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Il costituzionalista Andrea Lollo: “Il Decreto Tajani è una privazione, con effetto retroattivo, di un diritto acquisito”

Andrea Lollo, professore ordinario di Diritto Costituzionale all’Università Magna Grecia di Catanzaro e avvocato, è il professionista che ha presentato – per conto della Fondazione italiani.it – la richiesta di remissione alla Corte Costituzionale del cosiddetto Decreto Tajani sulla cittadinanza. Lo abbiamo intervistato.

Il cosiddetto Decreto Tajani viene ad oltre trent’anni dall’ultima legge in materia, quella sullo “ius sanguinis”. Il nuovo provvedimento è stato motivato solo dalla necessità di rendere più attuale la vecchia norma o anche dall’eccesso di richieste di cittadinanza – con conseguenti problemi burocratici di personale e di tempi – presentate negli ultimi anni?

La vecchia legge sulla cittadinanza numero 91 del 5 febbraio 1992 si fonda appunto sul criterio dello “ius sanguinis”, legato unicamente alla discendenza. Si tratta di una norma che consente di maturare il diritto di cittadinanza andando molto indietro nel tempo, fino al primo degli avi italiani. Ne è derivato un’impasse negli uffici e nelle ambasciate a causa del proliferare di richieste provenienti soprattutto dal Sud America. Si tratta infatti di un mero riconoscimento che si acquisisce con la nascita. Questo ha impallato prima gli uffici, poi i tribunali. E’ così intervenuto il Decreto Tajani che muove da un’idea non del tutto peregrina. Introdurre cioè un rapporto fondato non solo sul sangue ma piuttosto su un legame effettivo con il nostro Paese.

Dove nasce quindi il problema di incostituzionalità?

Il decreto dice che la cittadinanza non è acquisita da chi è nato prima della sua entrata in vigore e non ha fatto richiesta di riconoscimento della stessa entro il giorno antecedente l’entrata in vigore della norma. Si tratta quindi di una privazione, con effetto retroattivo, di un diritto già acquisito. Perché, in base alla norma precedente, per il semplice fatto di essere nati e di avere ascendenti italiani si è cittadini italiani, ancora prima che si venga riconosciuti come tali. Si tratta di un diritto già maturato.

Tutto questo come si inquadra con le violazioni degli articoli 2 e 3 della nostra Costituzione?

Il diritto alla cittadinanza è presupposto per tutti gli altri diritti e doveri costituzionali. Citando Rodotà, la cittadinanza è un diritto ad avere diritti. Questo decreto toglie diritti a milioni di persone senza concedergli la possibilità di conservare un diritto. Il Decreto Tajani prevede in maniera irrazionale un termine di decadenza che non è possibile rispettare perché il termine di decadenza, cioè la possibilità di ottenere il riconoscimento, scade prima che entri in vigore la legge. Non consentendo al soggetto che vorrebbe conservare la cittadinanza di poter adempiere al presupposto previsto dalla legge. Noi solleviamo inoltre, per questo decreto, la mancanza dei presupposti di straordinaria necessità e urgenza.

Come entra in gioco anche la cittadinanza europea?

La cittadinanza europea è uno status di secondo grado perché si accompagna al possesso di cittadinanza dello stato membro. La Corte di Giustizia, in diverse sentenze, ci insegna che la perdita della cittadinanza europea conseguente a quella nazionale è contraria ai principi dell’Unione Europea se è sproporzionata. Nel nostro caso non vi è alcun rimedio per il cittadino di evitare di perdere la cittadinanza. Quindi si riverbera in una violazione dei trattati sul funzionamento dell’Unione.

Allora, per far fronte al problema degli uffici in tilt, come si sarebbe dovuto intervenire?

Diversamente, perché se c’è un problema che riguarda la difficoltà dello Stato di gestirlo, la soluzione non può essere quella di negare il diritto per risolvere la lentezza dell’apparato. Ma piuttosto di trovare soluzione al problema amministrativo per servire il diritto. Bisognerebbe implementare l’apparato. O facilitare le richieste di presentazione delle domande.

C’era davvero la necessità di aggiornare la norma precedente?

Da decenni si discute sui criteri per l’attribuzione dello status di cittadino. La legge degli anni Novanta è anacronistica perché fondata sull’idea di uno stato nazione che oggi è sempre più aperto ai fenomeni migratori. Non è quindi più adeguata al contesto storico e dovrebbe essere affrontata con una legge di carattere organico. I problemi sono due. Da una parte affrontare in maniera equilibrata e ponderata il tema dei criteri di acquisizione della cittadinanza. Dall’altra, riconsiderare tutto l’apparato del nostro ordinamento che non è solo relativo al discorso della cittadinanza, a partire dai tribunali. La soluzione di tagliare un diritto per risolvere un problema di impasse non può funzionare. Ed è sbagliato affrontare con un decreto legge una questione che ha risonanza di carattere generale per il nostro ordinamento. Va piuttosto risolta mettendo mano a quella legge che oggi prevede in modo anacronistico l’acquisizione del diritto di cittadinanza.

Per approfondire il ricorso portato avanti dalla Fondazione Italiani.it potete leggere di più su questo articolo: La Fondazione Italiani.it ricorre contro il decreto Tajani

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