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Rocco Femia, editore e giornalista, è fondatore e direttore della rivista bimestrale “Radici” (Editalie edizioni). Pubblicato dal 2002 a Tolosa, il magazine nasce con l’ambizione di coltivare la memoria dell’emigrazione italiana in Francia e di proporsi come veicolo di conoscenza della lingua e della cultura italiana oltralpe.

Copertine "Radici"

“Radici”, rivista bilingue per imparare l’italiano

Di grande impatto visivo, nelle sue 68 pagine a colori, la rivista si arricchisce di interessanti rubriche, sezioni e dossier. Ogni numero si apre con “Brev’Italia”, una veloce carrellata di notizie di interesse nazionale, e “Itinerari”, sezione dedicata alla riscoperta delle regioni italiane. Non mancano le pagine sull’emigrazione (rubrica diretta da Laure Teulières), la storia, l’arte, la letteratura. Magazine di successo (venduto su abbonamento) ha una particolarità che lo rende originale ed estremamente interessante: è bilingue. La maggior parte degli articoli sono scritti in francese, ma è salvaguardata una presenza rilevante dell’italiano, in particolare nelle pagine dedicate all’apprendimento della lingua. Nata per creare uno spazio per gli scambi culturali tra Francia e Italia, francesi e italiani, italo-francesi, franco-italiani e curiosi, “Radici” consente, a un vasto pubblico, di imparare l’italiano e conoscere la nostra cultura.

Rocco Femia

Rocco Femia, calabrese di successo

L’ideatore, Rocco Femia, 59 anni, ha origini calabresi. Nato ad Aprigliano (Cosenza), si è laureato a Bari in Giurisprudenza e ha proseguito gli studi in Francia, dove ha conseguito un master in comunicazione internazionale. Con “Radici”, Femia ha raggiunto una grande popolarità, che lo vede impegnato anche in teatro, con lo spettacolo musicale “Italiens quand les émigrés c’était nous”. Sposato, padre di due figli, è anche autore di diversi libri. Alla sua grande passione per la scrittura unisce – ci confida – quella per la buona cucina italiana. In questa intervista, si racconta e ci racconta del suo fortunato progetto editoriale. E, con piacere, ritorna alle proprie “radici”.

Direttore Femia, quando è nata la sua passione per la scrittura?

«Direi che quella della scrittura è una passione che mi accompagna da sempre. Ma c’è un aspetto meno evidente, a prima vista, in questa professione che ha attirato la mia curiosità e suscitato una grande passione: quello di poter raccontare la vita della gente e di estendere a un pubblico, più vasto possibile, informazioni e chiavi di lettura sulla maniera di stare nel mondo. Raccontare, ecco. Nessuna pretesa particolare, s’intende, ma comunque la coscienza che un giornalismo, capace di informare con responsabilità, deve fare emergere anche il meglio di un popolo o di un territorio, e dunque condividerlo con tutti. È un po’ quello che tentiamo di fare a “Radici”».

Da quanto tempo vive in Francia?

«Mi trovo in Francia da più di 25 anni. Nessuna valigia di cartone o esodo di cervelli. Semplicemente un interessante lavoro in seno al Consiglio d’Europa, e per proseguire la mia formazione post universitaria con un master in comunicazione. Mi sono laureato in Giurisprudenza alla facoltà “Aldo Moro” di Bari. In Francia ho lavorato per alcuni anni come vice-direttore dell’Istituto Superiore di Ricerche per l’Europa. Poi la decisione di mettermi in proprio grazie all’aiuto determinante di mia moglie (traduttrice quadrilingue), che è poi il vero motivo per cui abbiamo deciso di mettere radici in Francia dove, appunto, nel 2002, abbiamo fondato la rivista e tutto il resto che è seguito: la casa editrice per i libri e la società di produzioni musicali e teatrali. Tutte attività, beninteso, consacrate alla cultura italiana».

