Le sue origini italiane, la cultura del suo Paese quanto hanno inciso nella sua carriera professionale?
Posso dire che le mie origini italiane non hanno contato nulla nella mia carriera professionale. Forse, se avessi fatto l’attrice di cinema e di teatro avrei potuto portare in queste realtà molte tematiche legate anche alla mia nazione, alla mia città, cioè Roma, ricca di reperti storici importanti, senza nulla togliere, più in generale, alle ricchezze meravigliose che ha l’Italia. Roma è la “caput mundi”, ha qualche cosa da raccontare in più con tutto rispetto per gli Etruschi. Per quel che riguarda il doppiaggio ho notato che noi Romani riusciamo, più facilmente, a replicare i dialetti delle altre regioni e ad “essere perfetti” in un italiano abbastanza “classico”.
Secondo lei l’Italia è ancora un Paese meritocratico per quel che concerne il doppiaggio? Quali potrebbero essere gli effetti collaterali del non avere persone di qualità in questo settore?
Assolutamente no. Non è tanto il Paese che non rende meritocratico il doppiaggio ma sono le “persone” che lo inzozzano. Noto che al giorno d’oggi, più c’è un progresso, che io in realtà chiamo regresso, più l’arte italiana si infanga, in una maniera davvero scandalosa. Basti pensare al passato. Abbiamo avuto padri del doppiaggio come Emilio Cigoli, Gualtiero De Angelis ma anche il mio stesso nonno, Arturo Dominici. Si tratta di “grandi” che sono stati i fautori di un qualche cosa di innovativo perché il doppiaggio non esisteva, è nato con loro e ci hanno lasciato un’eredità che, alcuni, negli anni ’60 e ’70 hanno portato avanti con grande maestria e grande rispetto per la parola “arte”. Poi, però, dagli anni 2000, in questo settore ho trovato soltanto puerilità, ignoranza, disarmonie vocali, senza parlare degli atteggiamenti. Certamente c’è sempre stata invidia tra colleghi ma mai cattiveria, almeno tra i “grandi” del passato. Attualmente, purtroppo, stiamo sguazzando in una melma che ormai viene gestita da personaggi che sono diventati una specie di lobby, che si assicurano il lavoro a vicenda e, soprattutto, se una persona tenta di introdursi in un contesto recitativo meritocratico e sa di valere, la lasciano fare solo se è disposta a “scendere a compromessi”. Quello che una volta era un “parterre de rois” è diventato un “parterre de m…”, per dirla alla francese. Per quel che riguarda poi gli effetti collaterali del non avere persone di qualità in questo settore credo che, tutto ciò, porti ad una discontinua capacità recitativa che conduce l’attore e, in particolare il neofita, ad una specie di disorientamento perché ci sono troppi corsi di doppiaggio da seguire, anche molto costosi e le nuove leve sono sempre più soggette ad un’articolazione modaiola, a volte anche esagerata tanto da risultare finta.

Mi spiego: oggi vanno tutti di corsa, i nuovi doppiatori spesso si mangiano le parole, in molti film non si capisce una parola, le finali non si sentono mai, a dimostrazione dell’incapacità recitativa che li contraddistingue. Tutto ciò fa sì che ora siamo circondati da tutte voci simili e quindi intercambiabili che servono solo per “economizzare il prodotto lavorativo”. Se si ha una “voce commerciale”, questa può essere collocata dappertutto ed essere spremuta come un limone per avere, da parte dei produttori, la garanzia di andare sul sicuro, senza utilizzare voci nuove che potrebbero, secondo il loro punto di vista, creare problemi ai clienti. Per cui “gli addetti ai lavori” decidono di usare sempre le stesse voci, che a volte anche sbiascicano (facendo sentire anche una romanità che prima non si sentiva), dando quindi un risultato pessimo. Ti assicuro che i doppiatori di oggi, che vanno dai 15 ai 30 anni, sono tutti uguali. Io stento a riconoscerli. C’è stato un vero e proprio involgarimento. Le scuole di doppiaggio danno loro l’opportunità di seguire corsi di dizione e recitazione ma, allo stesso tempo, non li aiutano a crescere perché gli stessi che si fanno pagare per insegnare, sono coloro che, in alcuni casi, non hanno la pazienza di seguirli tutti e quindi su 30 allievi, sì e no, riescono ad inserirsene meno della metà.
