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Duonnu Pantu e i Gapulieri: la libertà della parola ritrovata

Con il suo libro Duonnu Pantu e i Gapulieri, Tonino De Paoli — scrittore, ricercatore e musicista nato ad Aprigliano (Cosenza) — restituisce voce a un poeta del suo stesso paese, Duonnu Pantu, e apre una nuova via di lettura sulla libertà della parola: quella che, dal Seicento, arriva fino a noi.

di Rocco Femia 

Cosa resta oggi dello scandalo, in un tempo che si scandalizza di tutto tranne che dell’ingiustizia? Forse resta solo la parola. Quella che osa dire ciò che il potere preferirebbe tacere.

E quattro secoli fa, in Calabria, tra le colline di Aprigliano (Cosenza), quella parola prese il nome di Duonnu Pantu. Nato nel cuore del Seicento, quando la Chiesa e l’autorità civile controllavano ogni gesto, Duonnu Pantu fu molto più di un poeta: fu una voce collettiva.

Tonino De Paoli, anche lui di Aprigliano, lo dimostra, nel suo libro, con pazienza e rigore, scavando tra archivi, frammenti, voci orali e versi sopravvissuti alla censura. In Duonnu Pantu e i Gapulieri (The Writer Edizioni, 2024), De Paoli restituisce voce a questa figura e, con un’intuizione affascinante, ne svela il segreto più grande: Duonnu Pantu è, a un tempo, un uomo solo e un nome corale di una comunità poetica. Insieme a quel prete-poeta opera infatti una confraternita di scrittori, religiosi e intellettuali, i Gapulieri, che nel Seicento calabrese scrivevano insieme, mescolando sacro e profano, latino e dialetto, fede e desiderio.


Una sorta di laboratorio poetico ante litteram, dove la risata serviva a esorcizzare la paura e la parola diventava libertà.

È una tesi coraggiosa, ma anche profondamente umana: perché nel ricomporre la leggenda, De Paoli non chiude un mistero — ne apre altri, più vicini a noi, quelli che riguardano il rapporto tra la verità, la censura e il desiderio.

In quest’ottica, il suo libro non è una semplice indagine filologica: è una rilettura antropologica e morale della nostra storia. Mostra che dietro la risata licenziosa e i versi erotici c’era un progetto più alto — un’idea di libertà civile e intellettuale che precede di secoli l’Italia unita.

Come Ruzzante, Duonnu Pantu usa il dialetto non solo come lingua, ma come gesto politico: una forma di verità che nasce dal basso, dai campi, dalle osterie, dalle stanze dove la cultura “ufficiale” non arrivava.

Entrambi mettono in scena il popolo, non per idealizzarlo, ma per restituirgli voce e dignità — contro ogni autorità che pretende di parlare al suo posto.

Pasolini erediterà questa stessa visione, ma la spingerà più in alto: nei Ragazzi di vita o nel Vangelo secondo Matteo il corpo diventa rivelazione, linguaggio di verità e di grazia.

In Duonnu Pantu, invece, la carne resta corpo — concreto, impudico, mai addomesticato. Ma proprio in questa sua nudità parla una verità analoga: quella dell’uomo senza mediazioni, libero di dire il desiderio, la fame, la vita.

E infine Dario Fo: nella sua Giullarata, come nelle ottave del prete-poeta calabrese, il riso non è mai semplice divertimento, ma un rito di liberazione collettiva, una liturgia laica che rovescia i ruoli e ridà al popolo il potere della parola.

In tutti e quattro — da Pantu a Fo — la poesia diventa teatro del mondo, dove dire la verità è sempre un atto di coraggio.

Ma il merito maggiore di questo libro è un altro: aver restituito al dialetto la sua dignità di linguaggio conoscitivo. Non folclore, non curiosità linguistica, ma strumento di verità.

Nella lingua cruda di Duonnu Pantu — la lingua della carne, della fame e del desiderio — De Paoli riconosce la prima forma di democrazia espressiva italiana: la possibilità di dire tutto, anche a Dio.

E nelle sue poesie, l’audacia non è mai gratuita: l’erotismo diventa linguaggio di libertà.