Editoriale
Cosa significa, oggi, diffondere cultura?

«Io penso che diffondere cultura oggi, significhi innanzitutto concentrarsi sulla maniera di essere. Ci vuole molta fedeltà a certi valori. Non è una ricetta facile. Da parte nostra, la barra è tenuta saldamente in direzione di un umanesimo di valori e di diritti che rappresenta, da sempre, una vera bussola nella nostra storia personale e in quella di “Radici” (www.radici-press.net). Un’altra Italia, insomma: aperta, libera, coraggiosa, antirazzista e antifascista, antisessista, laica e solidale. Ecco il programma che costituisce la nostra linea editoriale».

Da cosa è determinato il successo di “Radici”?

«Quando mi pongono questa domanda, dico la verità: è semplice, basta essere attorniato da persone più in gamba di te, che ti impediscono non solo di fare sciocchezze, ma ti stimolano a prendere le giuste decisioni. Ecco, il segreto risiede in questo “noi” collettivo che, in continuazione, cerca di mettersi in gioco e si nutre con equilibrio della storia, dell’attualità e della cultura di uno dei Paesi più belli del mondo, il nostro».

Chi sono i giornalisti che l’affiancano in questo ambizioso progetto editoriale?

«Siamo 6 in pianta stabile in redazione. Ma una ventina di free-lance sono disseminati per l’Italia, la Francia, il Belgio. Alcuni scrivono in varie testate italiane e televisive, da Focus Storia al Fatto Quotidiano, passando per Vanity Fair, Tip, La7 e L’Espresso. Gente intelligente e veramente in gamba, che abbiamo scelto per la loro capacità di condividere l’Italia agli amici francesi. Chissà che fra un po’ non nasca anche una collaborazione con Italiani.it».

“Radici” ha una grafica ben curata, interamente a colori, arricchita da tante belle foto. Quali sono gli altri punti di forza?

«Non riesco mai a parlare abbastanza con chiarezza della rivista. Perché, in fondo, dovrebbero essere piuttosto i lettori, siano essi fedeli o occasionali, a dire se è interessante o meno. Quello che posso dirle e che in questi 20 anni non ci siamo mai seduti a tavolino per sviluppare una strategia di sviluppo. Abbiamo vissuto giorno dopo giorno, lavorando come dannati e senza sosta, forse con una sola idea in testa, questo sì: fare una rivista che sappia parlare dell’Italia innanzitutto ai francesi. Ecco. In questo, forse, “Radici” ha proposto una novità nel panorama delle testate italiane nel mondo. Non tanto rivolgersi agli italiani all’estero o ai soli oriundi italiani, così numerosi in Francia, ma saper parlare soprattutto a Madame Dupont e a Monsieur Dumas. La cultura, non dimentichiamolo, non è solo identità, ma anche condivisione.

copertina con personaggi famosi

Poterlo fare con chi non è di origine italiana è ancora più gratificante e penso che, alla lunga, porta maggiori frutti oltre che rendere un servizio alla cultura del Belpaese. Ovviamente, non abbiamo mai dimenticato la diaspora italiana, anzi. La nostra casa editrice nel 2011, in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, ha dedicato all’emigrazione italiana una delle opere storiche più importanti scritte negli ultimi anni sull’emigrazione italiana nel mondo: “Italiens 150 ans d’émigration en France et ailleurs”. Libro che è di gran lunga quello più venduto dalla nostra casa editrice con più di 4 edizioni. Senza dimenticare che, da alcuni anni ormai, portiamo in giro dappertutto lo spettacolo musicale e teatrale “Italiens quand les émigrés c’était nous”, per il quale la “Foundation Queen Christine Europe” di Stoccolma ha attribuito alla rivista e alla troupe il prestigioso Label culturale “QC Europa”, per il lavoro contro l’intolleranza e la xenofobia».

Italiens
Quanto contano le radici nella vita di ogni uomo?

