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A tu per tu con una psichiatra: tra sogni, inconscio e ipnosi

Intervista alla psichiatra Maria Signorelli, a cura di Lisa Luna Platania, studentessa della Scuola Biennale di Scrittura e Storytelling di Viagrande Studios per il progetto a tu per tu con gli eroi di tutti i giorni

Le sfaccettature dell’animo umano sono come i colori: opache e brillanti, capaci di mischiarsi per muovere altri pezzi del “puzzle” che compone la nostra insidiosa mente. Cosa succede quando lo studio accurato di quelle stesse sfaccettature diventa una professione? La psichiatra catanese Maria Signorelli ha dato voce alle nostre curiosità durante un incontro con noi studenti della Scuola Biennale di Scrittura e Storytelling di Viagrande Studios. 

Come si diventa psichiatri e quali percorsi di studi si devono intraprendere?

«Per diventare psichiatra occorre essere laureati in Medicina e Chirurgia e poi si frequenta la scuola di specializzazione in Psichiatria. Diverso è invece il percorso di formazione per psicoterapeuta: in Italia occorre essere medici o psicologi e frequentare una scuola di specializzazione in Psicoterapia. Esistono diversi tipi di scuole di psicoterapia, ad esempio ad indirizzo psicoanalitico, cognitivo-comportamentale, gestaltico, ecc.». 

Lo/a psichiatra deve sempre mantenere lucidità nell’ambiente di lavoro. Mi chiedo se sia facile evitare di lasciarsi travolgere dalle emozioni. Si è mai ritrovata in difficoltà in seguito a un momento di debolezza? Quanto bisogna essere psicologicamente forti per intraprendere questa professione?

«La professione di psichiatra ci sottopone chiaramente a situazioni ad alto contenuto emotivo in cui abbiamo a che fare con il forte disagio del paziente, per cui non è facile interagire in maniera neutra. Per questo motivo la scuola di Psicoterapia offre una formazione anche personale, non solo tecnica. Ciascuno di noi affronta nella propria vita situazioni determinate dal ‘controtransfert’, situazioni cioè in cui reagiamo in modo complementare alla condizione dell’altro, vuoi per empatia o per la percezione del disagio.

Ascoltare una storia di violenza, di grave stress, un tentativo di suicidio o il racconto della morte di una persona casa fa emergere anche le nostre emozioni legate alla drammaticità dell’evento, non solo quelle dell’altro. Ecco perché nelle scuole di formazione gli psichiatri lavorano prima di tutto sulle proprie dinamiche interne, per evitare che vengano proposte o riproposte ai pazienti. Per i casi più problematici, è importante poter chiedere una supervisione al caso trattato. Il lavoro in team consente di gestire meglio le dinamiche emotive e di sfuggire al rischio di cadere in una condizione di solitudine del terapeuta di fronte a casi in cui la sofferenza del paziente è dilagante». 

Nell’aula di Viagrande Studios i pensieri di noi studenti cominciano, quindi, a concentrarsi in una sfera invisibile pregna di emozioni: ascoltare una figura così professionale riesce in un attimo a far rimbalzare la curiosità di parete in parete, spingendoci a formulare nuove domande. «Il ruolo dei sogni da sempre mi ha affascinata» dico, e chiedo:

La psichiatra catanese Maria Signorelli incontri gli studenti di Viagrande Studios
In classe la studente della Scuola Biennale di Scrittura e Storytelling intervista la psichiatra catanese Maria Signorelli

I sogni raffigurano fondamentalmente il nostro inconscio, ma cosa succede quando il paziente non riesce a sognare? Quali altri modi si attuano per far risalire in superficie quei ricordi importanti che vengono oscurati o volutamente rimossi in seguito ad un trauma?

«A quanti di voi è capitato di non riuscire più a sognare? La verità è che il sogno è sempre presente e non si allontana mai da noi, solo che non lo ricordiamo.» Afferma la dott.ssa Signorelli, chiarendoci il dubbio.