Nella Cazzeide, il poeta celebra un’età dell’oro innocente, per poi scagliarsi contro la degenerazione dei costumi e la lussuria dei suoi contemporanei: «A la mugliere lu maritu sulusprugluliava lu fisticchiarulu…» (“Solo il marito toccava la moglie…”) un’immagine di pudore perduto che apre alla condanna di un mondo ormai travolto dal vizio: «Lu male pigliàu pede, o ca se storna / unca te vuoti truovi sempre corna!» (“Il male ha preso piede, e dovunque ti giri trovi solo corna!”).

In questo riso amaro c’è tutta la forza di una satira che smaschera la società del tempo, dove religione e peccato ballano la stessa tarantella.

E nella Cunneide la prospettiva si ribalta: il poeta inneggia al potere del desiderio femminile come principio cosmico, vitale, taumaturgico: «Si nun fuossi pped’illa chi ne ’nnorca, / l’uomu sarìa diavulu ’ncarnatu…» (“Se non fosse per lei che ci domina, l’uomo sarebbe un diavolo incarnato…”).

È certamente un’erotica primordiale e liberatrice, che Duonnu Pantu oppone alla morale ecclesiastica del tempo.

Il sesso diventa linguaggio, il piacere conoscenza, la donna — “erva cunnilla”, l’erba del desiderio, come la chiama — forza pacificatrice del mondo. Certo, letto oggi, questo immaginario può urtare la sensibilità contemporanea, soprattutto in un tempo in cui la donna lotta ancora contro forme di dominio e rappresentazioni degradanti. Tonino De Paoli spiega benissimo nel libro che l’universo erotico del poeta non è mai predatorio né misogino: è archetipico, e anzi attribuisce alla donna un potere di redenzione, di equilibrio cosmico, quasi divino. Quella visione, dunque, nasce da una cultura contadina e barocca, dove la sessualità era insieme linguaggio e teologia popolare. Ma nel contesto di Duonnu Pantu, quella “ervacunnilla” non è un oggetto di possesso: è principio vitale, energia salvifica, appunto, che placa l’istinto e redime l’uomo dalla sua violenza. In una società segnata da religione, superstizione e paura del corpo, la parola erotica di Duonnu Pantu è, paradossalmente, un atto di liberazione: restituisce alla donna il potere che la Chiesa le aveva tolto, quello di essere origine e misura del mondo.

Un’intuizione di una modernità sconvolgente, che Tonino De Paoli riconduce a una visione umanissima del divino: l’eros come via alla verità.

Come scrive De Paoli stesso: «La ricerca è scienza, e bisogna nutrirla di verità. E la verità altro non è che la corrispondenza ai fatti.»

E ancora più avanti aggiunge: «Alcuni, tacciandolo di immoralità e additandolo al disprezzo, hanno auspicato che i suoi versi fossero bruciati nelle pubbliche piazze […] Duonnu Pantu per costoro sarebbe un banditore di immoralità, un corruttore di costumi, in altre parole un poeta maledetto.»

Tre secoli prima di Freud o di Pasolini, queste parole descrivono una verità ancora scandalosa: la morale non reprime il desiderio, lo moltiplica. E ogni ipocrisia è, in fondo, un tentativo di negare l’umano.

Dietro la licenza linguistica, dietro l’erotismo esuberante, si nasconde una critica lucidissima alla società del suo tempo — alla morale doppia, alla religione come controllo, ai desideri occultati dietro il velo del pudore.

E in certi versi sembra quasi di leggere il nostro presente, con le sue morali di facciata e la stessa fame di libertà. La condanna, senza sconti, all’ipocrisia del potere e dei costumi suona oggi come un monito ancora più attuale.

Se allora la censura bruciava i libri nelle piazze, oggi rischia di bruciare le persone sui social, con la stessa fredda efficienza. È cambiata la forma del silenzio, non la paura che lo produce.

Tonino De Paoli, con questo lavoro, non solo restituisce un poeta alla letteratura, ma ci restituisce una coscienza a una terra.

Un figlio di Aprigliano che ritrova un altro figlio di Aprigliano, separati da quattro secoli ma uniti dalla stessa fede nella parola.

E ci ricorda che la libertà non si eredita: si esercita, ogni giorno, con il coraggio di chiamare le cose col loro nome.

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