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Marino Bartoletti protagonista del Caffè letterario di italiani.it. È un noto giornalista, profondo conoscitore di musica e esperto del Festival di Sanremo ma, soprattutto, è un uomo di grande cultura e grande umanità.

Marino, lei è un famoso giornalista, ma è anche scrittore, esperto di musica, esperto di Sanremo. La sua carriera è brillante e lunghissima, quindi, da che cosa possiamo iniziare, forse dal suo ultimo libro “La cena degli dei”.

E’ una creatura che mi sta dando tante soddisfazioni, nella quale c’è tanto Marino. Ci sono i ricordi e anche la domanda di un ragazzo di provincia che si è sempre chiesto, quando ancora non aveva i baffi, che fine fanno i nostri campioni dello spettacolo, della musica, dello sport. Allora, ho delegato un Grande Vecchio, che è Enzo Ferrari, il quale essendo in quel Luogo ormai da più di quarant’anni, un giorno ha pensato, ma perché devo annoiarmi, quando qui vicino, su qualche nuvola ci saranno delle persone che sarei felice di incontrare, amici con cui ho avuto rapporti importanti in vita, persone che non ho mai conosciuto perché erano nate prima di me, ragazzi più giovani di me di cui ho sentito parlare e che mi piacerebbe veramente conoscere e incontrare.

Marino Bartoletti con il suo libro
Marino Bartoletti ospite del Caffè letterario di italiani.it

Quindi, allestisce una cena in questo ideale Olimpo. Lui naturalmente è un po’ il Giove della situazione, il Grande Vecchio della situazione, anche se c’è un altro Grande Vecchio in Paradiso, quello con la barba e, avendo entrambi una forte personalità non vanno sempre molto d’accordo. Però, alla fine pare che la cena riesca molto bene e questi dieci personaggi scelti con molta cura si trovano molto bene e raccontano storie tutte vere.

E’ recente un suo post sui suoi social in cui lei mostra i libri che ha scritto. Tra gli altri, menziona “BarToletti e BarToletti 2”. Ce ne vuole parlare?

Siamo già arrivati al quarto. Ovviamente BarToletti è un facile gioco di parole che mi posso permettere, semplicemente perché mi chiamo così. Il BarToletti è un caffè dentro cui ci si incontra, dentro cui si parla da amici, si chiacchiera e si rievoca. Io avevo fatto due promesse, che non sarei mai entrato su facebook e che non avrei mai scritto libri. Tutto in una volta, quello che avevo scritto su facebook è diventato un libro quindi, ormai sono condannato a non andare mai, di presenza, a “La cena degli dei” perché per farlo bisogna andare in paradiso e non ce la farò mai. Detto questo, è chiaro che a un certo punto mi è venuta voglia di scrivere i miei pensieri e le mie riflessioni quasi quotidiane, e un editore che insisteva affinché io scrivessi un libro e al quale ho sempre detto “io non scriverò mai un libro”, ad un certo punto mi ha detto: “ma non ti sei accorto che il libro lo hai già scritto”? Praticamente, sono già anche a tre quarti del BarToletti 5 che avrà la mascherina, anche se in maniera ironica. Qualcuno mi aveva detto, se entri su facebook naturalmente fai cose brevi e non mettere le fotografie, io ho ascoltato tutti poi, ovviamente, ho fatto di testa mia facendo l’unica cosa che so fare cioè raccontare storie che sembrano favole o favole che sembrano storie, esperienze di vita vissuta.

Io scrivo solo di cose che so ed è la cosa di cui mi vanto di più assieme, detto con molta sincerità, al clima di civiltà che ho cercato di instaurare con questi libri, tanto è vero che il quarto si chiama, in maniera molto pomposa come se mi fossi montato la testa, “BarToletti così ho cambiato facebook“. L’ ho cambiato nel senso che, almeno chi segue me, ha trovato un passo di educazione, di civiltà, di competenza, di volontà di crescita a cui cerca di adeguarsi e per il quale io mi sono impegnato.

Recentemente lei sui suoi social ha scritto di Luna Rossa. Noi italiani in questo periodo siamo particolarmente orgogliosi di essere italiani per i successi di Luna Rossa. Lei è fiducioso in vista di una finale? Quale sarebbe l’impatto per lo sport e per l’economia italiana di ospitare la prossima edizione in Italia?