«I sogni hanno affascinato da sempre gli studiosi del mondo psichico. In ambito psicoterapico i sogni del paziente diventano materiale di lavoro per la terapia stessa. Da un punto di vista medico è importante sapere se il paziente sogna o meno perché indica il grado di difficoltà di inibizione. L’essere umano è capace di sognare sempre, solo che a volte non lo ricorda. Il sogno avviene durante la cosiddetta fase R.E.M. del sonno, che ci consente di avere accesso a una serie di vissuti e di immagini. Succede, tuttavia, che molte persone che soffrono di depressione non riescono a sognare o, perlomeno, non lo ricordano. Man mano che la psicoterapia procede il paziente riprende a ricordare i propri sogni. Anche dal punto di vista farmacologico l’aiuto di antidepressivi permette al paziente di ristabilire un ritmo fisiologico del sonno.

Ciò che ritengo di fondamentale importanza è l’emozione che il sogno porta con sé. Il contenuto del sogno può essere criptato o pieni di residui diurni, ma l’emozione è chiara e diviene la chiave di lettura più importante. Pertanto, il paziente può non ricordare un sogno ma al risveglio sente sempre un’emozione. E partendo da questa lo psicoterapeuta può lavorare in terapia. 

“Il paziente può non ricordare un sogno ma al risveglio sente sempre un’emozione. E partendo da questa lo psicoterapeuta può lavorare in terapia” 

Quando ci troviamo in presenza di un trauma possono esserci diverse possibilità terapeutiche, una tecnica molto importante è l’EMDR. Questa tecnica è basata su stimoli di tipo neurale che consentono di lavorare nello specifico sull’evento traumatico trasformandone la percezione. Alla fine degli anni ’80 la neurologa statunitense Francine Shapiro, durante una delle sue passeggiate al Central Park, osservò alcune persone giocare a tennis mentre era assorta nei propri pensieri. A un certo punto notò che, seguendo con gli occhi il movimento della pallina da un lato all’altro del campo, il ritmo dei pensieri cambiava. Dopo questa osservazione iniziò quindi a lavorare agli stimoli bilaterali, che siano visivi, tattici o acustici.

Cosa scoprì? Nell’organismo sottoposto a una dinamica bilaterale si attivano le aree cerebrali che collegano i due emisferi. Sono gli stessi circuiti che si attivano nella fase R.E.M., consentendo quindi di elaborare o rielaborare una condizione traumatica, e di accedere alle parti molto profonde che sono state in qualche modo sconvolte dall’evento o da una serie di meccanismi di difesa». 

La tematica del sogno può trasformarsi in valido materiale non solo in ambito medico ma anche per noi scrittori. Il sogno talvolta è come un pulcino dentro il guscio dell’uovo: lotta per uscire, per far riemergere i pezzi nascosti del puzzle intricato che è la nostra mente, spesso per avvertirci di qualcosa che i nostri occhi non sempre riescono a vedere.

Gli studenti di Viagrande Studios con la psichiatra catanese
In classe la studente della Scuola Biennale di Scrittura e Storytelling intervista la psichiatra catanese Maria Signorelli

Cosa ne pensa da psichiatra dell’ipnosi? È capitato che questa tecnica non andasse a buon fine? Se sì, come mai?

«È una pratica che mi affascina molto, sebbene nella quotidianità clinica non viene quasi mai attuata. Il modello più moderno di ipnosi è quella ericksoniano, che non comporta uno stato ipnotico totale ma viene indotto principalmente dalle parole del terapeuta. L’ipnosi è molto efficace in determinate situazioni, tuttavia è possibile lavorare con molti altri modelli in cui la persona ha più consapevolezza di quello che accade. Torniamo alla pratica dell’EMDR: qui si chiede al paziente di rievocare l’evento traumatico e di seguire il flusso del pensiero dicendo alla persona di lasciar andare.

Di solito affiorano nella mente contenuti che il paziente non immaginava, come il ricordo di scene precedentemente rimosse perché legate alla memoria traumatica.>> continua la nostra psichiatra <<Rispetto all’ipnosi, quindi, l’unione di aspetto cognitivo e aspetto emozionale dà la possibilità al cervello di formulare un cambiamento intrappolato nell’impotenza, nella negatività, nel pericolo e nella rabbia. Questo passaggio diventa, in seguito, la chiave evolutiva dell’operazione». 

Sarebbe stupendo sorreggerci solo con le nostre gambe, ma non sempre possiamo cavarcela da soli

Lasciar andare. Quante volte è capitato di sentir pronunciare questa frase? E quante volte abbiamo provato, fino allo stremo, ad allontanare tutte le dinamiche e i pensieri nocivi e logoranti, senza successo? Ebbene, in tal caso è opportuno non considerarlo un fallimento: sarebbe stupendo sorreggerci solo con le nostre gambe, ma come sappiamo l’essere umano ha le sue forze e le sue debolezze, e non sempre possiamo cavarcela da soli. In questo, l’aiuto psicologico ci viene incontro, come una mano gentilmente protesa.

