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Conversazione con un seminarista: la forza di una scelta

Intervista al giovane seminarista Salvatore Virgillito, a cura di Gabriella Tomarchio, studentessa della Scuola Biennale di Scrittura e Storytelling di Viagrande Studios per il progetto a tu per tu con gli eroi di tutti i giorni

Salvatore Virgillito è un giovanissimo seminarista, che probabilmente non avrebbe mai pensato di essere chiamato per un’intervista giornalistica. Ha accettato di condividere la sua esperienza con noi studenti della Scuola di Scrittura e Storytelling di Viagrande Studios. L’ha fatto con serenità e disponibilità, mostrando subito di essere a proprio agio e in attesa di sapere quali sarebbero state le domande a lui rivolte. Le mie domande contenevano una grande curiosità personale e la voglia di conoscere il percorso di vita di qualcuno che ha fatto una scelta diversa dalla mia. 

Cosa vuoi fare da grande?” è la domanda che spesso si rivolge ai più piccoli. Cosa rispondevi quando eri bambino?  

«Non rispondevo mai di voler fare il sacerdote, però lo pensavo perché sentivo la chiamata fin da piccolo, nonostante fosse una fra tante altre. Rispondevo spesso di voler fare il medico o l’archeologo, perché mi piacevano la storia e la geografia. Il sacerdozio è sempre stato nel mio cuore ma non lo confidavo, e non perché mi vergognassi, piuttosto perché preferivo custodire il mio pensiero. D’altronde un bambino, pur avendo le idee chiare, deve poter maturare le proprie decisioni sul futuro. Tuttavia, più crescevo e più cresceva in me la consapevolezza, il desiderio, la spinta verso il sacerdozio. La mia infatti è una tra le vocazioni più giovani, ho 21 anni e all’interno del seminario sono il più piccolo. Ho comunque vissuto l’infanzia e l’adolescenza normalmente: la scuola, il liceo classico, gli amici e naturalmente la parrocchia». 

Salvatore Virgillito, giovane seminarista di Catania
Intervista a tu per tu Salvatore Virgillito, giovane seminarista di Catania

Quando hai fatto la tua scelta di diventare seminarista hai trovato subito l’appoggio della tua famiglia e dei tuoi amici?

«Non capita tutti i giorni che un figlio o un amico entri in seminario per diventare sacerdote, quindi mi aspettavo possibili incomprensioni. Con mia grande sorpresa non è stato così. Ho trovato subito l’appoggio dei miei genitori, anche se sono l’unico figlio maschio della famiglia e al papà un po’ dispiace (sorride, ndr). Hanno sempre voluto il mio bene e mi hanno sostenuto. Mi vedono felice e dunque sono felici anche loro. 

Anche la reazione degli amici è stata per me inaspettata, perché non erano affatto sorpresi. Per loro la mia era una scelta naturale. Mi hanno detto che “certe cose si capiscono” e che quando si è innamorati non c’è bisogno di spiegare, proprio come accade a chi ha gli occhi a cuoricino per una ragazza o un ragazzo. Gli amici più lontani dalla Chiesa inizialmente non hanno condiviso la mia scelta perché, a loro parere, implica dei limiti come quelli di non sposarsi o avere figli (in realtà questi non sono affatto limiti). Alla fine ho comunque avuto un loro sostegno». 

Noi laici abbiamo una forte esposizione alle vite di religiosi attraverso film o serie tv, però forse ci sfugge ancora il motivo profondo per cui persone così giovani come te decidono di dedicare sé stessi alla vita di Chiesa. Decidono di diventare seminarista? Che cosa scatta nella vostra mente? Cos’è la vocazione?

«C’è da chiedersi piuttosto cosa scatta nel cuore, perché è da lì che tutto parte. E cosa può scattare nel cuore? L’amore. L’amore scatta in due giovani innamorati allo stesso modo in cui scatta in un seminarista o in chiunque si senta chiamato dal Signore. Perché i giovani s’innamorano? Ho sentito diverse risposte nel corso della mia vita, spesso tutte legate all’esteriorità. In realtà non ce lo sappiamo spiegare, perché è amore e basta. Lo riconosci ma non lo sai esprimere in maniera completa. Quando ti innamori dai amore e a tua volta ricevi amore dalla persona amata, se corrisponde.

