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Jacobs e Tamberi a “Chi l’ha visto?”

Quanto è lontana la magica Tokyo

Son passati cinque anni da quando gli ambasciatori di una inedita Italia dell’atletica hanno fatto gonfiare il petto del presidente federale Mei per via di quei due titoli mai vinti prima e collezionati in appena dieci minuti. La notte magica del 2 agosto 2021 in Giappone ci riportò al filotto di Cal Lewis a Los Angeles 1984. Si avvicinano gli Europei di Birmingham e i due eroi italiani del Giappone sono chiamati alla resurrezione sportiva: Marcell “va”, Gianmarco “chissà”.

Il sole non tramonta su certe estati dello sport.

Mai.

E’ il caso, ad esempio, dell’Olimpiade di Los Angeles 1984. La California e il mondo intero furono illuminati da Carl Lewis, che infilò nella personalissima collana dei Giochi ben quattro medaglie d’oro delle 9 collezionate in carriera. Là, in quello stadio che Lionel Richie avrebbe chiuso con l’iconoclastica “All Night Long”, Lewis si impose nei 100 piani, nei 200, nel salto in lungo e nella 4×100. Lampi fragorosi di un’estate indimenticabile.

“Conosco Roma e ci verrò per i Mondiali. Quanto è buona la pizza da quelle parti”, ci avrebbe poi confidato Lewis nel 1987, a Indianapolis, alla vigilia della partenza per l’Italia dopo aver dominato ad intermittenza quei Trials caratterizzati anche dalla sua volontà di battersi a mezzo servizio per aiutare il fratello di latte Joe DeLoach nella caccia ad un posto nella spedizione romana. Sì, quel DeLoach che poi sarebbe salito sul trono dei 200 di King Carl a Seul 1988.

Quella notte, rischiammo di investire Lewis nell’immenso, e per giunta deserto, parcheggio dello stadio di Indianapolis dove Richie Perelman, addetto stampa e alla comunicazione della federatletica statunitense, ci aveva atteso per consegnarci l’accredito ai Trial. Con l’auto parcheggiata davanti ad un albero, per abbandonare la scena, innestai la retromarcia e se lo sguardo non fosse scivolato verso lo specchietto retrovisore prima di schiacciare l’acceleratore… addio Carl. 

Il SuperCampione nato in Alabama e passato per il New Jersey prima di infiammare la California (Club Santa Monica), l’Indiana e il Texas per via dell’allenatore Tom Tellez, sì Lui, Carl Lewis, stava correndo per allenamento nel parcheggio e proprio nel momento di ripartire stava passando dietro la nostra auto. Una frenata e via! All’inseguimento di quella macchia che dribblava ostacoli nella notte di Indianapolis. Lo seguimmo – meglio sarebbe dire: inseguimmo – sino al suo hotel dove, avvicinandosi all’hotel, fece scivolare all’ingiù il cappello della tuta bianca che stringeva i muscoli a fior di pelle.

“Sì, sono Carl…”, quasi si scusò per esserci passato dietro l’auto mentre noi stessi tentavamo di scusarci per la nostra manovra piuttosto frettolosa con cui avevamo rischiato di travolgerlo. Nella hall di quell’albergo confessò che pur aver vinto i Trials anche sui 200 avrebbe rinunciato a correre quella distanza a Roma per agevolare il ripescaggio di DeLoach per vederlo intruppato nella rappresentativa a stelle e strisce in partenza per l’Italia.

Per via di quell’artifizio, Carl Lewis di fatto non potè fotocopiare a Roma 1987 l’exploit di Los Angeles 1984 e si “limitò” a vincere il torneo del salto lungo e la staffetta 4×100 in quanto rinunciatario sui 200 e battuto nei 100 piani dal nuovo e discusso astro Ben Johnson, canadese di origine giamaicana, che a Seul 1988 sarebbe incappato nella trappola dell’antidoping.

