Mi punge vaghezza raccontarvi di un poeta palermitano. Illetterato, intollerante al potere e dissacratorio. Mise alla berlina la retorica del fascismo, i suoi gerarchi e la falsità della propaganda. Si chiamava Peppe Schiera… semplicemente “a fabbrica d’u pitittu”. Un piccolo omaggio a un figlio del popolo.
Peppe Schiera, “a fabbrica d’u pitittu”
Si racconta che Giuseppe Schiera sia nato nel 1898 nella borgata di Tommaso Natale. Il padre si chiamava Gaetano Schiera e di mestiere faceva il bracciante, la madre, invece, Maria Marino soprannominata ‘a cunighia per aver partorito ben 18 figli. Peppe visse di fame e di espedienti. Durante la prima guerra mondiale prestò servizio alla fureria della caserma Sant’Antonino di Palermo. Peppe Schiera però era intollerante, il suo spirito dissacratorio. Odiava la subordinazione e ciò gli aveva procurato prigione e consegna in caserma senza libera uscita. Si presentava come ‘a fabbrica du pitittu, la fabbrica dell’ appetito e a guardarlo non si poteva dargli torto. Schiera era magro, con il volto scavato e gli occhi spiritati. Le sue idee erano rivoluzionarie e improvvisava rime vicino ai mercati o i teatri della città.

Arrivarono gli anni del fascismo, il regime combatteva l’accattonaggio e Peppe fu costretto a lasciare la strada per andare a lavorare in una zolfara in provincia di Caltanissetta come operaio. Anche in questo caso, però, la sua indole lo fece ritornare a Palermo. Trascorreva le notti in una grotta sul Monte Pellegrino e proprio qui incontrò don Ciccio Vaccaro, capo squadra alla costruzione della strada sopra il monte. Vaccaro abitava a Ballarò e offrì alloggio al giovane Schiera. In casa abitava anche la figlia Margherita e la “fuitina”, le nozze riparatrici e ben 5 figli diedero in un certo senso una quadra a Peppe Schiera.
“Aiutàti a Peppi Schiera ch’è ‘a fabbrica du pitittu”.
Con una casa, una moglie e una sistemazione fornita dai suoceri, Peppe poteva finalmente dedicarsi alla sua passione senza dover pensare a come procurarsi la pagnotta. Le sue poesie divertivano la gente e questa nuova acquisita libertà dalla povertà rafforzò la sua vena satirica contro il regime. Peppe Schiera fu contemporaneamente poeta del popolo, ma anche della rivoluzione. Le sue idee progressiste si sposavano con quelle dei giovani. Mise alla berlina la retorica del fascismo, i suoi gerarchi e la falsità della propaganda. Il suo astio verso Mussolini era puro e si manifestava senza mezzi termini. Il suo coraggio gridava libertà e restituiva dignità umana al popolo palermitano. Non smise mai di intonare i suoi versi, neanche quando iniziarono i bombardamenti. Il 9 maggio 1943 si trovava a Piazza Sett’Angeli, davanti al Convitto nazionale. Il bombardamento durò un’ora. Anche lui, come tutti gli altri, corse verso il rifugio scavato sotto la piazza. Il rifugio, purtroppo, fu centrato dalle bombe e si trasformò nella sua tomba.

Non rimase nulla di stampato tranne qualche rima scritta su un foglietto che distribuiva ai passanti in cambio di qualche centesimo. La moglie Margherita, prima dell’arrivo degli americani, bruciò tutte le carte.
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