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“Il Friuli non dimentica. E ringrazia”


Il Giro si scopre amato a Gemona e dintorni

Nel 2026 cade il cinquantenario dell’”Orcolat”, l’Orcaccio: ovvero il terremoto del 6 maggio 1976, che causò quasi mille morti (400 soltanto a Gemona) e la distruzione di interi paesi. I superstiti e i loro discendenti hanno saputo annullare 29.000 miliardi di Lire di costi per la rinascita.  E tra un anno cadrà il Centenario della morte (proprio a Gemona del Friuli) di Ottavio Bottecchia, primo italiano a vincere il Tour de France nel 1924.

1976-2026.
Il Friuli non dimentica.
E ringrazia.

E’ trascorso mezzo secolo da quando il terremoto in Friuli (6,5 della scala Richter) del 6 maggio 1976, il quinto in ordine di vittime, si inchinò ad un amarissimo destino e perse 965 corregionali per gli sconquassi con epicentro Gemona: 990 morti, 90.000 sfollati sulle sponde dell’Adriatico.

Il Giro d’Italia tributerà sabato 30 maggio renderà omaggio alle circa 400 vittime della sola  Gemona e l’intero territorio con una tappa che scatterà proprio da Gemona del Friuli per arrampicarsi a Piancavallo, affrontando quella montagna due volte prima della passerella finale dell’indomani a Roma.

Da quelle parti, il Giro passò anche nel 1977 per sottolineare la vicinanza dell’intera Italia a quella gente così drammaticamente colpita da un evento, che è considerato il quinto nella penisola per le vittime causate e dunque ben lontane dalla cifra record di 90.000 di Messi-Reggio Calabria del 1909.

E vi ritornò per una tappa partita dalla vicina Austria (Sillian) nel 2026 per il trentesimo triste compleanno. Si impose il tedesco Stephan Schumacher sul veneto Marzio Beuseghin, che così non riuscì nell’intento di portare in mostra ai suoi amatissimi asini la corona del vincitore. A quel tempo sull’ammiraglia rosa c’era il sottoscritto, senza mai mettere la testa fuori dal tettuccio dell’auto aperto perché – si sa – preferisco essere piuttosto che apparire come i miei predecessori e, purtroppo, anche i successori.

Siamo tornati a Gemona per un evento promosso da Walter Delle Case, ex professionista della bicicletta, che all’inizio degli Ottanta, denunciò la sudditanza da Francesco Moser e Giuseppe Saronni dell’intero gruppo del ciclismo italiano. Li chiamò “Gli Sceriffi” e ne aveva ben donde, considerato che – dopo il blitz vittorioso di Cles in Val di Non – si sentì dire da uno dei due…: “Non vincerai mai più una corsa”. Così era stato apostrofato dall’enfant du pais Francesco, che avrebbe voluto conquistare quella Cles, terra madre più in là nel tempo di un altro campione del mondo (Maurizio Fondriest).

Siamo tornati a Gemona, si diceva, per vivere alcuni momenti indelebili nella città cui siamo legati da sempre. Perché?

