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Tokyo celebra Fontanesi, maestro italiano dell’epoca Meiji

Dal 17 ottobre 2026 al 24 gennaio 2027 il Mitsubishi Ichigokan Museum di Tokyo ospita “Antonio Fontanesi: Transcending Landscape – A European Artist at the Opening of Japan”, la grande retrospettiva dedicata al pittore reggiano che, centocinquant’anni fa, portò la pittura europea nel Paese del Sol Levante. Le opere esposte sono oltre 200, tra dipinti, disegni e grafiche provenienti da collezioni italiane e giapponesi, e compongono la ricognizione più ampia su Fontanesi degli ultimi decenni. La mostra è prodotta dalla GAM di Torino per i 160 anni di relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone. Dopo Kyoto e Tokyo arriverà al Nagoya City Art Museum, dal 6 febbraio al 4 aprile 2027.

La storia di Fontanesi sembra scritta per un romanzo. Prima di diventare pittore di paesaggi era stato un uomo d’azione: dopo la dura esperienza della Prima Guerra d’Indipendenza al seguito di Garibaldi si trasferì in Svizzera. Poi cominciò a viaggiare. A Parigi conobbe Camille Corot e i pittori naturalisti di Barbizon, a Londra vide dal vivo i capolavori di Turner e Constable. Alla fine si stabilì a Torino, dove ottenne la cattedra di pittura di paesaggio all’Accademia Albertina. Fu lì che il destino bussò alla sua porta. Nel 1876 il Giappone dell’epoca Meiji, appena uscito da secoli di isolamento, volle una scuola d’arte all’occidentale. Il conte Alessandro Fè, ambasciatore italiano in Giappone, inviò un bando che arrivò all’Accademia Albertina, dove Fontanesi insegnava paesaggio da sei anni. Il governo di Tokyo scelse tre italiani: Vincenzo Ragusa per la scultura, Fontanesi per il disegno e Giovanni Cappelletti per il corso preparatorio.

Il viaggio è già un racconto. Fontanesi arrivò a Tokyo a fine agosto 1876, dopo un mese e mezzo di navigazione, con un carico di calchi in gesso, fotografie di capolavori, carboncini, acquerelli e perfino manichini. Fu il primo europeo a insegnare pittura a olio nella scuola fondata dal governo Meiji. In aula aprì ai suoi allievi un mondo nuovo. Introdusse il carboncino, il pastello, la pittura a olio e il ritratto dal vero, tecniche allora sconosciute in Asia. Soprattutto, insegnò un modo diverso di guardare: spingeva gli studenti a osservare la natura e a dipingere dal vero, e così contribuì in modo decisivo alla nascita della moderna pittura giapponese.

C’è un dettaglio che dice molto dell’uomo. Con gli allievi italiani era esigente e voleva che seguissero il suo stile. Con quelli giapponesi, invece, lasciava grande libertà, senza pretendere che adottassero in tutto la sua maniera. Il suo era un rispetto profondo per una cultura diversa dalla sua. Il soggiorno durò appena due anni. Nel 1878 la salute lo costrinse a tornare in Italia. Il seme però era stato piantato. I suoi insegnamenti influenzarono la prima generazione di artisti dello yōga, la pittura giapponese in stile occidentale.

Fontanesi morì a Torino il 17 aprile 1882. In Giappone, però, il suo nome non è mai stato dimenticato: ancora oggi è considerato uno dei padri della pittura moderna del Paese.

Oggi i suoi paesaggi tornano a Tokyo, nella stessa città dove un italiano con le valigie piene di gessi e di sogni insegnò a guardare la luce in un modo nuovo. È la storia di tanti italiani che hanno lasciato casa portando con sé un talento, e che lontano hanno messo radici più profonde di quanto immaginassero. Fontanesi in Giappone ci rimase due anni. Il suo segno ci è rimasto per sempre.

Immagine di copertina: Antonio Fontanesi, Sulle rive del Po (1870). Pubblico dominio, via Wikimedia Commons

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