Il doppiaggio italiano, la professionalità italiana piace ancora all’estero? Secondo lei quale peculiarità fa sì che si distingua nel panorama internazionale e mondiale?
Sì, il doppiaggio piace all’estero. Sono doppiatrice ufficiale di molti Tv movie sia statunitensi che canadesi e quindi, spesso, mi trovo a fare il mio lavoro su voci di diverse attrici che, da qualche anno, conosco. Una di queste, Ashley Jones, mi dice di essere orgogliosa della “sua voce italiana” e si diverte a pubblicare sul suo profilo i miei video nei quali la doppio. Per quel che riguarda la peculiarità del doppiatore italiano va detto che quest’ultimo, pur di non rimanere solo una voce, è disposto ad emergere anche come attore (soprattutto di fiction) andando in televisione, oppure ad essere preso come attore cinematografico (anche per commediole da due soldi). Fa insomma di tutto pur di farsi vedere. Ti dirò che alcuni di questi “professionisti” ce l’hanno fatta, altri che erano già attori cinematografici o comici si sono buttati nel doppiaggio. Tutte queste persone hanno bisogno di apparire, di farsi notare per quello che c’è dietro la loro voce. Questo bisogno di strafare sta a dimostrare che non sono soddisfatti di quello che hanno potuto donare al cinema, alle serie tv, ai cartoni animati, ecc. Poi ci sono quelli da considerare attori a tutto tondo… ma siamo qui su altri livelli.
Sogna di portare il doppiaggio all’estero? Perché?
Fondamentalmente non saprei come portare il doppiaggio all’estero ma sarebbe bello che al di fuori del nostro Paese si assaporasse la cultura, la poesia, la musicalità del doppiaggio italiano che non ha nulla a che vedere con quello tedesco o quello esagerato giapponese. In realtà, ci sono due colleghe italiane molto famose, una che vive a Parigi e l’altra in Spagna, che lo fanno… ma credo che questo non significhi portare il doppiaggio italiano all’estero. Ad esempio, pensandoci bene, penso che, in parte, Raffaella Carrà sia riuscita a farlo inizialmente quando è andata a lavorare in Spagna.
Lei ha lavorato anche per l’estero. Il doppiaggio italiano, è ancora credibile al di fuori del nostro Paese?
Non saprei rispondere a questa domanda in quanto la credibilità si può costatare solo chiedendo ad uno straniero se ha mai visto “Harry Potter” o “Il signore degli Anelli” doppiato in italiano senza parlare dei ridoppiaggi, altra schifosa piaga del mi lavoro dopo i talent.
Quali sono state le principali difficoltà che ha dovuto superare per diventare una doppiatrice affermata in Italia?
Le maggiori difficoltà che ho vissuto quotidianamente sono dovute ad una tremenda “mafia imprenditoriale” in questo settore che ha portato ad uno sconvolgimento caratteriale di alcuni direttori, schiavi del sistema. Questi ultimi malgrado avessero constatato il mio talento, non mi distribuivano perché non ero ben vista, perché venivo considerata una pazza antipatica, perché dovevano mandare avanti i loro protetti o ancora perché dovevano far passare i raccomandati prima di quelli che avevano studiato magari per 30 anni. Questa è stata la difficoltà: avere a che fare con questa gente. In realtà posso dire che, malgrado tutto questo, sono comunque riuscita a spalleggiarmi per poi arrivare finalmente ad alti livelli. Nel dicembre 2021, infatti, ho vinto il premio internazionale “Vincenzo Crocitti” insieme a Roberto Chevalier, Roberto Pedicini, Luca Ward e Francesco Pannofino. Un riconoscimento che è equiparato dalla Rai e da Mediaset al “Nastro d’argento” e al “David di Donatello” ed è quindi un premio prestigioso.
Secondo lei, il mercato del doppiaggio, le esigenze dei produttori e quelle dei mass media rischiano di impoverire, di ridurre il talento, l’espressività, la spontaneità del doppiatore?