Credo che la Sardegna sia già pronta. Ricordiamoci che la Sardegna è stata la culla delle nostre velleità in Coppa America perché è dallo Yacht Club in Costa Smeralda che, ormai quasi 40 anni fa, cominciò questo progetto e questo sogno che venne, per la verità, portato avanti da una persona che era nata a un passo da me e cioè a Forlì in Corso Diaz e che si chiama Cino Ricci. È un folle sognatore, che inventò Azzurra che ci fece star svegli, per la prima volta, tutte le notti tanti e tanti anni fa. E poi naturalmente il Moro di Venezia, anche questo con una buona dose di romagnolità perché lo volle Raul Gardini e, Luna Rossa, che rappresenta veramente un’Italia bella. Io ho fatto un primo post nel quale dicevo che ero fierissimo, orgoglioso, ammirato, compiaciuto e dopo ho detto “è chiaro che con queste riprese ogni tanto si sfiora la sensazione di essere immersi in un videogioco”. Non l’avessi mai fatto perché, i duri e puri continuano a dire che le barche sono un’altra cosa, gli altri, quelli che guardano la contemporaneità dicono, allora un’altra volta partecipiamo con i velieri come le prime edizioni della Coppa America. Insomma, quando ho fatto un post successivo, quando quando abbiamo potuto accedere alla coppa vera e propria ho scritto, “ok, teniamoci l’orgoglio e non scrivo altro perchè non vorrei che si litigasse come se si parlasse di Juventus-Napoli. Teniamoci questa cosa bella e poi ne parleremo.

50 anni fa lei lasciò Forlì per andare a Milano… il tema delle radici è molto caro ad italiani.it. Qual è il suo rapporto con il luogo delle sue radici?

Sono molto legato alle mie radici, quando torno in Romagna e sento il profumo di piadina, traballo. Sento il profumo del mio mare, della mia campagna, della mia terra. Quando posso vado in bicicletta in Romagna con i miei amici, in quelle colline così dolci in momenti particolari, tra l’altro, come tutti i crepuscolari, io adoro il giallo dell’autunno. Credo che il Signore, quando ha inventato la Romagna, come tanti altri posti ma, lasciatemi essere orgogliosamente provinciale, penso che si è impegnato abbastanza. Perché c’è la montagna, la campagna, la storia, la cultura, c’è tutto quello che una persona ragionevolmente può aspirare a vedere. C’è un posto, vicino a Forlì dove sono nato, che si chiama Bertinoro. E’ una collina, un grande faraglione da cui si domina il mare, che ti mette veramente in pace col mondo, nelle giornate più fortunate si vede la Croazia dall’altra parte. Le racconto solo questa cosa per dire dove può arrivare la mia fierezza, Bertinoro è famoso per essere la cittadina dell’ospitalità. La contraddistingue una colonna in piazza che si chiama “colonna degli anelli”, è una colonna con tanti anelli che non si capisce cosa rappresentino. Rappresentano il fatto che l’unica volta in cui bertinoresi litigavano, nel medioevo, era quando arrivava un viandante e facevano letteralmente a cazzotti per poterlo ospitare, fino a che misero questi anelli, che corrispondevano ad altrettante famiglie, e a seconda di dove, per caso, lui attaccava il suo cavallo, quello corrispondeva ad una famiglia che poteva ospitarlo, senza che litigassero per questo. Questa è l’ospitalità romagnola.

Lei ha viaggiato molto come giornalista sportivo, come scrittore. Come viene accolto dagli italiani in giro per il mondo Marino Bartoletti ?

Ho seguito, dal vivo, dieci olimpiadi, dieci campionati del mondo, per non parlare dei campionati europei, gare di mondiale di Formula 1, di motociclismo e quant’altro. Aver seguito dieci olimpiadi vuol dire essere andato da Montreal nel ’76, a Mosca nell’80, a Los Angeles nell’84, a Seul nell’88, a Barcellona nel ’92, in America nel ’96, a Sydney nel 2000. E poi i mondiali, il che vuol dire Messico, Argentina, Corea, Giappone. Mi è venuto in mente Sydney, come potrei citare l’Argentina, perché sono i posti dove più di tutti ho sentito il calore degli italiani. Vedere queste persone, anche ormai di terza generazione, che potevano riconoscere e confrontarsi con qualcuno che, in alcuni casi parlava addirittura il loro dialetto, ci faceva sentire commossi, ci faceva sentire fratelli nel vero senso della parola. In Argentina avevo solo il problema di capire in quale comunità dovessi andare da una sera all’altra, altrimenti succedeva come a Bertinoro che litigavano se non andavo dall’uno o dall’altro. Ma anche a Sydney c’erano tante famiglie italiane dal punto di vista della provenienza, c’era veramente tutto il mondo, io non ho mai visto un’ olimpiade come quella, in cui c’erano tante comunità di tutto il mondo che si riconoscevano in questi nuovi fratelli che erano arrivati a trovarli. Per me l’Argentina è indimenticabile, perché ci passai 40 giorni del mondiale del ’78 e fu il mio primo mondiale. Tra l’altro era talmente bella che non ci accorgemmo di certe distorsioni che c’erano in Argentina in quel momento. Però, confrontarsi con gli italiani di là che erano ancora alla seconda generazione e vederli piangere, perché sentivano una parola nel loro vecchio dialetto, è una cosa che mi porterò dietro per tutta la vita.