Nel caso di un seminarista, o di qualcuno che sente la vocazione, avviene una cosa simile: ci si sente amati dal Signore in una maniera tanto straordinaria che si sente l’esigenza di ricambiare. Si può far finta di non sentire, ma ad un certo punto non si può più ignorare, perché è più grande di tutto, più grande di noi stessi. Per vocazione s’intendono diverse cose però qui posso rispondere che chi segue la propria vocazione corrisponde quest’amore. Tutti abbiamo una vocazione, specifica per ognuno di noi, e poi abbiamo la “vocazione” per eccellenza: la santità. Tutti siamo chiamati alla santità e ad arrivare a Dio in questo processo che è la nostra vita. Io sono chiamato alla santità attraverso la strada del sacerdozio, voi siete chiamati alla santità attraverso la strada del matrimonio, ad esempio, o del lavoro, o dello studio.

La luna brilla della luce del sole, allo stesso modo il sacerdote riflette Cristo nella propria vita

Nella mia esperienza, specialmente quella di volontario parrocchiale della Caritas, ho visto da vicino le sofferenze di tante persone e mi sono reso conto di quanto, per questa gente, l’aiuto, l’ascolto e il sostegno psicologico e spirituale sia importante più della busta della spesa. Vivendo queste realtà ho sentito forte la presenza del Signore nel fratello povero e dunque il suo richiamo. La mia è una vocazione giovane, altri fanno questo percorso in età più avanzata. La nostra comunità di Catania, ad esempio, è abbastanza variegata: i seminaristi hanno dai 21 ai 43 anni». 

Viagrande Studios: gli studenti del biennio della scuola di scrittura con il seminarista più giovane di Catania
Viagrande Studios: gli studenti del biennio della scuola di scrittura con il seminarista più giovane di Catania

Riprendo il tuo accenno al sostegno alle persone, quindi alla comunità. Mi chiedo quale sia il ruolo di un prete, o comunque di un uomo di Chiesa, in una società profondamente diversa rispetto al passato?

«Credo che sia lo stesso da sempre. Il sacerdote indica Cristo come fa San Giovanni Battista, il quale viene rappresentato con il dito puntato verso Gesù. La missione principale di un sacerdote è indicare Cristo alla gente. È vero che il mondo di oggi è diverso rispetto al passato, ma alcune caratteristiche dell’umanità esistono da secoli. Oggi viviamo la pandemia, il conflitto in Ucraina, e il rischio è che tutto ciò possa portare alla perdita di valori e di punti di riferimento. Oggi, come in passato, il sacerdote ha lo stesso compito: indicare Cristo all’uomo. E questo lo fa non soltanto attraverso le proprie predicazioni, ma soprattutto con il proprio esempio.

La luna brilla della luce del sole, allo stesso modo il sacerdote riflette Cristo nella propria vita. La Chiesa non va considerata lontana da noi e dalla nostra vita, perché la Chiesa è costituita da noi stessi. Io come seminarista, voi come studenti, ognuno di noi, se crede autenticamente, può e deve portare Cristo all’uomo di oggi. I punti di riferimento vanno individuati nella Chiesa viva e concreta, quella che Gesù ha proposto e che si basa sul sostegno, sull’aiuto e sull’evangelizzazione».

Rispetto a quello che viviamo oggi la visione delle persone di Chiesa è ottimistica o pessimistica?

«Beh, credo che sia meglio dire “Qual è la nostra visione”». 

Salvatore qui fa una pausa, sorride e rivolge lui una domanda a noi studenti. «Siete cristiani?» ci chiede. Qualcuno afferma di avere un rapporto complesso con la religione, e ne nasce un interessante confronto di opinioni. Il giovane seminarista riprende la parola e afferma:

«Vi ho fatto questa domanda perché la Chiesa è un’unica realtà, un’unica famiglia, e tutti noi ne siamo parte. Non dobbiamo avere una visione pessimistica della realtà perché, se guardiamo con gli occhi di chi non crede, si vedono spesso solo gli aspetti negativi. Di certo sono aspetti oggettivi che vedono anche i credenti, però è utile guardare sempre oltre quello che ci appare. L’apparenza è drastica: la guerra, i bambini che muoiono, la gente che soffre; ma la fede ci viene in aiuto. Per questo è importante avere la fede in Dio e la fiducia negli uomini. La sola fede in Dio può comportare la chiusura in sé stessi e allontanare gli altri, e quindi è importante avere anche fiducia negli uomini. Credo che tutti noi dovremmo avere questa duplice fiducia, per andare avanti e vivere il nostro oggi». 

intervista a cura di Gabriella Tomarchio, studentessa della Scuola Biennale di Scrittura e Storytelling di Viagrande Studios

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