«Sono quell’elemento naturale che ci ricorda chi siamo e da dove veniamo. E che permettono di capire, se vissute nel rispetto della memoria, quale strada prendere. Soprattutto per dare “senso e direzione” a quello che facciamo. Ciò detto, mai cadere in un arido e poco fertile pessimismo, in quella strana convinzione che “si stava meglio quando si stava peggio”. No. Si sta meglio adesso o si può anche stare peggio adesso. Dipende solo dalla nostra maniera di vivere che è la sola cosa che può rendere fertili o aride le radici. È solo nelle scelte che facciamo, attimo dopo attimo, nel presente nel quale viviamo, che possiamo essere fedeli alle radici. E poi dovremmo metterci d’accordo su cosa intendiamo per “radici”. Lei sa bene che ci sono radici sane, forti, storicamente importanti, ma anche radici, che pur appartenendo a ciascuno e al nostro popolo collettivamente, non sempre sono motivo di fierezza. In questo senso, amare le radici significa far memoria di quella storia di costumi, cultura, idee e testimonianze che hanno veramente arricchito il nostro personale cammino esistenziale. Ecco, le radici sono il luogo sano della memoria collettiva, quel pozzo senza fondo dove attingere la buona acqua. Dio sa quanto ce ne sia bisogno, soprattutto oggi».

Che rapporto ha con la sua terra d’origine?

«È un rapporto ancestrale, primigenio, atavico. Non penso di essere diverso dagli altri a cui probabilmente avrà posto questa stessa domanda. Siamo tutti di un posto preciso e non di un altro. A questo proposito le racconto un aneddoto interessante che non sempre condivido. Molti anni fa, ebbi l’opportunità di parlare con Papa Giovanni Paolo II, al secolo Papa Wojtyla. Mi chiese di dove ero. Gli risposi che ero calabrese. Allora ha insistito chiedendomi di quale città precisamente. Per non fargli perdere tempo, e dare troppe spiegazioni, gli risposi che ero di un paesino in provincia di Cosenza. E lui, quasi infastidito per la mia evasività, mi redarguì con gentilezza perché voleva proprio sapere il paesino dove ero nato. Gli dissi che si chiamava Aprigliano e che era un paesino bellissimo sulle pendici delle montagne della Sila. E lui mi rispose sorridendo: “Ecco, vede, c’è sempre una piccola Betlemme sconosciuta che ci dà i natali e che non dobbiamo mai dimenticare”. A dire il vero, non è in quel momento che presi coscienza di essere fiero del mio paese, ma questa insistenza pontificia mi confermò una verità che mi ha sempre accompagnato: noi siamo veramente di un luogo particolare e di nessun altro. Apparteniamo a quel posto. Sempre e per sempre, anche se la vita ci porta altrove».

Rocco Femia in teatro
Quali novità prevede per il futuro di “Radici”?

«Stiamo lavorando alla creazione di una piattaforma web per produrre noi stessi reportage e contenuti giornalistici e artistici per la rete. Uno spazio fisico perché stiamo cercando una struttura, tipo loft, per accogliere lo studio dei programmi, ma virtuale perché solo sul web, dove gli appassionati dell’Italia in Francia o altrove, possano trovare informazioni e contenuti quotidiani a 360 gradi sull’Italia. L’informazione sarà sempre nelle due lingue. Una scelta per veicolare i legami tra i due Paesi. Senza dimenticare che abbiamo 5 spettacoli prodotti da “Radici” che girano per la Francia. O forse è più giusto dire, giravano, dato che la pandemia non ha risparmiato nessuno. Adesso stiamo riprendendo la strada dei teatri, sperando che non ci siano altri stop».

Intervista a Rocco Femia, direttore della rivista “Radici”, ponte culturale tra Italia e Francia ultima modifica: 2020-10-04T09:00:00+02:00 da Antonietta Malito

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