senso.