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Architettura e cinema si incontrano alla Mostra attraverso lo “sguardo”

Lo sguardo è l’arte che ti consente di vedere cose che non si vedono. Ed è una scelta, perché esiste una differenza tra vedere e guardare. E’ partito da queste riflessioni l’appuntamento, nella Sala Incontri dell’Hotel Excelsior del Lido, nell’ambito dell’82. Mostra del Cinema di Venezia, dedicato all’Architettura dello sguardo. Occasione per mettere in dialogo due arti, l’architettura e il cinema. A partire dall’esperienza del Padiglione della Santa Sede, quell’Opera Aperta che ha sede da maggio nel complesso di Santa Maria Ausiliatrice a Venezia nel sestiere di Castello. Un’esperienza artistica della Biennale Architettura che è una storia work in progress. Dove si vuole mettere al centro dello sguardo (è il caso di usare questo termine) l’idea di prendersi cura, conoscere, rispettare, riparare tutte le crepe. Con la finalità di lasciare qualcosa che sia anche vivere.

Il cinema una palestra di educazione allo sguardo

Fra gli ospiti dell’incontro, moderato dalla giornalista Elisabetta Soglio,  Sua Eminenza Cardinale José Tolentino de Mendonça, Prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede. Il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco. I registi francesi Ila Bȇka e Louise Lemoine.  Giovanna Zabotti e Marina Otero Verzier, curatrici del Padiglione. “Se la Mostra del Cinema è una palestra di educazione allo sguardo – ha introdotto don Davide Milani, presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo – questa è la sede migliore per una riflessione che allarghi lo sguardo, mettendo in dialogo la Biennale e la Santa Sede. L’arte ci raduna”. Per il presidente Buttafuoco “La Biennale è un caso unico di sguardo e di transito verso il futuro, una bottega aperta, una semina lenta. E la Santa Sede si può consentire orizzonti di coraggio permettendoci di guardare oltre quello che vediamo”.

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Il Padiglione della Santa Sede alla Biennale Architettura

Lo sguardo – ha detto il cardinale José Tolentino de Mendonça – può essere una soglia, un punto di incontro e di responsabilità nei confronti del mondo. Le curatrici hanno visto nelle imperfezioni dell’edificio che ospita il Padiglione le imperfezioni della storia. Le ferite del mondo sono una responsabilità di tutti. Auspico che l’arte tutta possa disarmare i cuori”. L’intervento nel Complesso di Santa Maria Ausiliatrice è stata un’opera di “riparazione curativa”, così le due curatrici Giovanna Zabotti e Marina Otero Verzier, che hanno ricordato come i visitatori del Padiglione possono partecipare attivamente all’opera artistica. Per esempio attraverso la musica grazie agli strumenti presenti . “E la musica – hanno aggiunto – diventa un punto di incontro, per tutti, in quello che è un cantiere aperto”. Che non si nasconde, come usualmente avviene per i cantieri, ma che si rivela, raccontando ciò che si sta facendo per restituire quella struttura alla comunità.

In chiusura, la proiezione di due documentari di Ila Bêka e Louise Lemoine hanno “raccontato” la centralità dell’uomo nell’architettura e il suo rapporto con lo spazio.

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