Sì sicuramente tutti questi aspetti rischiano di impoverire i doppiatori e proprio per questo, nelle scorse settimane, è stato indetto uno sciopero da parte della nostra categoria. Tutte queste esigenze hanno portato ad una velocizzazione esagerata delle nostre lavorazioni di doppiaggio. Ci hanno spinto, finora, ad esprimere il nostro talento in maniera non conforme a quelle che sono le nostre capacità se facessimo, invece, il nostro mestiere in maniera più tranquilla. Non c’è più il tempo. Prima potevi provare più a lungo le battute, era possibile avere un riscontro con il collega mentre oggi esistono solo le colonne separate (n.d.r. il doppiaggio di due personaggi presenti all’interno di una stessa scena viene svolto dai doppiatori in modo separato). Una volta, invece, si era in due al leggio, c’era un “botta e risposta” tra i doppiatori, c’era uno storico da poter seguire. Ai nostri giorni, con il fatto che bisogna consegnare il materiale presto, si sono accelerati i ritmi di lavoro e purtroppo si è dato adito ad una mancanza di rispetto verso la qualità del nostro lavoro di cui noi stessi siamo alla fine i fautori.
Come doppiatrice quali sono ancora i suoi sogni nel cassetto?
Mi piacerebbe aprire una società ed avere almeno un cliente fisso per poter far lavorare tutti quei grandissimi colleghi bistrattati della vecchia scuola e non. Oggi a causa di mafie, massoneria, lobby e “pratiche private” tutti questi colleghi, non solo non vengono distribuiti ma non viene loro riconosciuta la continuità del lavoro artistico e professionale.
Se potesse interagire con un doppiatore del passato, chi sceglierebbe e per quale motivo? (italiano o estero).
Sicuramente sceglierei Emilio Cigoli, per tutta la vita. Quanto avrei voluto doppiare accanto a lui (oltre che con mio nonno con il quale ho interagito fino a quando non è venuto a mancare). Era l’imperatore del doppiaggio, la più grande voce mai ascoltata nella mia vita. Era un “grande signore”, aveva quella capacità recitativa che ti dà un’emozione ogni volta che la senti in tutte le sue sfaccettature. Sapeva rinnovare ogni volta la sua voce, basti pensare al doppiaggio di John Wayne diversissimo da quello di Gregory Peck.

Inoltre, pensando ai grandi e al passato, ricordo ancora l’emozione provata quando, ancora piccola, incontrai Riccardo Garrone che ho avuto la fortuna di “vivere” per anni. Lo vidi al “Gruppo 30”, una società fondata da Renato Izzo e dove mio nonno Arturo era vice presidente. Ebbi modo di seguirlo durante un turno di doppiaggio e, credimi, è stato un privilegio, perché lui non era come Vittorio Gassman o Marcello Mastroianni, ma è comunque stato uno dei caratteri più importanti del cinema del dopoguerra.
Secondo lei, oggi, ci sono ancora doppiatori italiani che rappresentano il vero “Made in Italy” o anche il doppiaggio sta semplicemente diventando un prodotto commerciale ad uso e consumo delle mode?
Devo dire che esistono entrambi le situazioni. Al 90% il vero “Made in Italy” sta diventando ad uso e consumo delle mode tant’è vero che parliamo di una classe di doppiaggio che sta andando allo sfacelo perché oggi abbiamo tutte voci intercambiabili, uguali, “che non si possono sentire” e che articolano in una maniera orribile. C’è proprio un disinteresse a tornare ai valori del passato però esistono ancora “quei grandi” che ancora rispettano quel “Made in Italy” di classe e di qualità con i quali siamo cresciuti noi come: Vittoria Febbi, Rita Savagnone, Giovanni Petrucci, Maria Pia Di Meo, Angiola Baggi, Ennio Coltorti, Bruno Alessandro, Lorenza Biella e Luca Dal Fabbro.
Il Maestro Jonathan Cilia Faro che l’ha nominata da sempre sostiene l’importanza della meritocrazia e della filantropia nel campo del doppiaggio. Attualmente qual è il doppiatore/doppiatrice che lei stima maggiormente e in che cosa secondo lei contribuisce a dare lustro all’Italia?
Sono numerosi i doppiatori e doppiatrici che mi vengono in mente come Angiola Baggi, Maria Pia Di Meo, Solvejg d’Assunta, Vittoria Febbi, Ennio Coltorti, Bruno Alessandro, Renato Cortesi perché sono dei grandissimi attori che hanno fatto grande la parola Arte dal punto di vista recitativo televisivo, teatrale, in parte cinematografico ma, soprattutto, perché hanno portato il teatro, al leggio. Mio nonno Arturo diceva sempre: “Prima si è attori e poi doppiatori”.
