Il Monastero degli Olivetani situato nei pressi del complesso cimiteriale di Lecce è un luogo ricco di fascino e mistero. Qui, infatti, il tempo sembra essersi cristallizzato. Il monumento è circondato da un giardino con alberi di agrumi e di noce. Per poterlo raggiungere bisogna percorrere un viale molto lungo ricco di cipressi. Una volta entrati all’interno dell’edificio, si ha la sensazione di essere tornati indietro di ben 8 secoli.
Il Monastero degli Olivetani: la storia del monumento
Nel 1174, il conte di Lecce Tancredi d’Altavilla diede ordine di costruire il Monastero degli Olivetani. Il nobile ordinò anche la costruzione dell’attigua Chiesa dei Santi Niccolò e Cataldo terminata nel 1180. Il monumento fu edificato dove sorgeva l’antica via Appia Traiana che anticamente collegava Lecce a Brindisi. Successivamente, Tancredi affidò il complesso monastico costituito dai due edifici ai benedettini neri. Nel 1494, il re di Napoli Alfonso d’Aragona lo affidò ai monaci olivetani, i quali trasformarono profondamente la struttura preesistente con molti interventi che durarono fino al 1700.
Gli Olivetani rimasero nel convento fino al 1807 quando a causa della soppressione di diversi ordini religiosi da parte di Giuseppe Bonaparte dovettero lasciare il monastero. Da questo momento in poi, il convento perse la sua funzione religiosa e per un breve periodo divenne la sede del Real collegio educativo San Giuseppe, il più importante istituto di studi superiori maschile creato dai regnanti francesi.
Nel 1816 con il trasferimento della scuola nel complesso monumentale di San Francesco della Scala, l’ex monastero venne acquisito dal comune di Lecce. A quel punto, fu usato prima come sede di uffici pubblici e poi nel 1870 come ospizio di mendicità. Poco dopo la fine del fascismo, il monumento cadde in una sorta di dimenticatoio. Nel 1985, l’Unisalento lo restaurò e lo trasformò in un centro culturale. Ad oggi, infatti, all’interno del Monastero è ospitato il Dipartimento di Storia, Società e Studi sull’uomo.
L’architettura del Monastero degli Olivetani
L’esterno dell’edificio
Il Monastero degli Olivetani dal punto di vista architettonico è piuttosto omogeneo nonostante sia il frutto di diversi accorpamenti realizzati in diversi secoli. All’entrata del monastero sono presenti due chiostri rettangolari con colonne in pietra leccese realizzate nel 1559 da Gabriele Riccardi. Nel secondo chiostro è presente un pozzo a baldacchino che si trova proprio al centro ed è attribuito allo stesso Riccardi. Il pozzo è considerato l’elemento architettonico più prezioso del Monastero. Esso è dominato da quattro colonne tortili corinzie decorate in modo fine. Il pozzo che rappresenta il sacramento del battesimo, si pone come una sintesi di tre ordini cosmici: il cielo, la terra e gli inferi.
Il gruppo scultoreo sui piedistalli delle colonne
Sui piedistalli delle colonne, si erige un gruppo di sculture con scene mitologiche. Nel primo piedistallo è rappresentato Nettuno a cavallo di un delfino e con il tridente in mano. Suo figlio Tritone, invece, è nel secondo ed è intento a suonare la buccina, un antico strumento a fiato. La nereide Galatea che è trasportata da un carro a forma di conchiglia è protagonista del terzo piedistallo. In quello successivo, invece, c’è una sirena che simboleggia gli inganni, le passioni ed i desideri. Nel quinto è rappresentato Arione con la sua certa mentre nel sesto è raffigurata Anfitrite insieme ad Atlante.