Un paziente psicotico ha la tendenza ad avere un’immagine completamente distorta della realtà. Per un soggetto che potenzialmente dice solo le sue verità, come si può scavare nell’inconscio e creare un netto contrasto tra realtà e finzione? È obbligatorio attuare una terapia farmacologica, oppure esistono altri metodi ugualmente efficaci?

«Alla psicosi appartengono diverse patologie, la più rappresentativa è la schizofrenia, ma esistono anche numerose situazioni indotte da sostanze, una problematica attuale sempre più emergente. Quando il paziente è in condizione psicotica può avere episodi “di delirio” e il nostro lavoro psichiatrico dipende dalla gravità della malattia. Se siamo nella fase iniziale (di atmosfera delirante) possiamo lavorare sia con la farmacologia che con le sedute psicoterapiche. Quando il delirio è strutturato il farmaco diventa fondamentale per aiutale il paziente a venir fuori dalla condizione acuta. La somministrazione dei farmaci, insieme al lavoro psicoterapico, ha l’obiettivo di eliminare o quantomeno contenere al massimo il delirio». 

La pandemia ha messo a dura prova la psiche di molte persone. In base alle sue esperienze, quale disturbo che si è sviluppato maggiormente, soprattutto tra i giovani, in seguito ai continui isolamenti? E perché?

«È un tema attuale e scottante. Il Covid, così come la guerra in Ucraina, sta generando problematiche che sfociano a volte nella comparsa di acute condizioni psicopatologiche. Abbiamo assistito a una serie di malesseri e disagi e ho lottato affinché durante il periodo pandemico rimasse operativo l’ambulatorio per l’Adolescenza al Policlinico di Catania. Purtroppo abbiamo registrato un aumento esponenziale delle richieste d’aiuto e anche delle richieste di ricovero. La metà della degenza era costituita da ragazzi di 18/20 anni. Due decenni fa era rarissimo ricoverare giovani di quest’età, e questo dice molto sulla situazione di grande disagio che è scoppiata. Nella maggior parte dei casi si tratta di condizioni ansioso-depressive, tentativi di suicidio, aumento di disagio e ritiro sociale.

“Abbiamo vissuto tutti una condizione di deprivazione importante”, dice la psichiatra catanese Maria Signorelli

I fattori di rischio sono legati all’isolamento relazionale, alle difficoltà scolastiche, alla perdita del lavoro, e all’incremento di conflitti intrafamiliari. Durante la fase pandemica sono aumentate le violenze domestiche o comunque le situazioni di conflitto. La permanenza forzata nello stesso luogo ha accentuato problematiche in parte già esistenti. La dipendenza da internet e dai cellulari ha creato una situazione di distacco dalla realtà, per questo la parte più difficile è stata il “ritorno”. Molti studenti hanno avuto difficoltà a tornare alla didattica in presenza, oltre a comportamenti autolesivi. In base agli studi che abbiamo condotto la condizione di pericolo causata da un nemico invisibile ha provocato ansia e insicurezza. Esperimenti scientifici condotti sui topi hanno dimostrato che dopo 20 giorni di isolamento le attività cerebrali degli animali si riducevano notevolmente. Quindi abbiamo vissuto tutti una condizione di deprivazione importante». 

Ascoltare la dott.ssa Signorelli per noi studenti della Scuola Biennale di Scrittura e Storytelling di Viagrande Studios è stata occasione di grande spunto per altre domande. A dimostrazione che non c’è mai fine alla sete di conoscenza. Concludo il racconto dell’intervista con una citazione dello psichiatra Vittorino Andreoli: «Lo psichiatra non ricostruisce la grandezza, ma sempre e soltanto la fragilità. È come se amasse le caratteristiche dell’uomo fragile, non quelle dell’onnipotente, del forte; semmai la forza è in quella insufficienza, in quella consapevolezza di potersi rompere, come un vaso “segreto”: solo se si rompe esce qualcosa di sconosciuto e di prezioso».

intervista a cura di Lisa Luna Platania, studentessa della Scuola Biennale di Scrittura e Storytelling di Viagrande Studios

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