Parlando di meritocrazia e di filantropia, secondo lei tra le giovani promesse, quale doppiatore crede meriti di poter emergere? Per quale motivo?
Di giovani meritevoli ce ne sono tantissimi ma purtroppo le scuole di recitazione sono tante e quelli che ce la fanno, spesso non sono sempre quelli più meritevoli ma quelli più appoggiati. Mi sento qui di smitizzare quando si dice che: “chi è bravo lavora”. No, non è vero. Purtroppo non serve soltanto studiare ma bisogna anche avere fortuna e poter contare sulle spinte di chi crede veramente in te. Di ragazzi talentuosi ce ne sono tantissimi ma sono “bloccati” a causa del nepotismo e dalle raccomandazioni. Oggi si lavora soprattutto se c’è un direttore che crede in te, cosa molto rara.
A seguito della sua esperienza, a suo giudizio, è più facile collaborare con altri doppiatori italiani o è più stimolante farlo con doppiatori stranieri?
Il doppiaggio straniero non ha niente a che vedere con l’arte recitativa italiana. Io preferisco avere a che fare con i miei colleghi italiani, perché quelli stranieri non potranno mai eguagliare la nostra capacità di credibilità nei confronti dello spettatore e dell’ascoltatore.
Quali sono a suo giudizio le caratteristiche principali che deve avere un doppiatore per potersi affermare in Italia? È sufficiente il talento?
Penso che non sia sufficiente il talento. Il doppiatore bravo deve anche studiare tanto, tanto, tanto teatro e deve imparare le mimiche facciali nella migliore maniera possibile (sempre a teatro), perché la recitazione teatrale, a differenza di quella cinematografica, è completa. Pensiamo a quanti talenti, grandi attori e doppiatori della storia sono usciti dalla “Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico”. La loro professionalità ci dà un esempio di cosa significa recitare proprio con le movenze. Il viso, il corpo; è questo che noi diamo al leggio. Il doppiatore per arrivare ad un livello vicino alla perfezione o meglio, ad un livello di credibilità eccellente, deve sapersi muovere in tutto e per tutto mentre sta recitando e lo deve fare dopo aver studiato come minimo cinque anni in una scuola di recitazione serissima.

Inoltre, servono anche buone capacità nell’articolazione e nella dizione che si riescono ad ottenere grazie sempre alle scuole. Consiglio sempre la “categoria teatrale” e non quella “cinematografica”, perché il cinema è maschera, il teatro è verità, in quanto sul palco hai a che fare ogni giorno con lo spettatore, non reciti sempre nella stessa maniera della sera prima, non sei una macchietta di te stesso. Ogni volta sei un’altra persona anche se fai lo stesso personaggio. Questo è stato uno degli insegnamenti acquisiti avendo fatto da aiuto regista al grande Giorgio Lopez. L’arte del teatro è saper vivere con e per le persone.
Che progetti ha per il prossimo futuro?
Il mio principale obiettivo è eliminare dalla faccia del doppiaggio i talent, perché lo distruggono e tutto ciò che abbiamo fatto in tanti anni di studi per portare un prodotto di qualità e di credibilità alle orecchie dello spettatore e dell’ascoltatore, va perso. Vedere i VIP che non hanno niente a che vedere con il mondo del doppiaggio e che ci guadagnano perché servono alla produzione per fare ascolti in una lavorazione, di qualsiasi tipo essa sia, è uno scempio, è una mancanza di rispetto nei confronti della nostra categoria.
Chi è Lilli Manzini?
È l’ultimo essere umano che è rimasto consapevole che essere misericordiosi e vivere (facendo del bene) sono le cose fondamentali per diventare persone per bene e che, al contrario, il malessere e il perbenismo sono il male più assoluto, peggio del denaro che è la causa del male che porta alla distruzione tutto ciò che c’è di meraviglioso nel mondo. Lilli Manzini è quella che ama gridare la verità, perché è stanca di vedere persone di valore cadere nelle trappole di gente che non ha un minimo di rispetto per se stessa.