Nel settimo ci sono le Tre Grazie intente a ballare. Nell’ultimo piedistallo c’è un putto con in mano una coppa intento a cavalcare un festone. Tutte le figure sono legate dall’acqua, fonte di vita e simbolo di purificazione. Al di sopra delle colonne troviamo una cupola ottagonale con 24 melagrane. Questo frutto è l’emblema della Chiesa visto che così come il frutto sotto la sua scorza raccoglie un gran numero di semi, essa raccoglie in un’unica comunità fedeli da ogni parte del mondo. Sulla cupola c’è la mitra, ovvero il copricapo utilizzato dai religiosi.
L’interno dell’edificio
Il monastero, poi, presenta al suo interno un ipogeo profondo 20 metri al quale si accede tramite una scala in pietra. L’ambiente veniva usata come cisterna e ninfeo. Al centro, infatti, vi è una vasca con anelli concentrici per separare l’acqua dalle impurità e poterla poi usare come acqua potabile grazie ad un percorso che la faceva arrivare fino alle cucine. I monaci usavano l’ipogeo come ninfeo, ovvero un luogo in cui trovare ristoro dalla calura estiva.
All’interno ci sono anche due scalinate. La prima e più antica è stata realizzata nel 1500 mentre la seconda risale al 1700 ed è la più imponente delle due. Essa è un vero e proprio scalone monumentale di finto marmo e sulla prima colonnina vi è un putto. Questa scala dà accesso al piano superiore dove su uno dei lati, ci sono gli uffici universitari che un tempo erano le celle dei monaci. Lì, dove un tempo vi erano le cucine, ora c’è un’ampia biblioteca.
Il Monastero presenta due ampi terrazzi settecenteschi dai quali si può godere di una vista mozzafiato. Da qui, è possibile scorgere tre meridiane per misurare il tempo. Delle tre, soltanto una è ben visibile ed ha ancora tutti i numeri con la data 1612. La seconda, invece, ha conservato solo lo gnomone, ossia la parte che alla luce del sole proietta l’ombra sul muro. La terza, poi, è piccolissima e si trova sulla parete della Chiesa dei SS. Niccolò e Cataldo. Infine, si trovano differenti tracce di affreschi raffiguranti episodi di vita monastica e dei dipinti di epoca bizantina.
Le leggende del Monastero degli Olivetani
Il Monastero degli Olivetani non è soltanto un gioiello di architettura, ma anche un luogo ricco di fascino e mistero. Proprio per questo ci sono diverse leggende su questo luogo. Una di queste è davvero curiosa. La leggenda racconta che i padri olivetani che erano benestanti, ad un certo punto si stancarono di doversi svegliare alle 4 del mattino per pregare. I religiosi, a quel punto, fecero un gesto alquanto particolare. Essi decisero di pagare i più poveri padri francescani affinché facessero la levataccia notturna e pregassero al posto loro.
La seconda leggenda che si tramanda da generazione in generazione dice che uno dei monaci del convento, Placido da Otranto, un giorno di inverno si ammalò in modo grave. La sera, d’improvviso, completamente vestita di nero, gli apparve la Morte che lo chiamò a sé. Il monaco, a quel punto, la pregò di lasciarlo vivere, ma lei non volle saperne. Il religioso, allora, le chiese di lasciarlo recitare il suo ultimo Ave Maria e lei acconsentì.
Tuttavia, si accorse che Placido, dopo aver pronunciato la prima parola, non proseguiva nella preghiera e così lo sollecitò a farlo. Il prete, allora, le disse che non poteva, in quanto, per via di un voto può recitare solo una parola all’anno. La Morte, dunque, fu costretta ad andare via sconfitta. Alcuni giorni dopo, il monaco sentendosi meglio scese in giardino a prendere un po’ d’aria.
La Morte lo precedette e su ogni colonna del chiostro, scrisse tutte le parole dell’Ave Maria. Placido, incuriosito, si avvicinò e le lesse incuriosite. Soltanto quando arrivò all’ultima parola si rese conto dell’inganno, ma ormai era troppo tardi. La Morte, infatti, sbucò da dietro una colonna e sorridendo con un ghigno, lo portò via con sé.