Stiamo raccogliendo le storie di famiglie italiane emigrate nel mondo alla ricerca di una vita migliore. Persone che spesso lasciavano tutti i loro cari e i loro averi per poter garantire un futuro alle proprie famiglie. È giusto raccontare queste storie di forza, amore, resilienza, e attaccamento alle proprie radici, in un mondo dove troppo spesso si prende tutto per scontato. Oggi vi raccontiamo la storia della famiglia di Maria de los Angeles Florencia Di Gianfelice.
“Mio padre si chiamava Antonio. Era nato a Pietraforte, in provincia di Rieti, il 14 ottobre 1901. Emigrò in Argentina nel 1923, all’età di 22 anni. Prima di partire per l’Argentina, in Italia era Carabiniere e faceva parte della guardia del Re Vittorio Emanuele.
Furono i miei nonni a decidere di mandarlo in Argentina, poiché in quel periodo si parlava della possibilità di una guerra con la Francia. Aveva già vissuto sulla propria pelle l’esperienza della Prima Guerra Mondiale, che affrontò a soli 13 anni, prendendosi cura della mia nonna Virginia e dei suoi cinque fratelli, mentre mio nonno Domenico era al fronte.
Per questi motivi, i miei nonni si mossero per organizzare il viaggio. Partì con una nave a vapore battente bandiera italiana, la Re Vittorio, salpando da Napoli il 23 novembre 1923. Non riesco a distinguere chiaramente la data di arrivo a Buenos Aires.
Da lì si trasferì a San Nicolás, dove fu ospitato da un familiare. Poco tempo dopo si spostò a General Conesa per lavorare nei campi. Successivamente si stabilì definitivamente a Rosario, dove si radicò e formò la sua famiglia.
Studiò e si diplomò come Tecnico Costruttore, fondando la sua impresa di costruzioni e impianti idraulici. A metà degli anni ’30 si sposò in prime nozze con Carolina, dalla quale nacquero i miei due fratelli maggiori, Margarita e Mario. Rimasto vedovo, si risposò con mia madre, Antonia, dalla quale ebbe due figlie: Martha e Maria de los Ángeles (io).
Riuscì a conoscere tre dei suoi sei nipoti: Verónica, Viviana e Mauricio. Tornò in Italia dopo 40 anni di assenza. Mio nonno Domenico nel frattempo era già venuto a mancare, ma ad attenderlo c’era la Mamma, mia nonna Virginia. Il loro incontro fu per papà come toccare di nuovo il cielo con le mani. Dopo due anni, mia nonna morì all’età di 90 anni.
Ricordo sempre quanto papà cantasse: così ho imparato tutte le canzoni e anche a parlare in italiano. Ricordo anche i suoi momenti di silenzio, con lo sguardo perso nel vuoto. Fu allora che cominciai a comprendere il vero significato della distanza e delle lacrime che gli scappavano senza riuscire a trattenerle. Che duro è il distacco dalla propria terra. Nonostante le lettere e le telefonate con i suoi genitori e fratelli, e nonostante avesse costruito una sua famiglia, la nostalgia ogni tanto riaffiorava.
Papà, per me e per noi suoi figli, è sempre stato un esempio di costanza e dedizione al lavoro. Ci ha fatto studiare in scuole religiose e alla Dante Alighieri. I valori che ci ha trasmesso sono stati fondamentali: il rispetto per gli altri, la condivisione, l’importanza dello studio e del lavoro. E soprattutto l’amore incondizionato che ci ha sempre donato.
Devo solo ringraziare per aver avuto il miglior papà del mondo. Lo sento sempre con me: in tante situazioni quotidiane risuonano nella mia mente le sue parole e i suoi consigli. Sono passati molti anni da quando se n’è andato, ma vive per sempre nel mio cuore.”
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