Certe estati son l’esatto contrario di “Certe notti” cantate da Luciano Ligabue: gode solo chi non si accontenta. E come capitò nel 1984, Lewis inondò di luce pura Seul ’88 e non soltanto. Un mago delle emozioni capace di estrarre il coniglietto nei momenti cruciali della carriera con gli occhi di tutto il mondo puntati addosso.

Le stesse emozioni le abbiamo vissute “da remoto” il 2 agosto 2021, nel mezzo di un’estate resa incandescente dall’atletica leggera azzurra e nel mezzo di una pandemia da cui ancora siamo in fuga. A cinque anni di distanza, i miracoli compiuti a Tokyo dai gemelli diversi Marcell Jacobs e Gianmarco Tamberi ci si parano davanti agli occhi di tanto in tanto. Quegli scampoli di gloria italica non tramonteranno facilmente. Ma ci si chiede anche: Jacobs e Tamberi sono finiti a “Chi l’ha visto?”.

Le loro parabole sono in fase calante per le cronache sportive e per la gente che quella notte, nell’arco di appena dieci minuti, vide Marcell e Gianmarco accomunati nelle gloriose imprese di vincere le Olimpiadi dei 100 metri e del salto in alto, le discipline dell’illustre predecessore Carl Lewis, mai marchiate dal timbro Italia.

Jacobs si rivelò interprete di una metamorfosi sportiva inimmaginabile e così prepotente da oscurare l’intero panorama della concorrenza. E Tamberi con quella zazzera riccioluta rasata per metà, con la barba che seguiva la sagoma dei capelli, con quelle scarpe di colori differenti e con quel… pezzo di gesso a far da portafortuna dopo essere stato sopportato per settimane nell’operazione-rinascita dall’incidente alla caviglia del 2016 in vista dei Giochi di Rio cui dovette rinunciare. Chi l’avrebbe detto che Marcell sarebbe lentamente uscito dai radar dell’attualità e che Gianmarco si sarebbe dovuto inchinare a coliche renali ai Giochi di Parigi 2024 e alla successiva fascite plantare?

Nessuno.

L’immagine di Jacobs e Tamberi abbracciati e fasciati nel tricolore in quella danza tutta italiana sulla pista giapponese è vivissima. “La storia siamo noi”, urlarono. Il capitolo fiabesco rimane. Loro, i protagonisti assoluti della rinascita dell’atletica italiana, invece battono in testa e sono costretti da una parte a tuffarsi nel mare profondo dei ricordi e dall’altra ad aggrapparsi ad un fattore innegabile: aver promosso il rilancio della disciplina governata da Stefano Mei. 

In certi momenti vien voglia di scoprire che cosa ci sia dietro lo spasmodico interesse di qualche compagno ribelle della staffetta nel ricostruire la vita e l’esplosione atletica di Jacobs, che sta vivendo sotto una bandiera dai colori ben diversi: dal verde-bianco-rosso all’azzurro-nero-giallo per via, appunto, del “giallo” cagionato dai fratelli Filippo e Giacomo Tortu verosimilmente troppo interessati alla vita privata di Jacobs.

E adesso, che succede? Si profilano nuove notti magiche?

Ai posteri l’ardua sentenza.

Intanto, sul fronte di Jacobs si registrano il ritorno nel club di Paolo Camossi, il 10 titolo di campione nazionale collezionato a Firenze con un “migliorabile” 10”12, la marcia vero i Campionati d’Europa (10-16 agosto 2026) per i 100 e la staffetta da trascinatore a Birmingham come nelle occasioni più felici.

Sul fronte di Tamberi, invece c’è da segnalare il modesto 2,20 nell’alto degli assoluti di Firenze, che segnala l’affanno nell’avvicinamento a Birmingham.

E siccome entramci – Marcell e Gianmarco – sanno fare miracoli come insegnatoci 5 anni prima, chissà che la Gran Bretagna non ce li restituisca nuovi e vincenti… 

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