  • Appena 21enne e alla ricerca di un incarico in campo giornalistico venni precettato come “abusivo” – il contemporaneo free-lance… – per dare una alla redazione di un quotidiano importante per via del fatto che quel 6 maggio alle 21:00’:12” il Friuli era sprofondato nel dramma. Ricordo come fosse ora quella telefonata a una delle caserme dei Carabinieri dove attingere notizie e la risposta che il piantone dall’altra parte del cavo fece rimbalzare all’interlocutore di Milano: “C’è stato un terremoto. Una camionetta con due colleghi è uscita dalla caserma, ma è rientrata quasi subito perché la strada non c’è più”. E se non cera più la strada asfaltata in orizzontale, chissà che ne è delle case che sono costruite in verticale, si pensò. Un disastro.
  • Di tanto in tanto abbiamo sentire raccontare gli amici e i conoscenti e i conoscenti di Cantù (Como) del volontariato spontaneo chiamato alla ribalta da Gianni De Simone, direttore de La Provincia, che stimolò la generosità dei componenti la Pro Loco, degli artigiani del mobile e delle imprese di costruzione tipo la Mondelli, che corsero in Friuli per edificare e completare – ad esempio – le 30 unità abitative del Villaggio Lario di Oseacco di Resia (provincia di Udine, vallata parallela a quella della Pontebbana che sfianca Gemona) per far rientrare da Lignano almeno un pugno di sfollati.
  • Una volta a cavallo della direzione del Giro d’Italia, con il valido supporto del compianto Enzo Cainero, in quel 2006 volemmo sottolineare il trentennale della strage del Friuli inserendo la terza frazione di valenza storica e commemorativa nelle 21 tappe concepite anche per rinvigorire i doverosi tributi alla memoria degli italiani morti cin quant’anni prima nel in Belgio, a Bois de Cazier, Marcinelle (176 connazionali persi delle complessive 265 vittime) e al 60° della nascita della Vespa (1946), il primo scooter in monoscocca che cominciò a far …. Correre l’Italia al pari delle Fiat 500 e 600.

Tornando in Friuli, ci si ritrova dentro un calderone di sensazioni straordinariamente prepotenti. “Il Friuli non dimentica. E ringrazia”, campeggia ovunque. E’ alla base di ogni pensiero della gente, che grazie al motore del governo quantificato in 500 milioni della vecchia Lira, agli ulteriori 100 milioni avuti dagli americani della Base di Aviano e alla ostinata perseveranza della protezione civile guidata da Giuseppe Zamberletti ha saputo rinascere dalle macerie dell’”Orcolat”, l’Orcaccio, come i locali chiamano il terremoto del 1976, annullando nel tempo l’handicap dei costi quantificabili in 29.000 miliardi di lire!

Cinquant’anni dopo, Gemona e i dintorni appaiono come un angolo di Paradiso. Forse perché il Giro non può essere accolto male, ma le aiuole sono da giorni rigogliose di fori dai petali rosa, le biciclette collocate nel centro delle rotonde spartitraffico sono state ridipinte in rosa, dai balconi e dalle finestre scivolano all’ingiù più drappi rose di bandiere della Regione Friuli-Venezia Giulia con l’aquila d’oro in campo azzurro.

Jonas Vingegaard, il solo campione del lotto del Giro 2026, entrerà in un tunnel rosa come la sua maglia, che soltanto lui potrà perdere considerato che la concorrenza è quel che è… cioè misera. E forse si innamorerà del Friuli-Venezia Giulia che porta sul petto come main sponsor della corsa, tanto da ripresentarsi nel maggio del 2027 per difenderla. Chiusa la parentesi del Triplete Vuelta-Tour-Giro potrà concedersi senza grandi pressioni sul collo a Trieste da dove salperà il Giro numero 110. Chissà…

Tempo al tempo. Di sicuro Gemona tornerà in prima pagina anche nel 2027, considerato che la misteriosa morte di Ottavio Bottecchia – primo italiano della vicina Colle Umberto a vincere il Tour nel 1924, poi fotocopiato nel 1925 – tornerà d’attualità nel 2027, nel Centenario della morte avvenuta proprio all’Ospedale di Gemona dove venne trasportato dai premurosi soccorritori, che lo trovarono moribondo nella vicina Peonis, frazione di Trasaghis. “Botescià” morì il 15 giugno per le ferite riportate dal pestaggio di un contadino che lo sorprese a rubare la frutta o per le bastonate rimediate da un altro contadino cui aveva rubato la moglie? Oppure fu colpito da un malore? Chi lo sa? Il mistero dura ormai da 100 anni. I discendenti locali e gli emigrati del Fogolar Furlans riparati in mezzo mondo custodiscono gelosamente una sciarada che il sottoscritto in “Storie fuori dall’Ordinario” e neppure Claudio Cregori nel suo “Il Corno d’Orlando” abbiamo saputo sciogliere.

Ci riproveremo.

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