Sanremo è alle porte per la prima volta in una veste diversa. La magia della musica riuscirà ad arrivare al pubblico da casa?

Sanremo è stato negli anni un grandissimo ambasciatore dell’italianità. Nei miei viaggi, nelle mie trasferte, se dicevo che conoscevo Celentano o l’emergente Toto Cutugno si aprivano tutte le porte. Addirittura Cutugno hanno continuato ad amarlo, come quando qualche anno fa portò il coro dell’armata rossa che cantava “L’italiano”, un momento di grande emozione per tutto il Festival. Io lo guarderò, come sempre. Dopo trent’anni sarà la prima volta che non ci vado, lo guarderò da casa mia. Sanremo lo devono fare, lo fanno da 71 anni o per lo meno è la settantunesima edizione. È iniziato nel 1951, è quasi mio coetaneo, credo di averli visti quasi tutti dall’età della ragione, più di trenta li ho visti professionalmente. Diffido di quelli che diffidano di Sanremo perché vuol dire che non ne hanno capito il valore sociale oltre che artistico. E’ giusto che si faccia, non per ragioni commerciali che pure esistono, ma proprio per questo valore artistico e per questo valore sociale che vanno preservati. Pensiamo che giusto sessanta anni fa, l’organizzatore buttò nella mischia alcuni cantanti per cui ci fu qualcuno che si stracciò le vesti dicendo: “ma chi è questo Celentano, chi è questo Giorgio Gaber, chi è questo Gino Paoli con gli occhiali scuri, chi è questa Milva, chi è questo Little Tony, chi è questo Pino Donaggio, chi è questo Umberto Bindi, chi è questo Edoardo Vianello, erano quelli che hanno fatto i cinquant’anni di storia della musica leggera italiana successiva. Noi vecchi dobbiamo essere prudenti, in questo momento sono preso da un guizzo di giovanilismo irresistibile, voglio sapere tutto di Fulminacci.

Mettiamo insieme due sue grandi passioni, lo sport e Sanremo. Ibraimovic sarà ospite fisso di Sanremo. Chiaramente Sanremo ne trarrà vantaggio, ma da un punto di vista sportivo, Ibrahimovic e il Milan ne potrebbero risentire?

Provo a mordermi la lingua perché non me la sento di dire esattamente quello che penso. Se Amadeus ha pensato che Ibrahimovic possa essere una presenza funzionale a Sanremo tanto di cappello, tra l’altro, credo che ci vada anche Mihajlovic almeno una sera. Mi resta sconosciuto il mistero per cui Ibrahimovic ci voglia andare e il Milan ce lo lascia andare. Io a Saremo ho incontrato anche Mike Tyson, mi strinse la mano come può stringerla Mike Tyson, porto ancora le ferite nella mano destra. Il Festival abbraccia due partite del Milan che, in questo momento, ha bisogno di tutti. Ibrahimovic ha garantito, da grande professionista, che non farà venire meno niente; la sera di Milan-Udinese non credo che si sposterà in telecinesi da San Siro a Sanremo, vedremo come andrà a finire.

Sono passati 50 anni da quando ha lasciato Forlì per iniziare la sua carriera. Guardandosi indietro, guardando al giovane Marino Bartoletti cosa gli direbbe? Cosa direbbe ai giovani che devono costruire il proprio futuro?

Al giovane Marino Bartoletti ancora senza baffi, direi – sai Marino che sono fiero di te? Per quello che hai fatto, per il coraggio che hai avuto quel giorno lasciando la tua Forlì con un treno che non era esattamente il Frecciarossa, con tua madre che ti inseguiva dicendo “cosa c’è a Milano che non c’è a Forlì”. Se potessi parlare a un giovane gli direi che la frase, “sii arrabbiato sii affamato”, l’ho inventata dentro me stesso molto prima che l’abbia inventata Steve Jobs. Io credo che la mia fame di provinciale, sia stata determinante. Ragazzi, lavorate su questa fame, volate più alto che potete, poi, a tornar indietro siete sempre in tempo.

E’ bellissimo sentirle usare il termine “provinciale” perché molti lo sentono e lo vivono come un limite, invece dalle sue parole risulta essere un punto di forza

Secondo me è un enzima. Io mi invidio molto per il fatto di essere nato in provincia perché mi ha dato una fame di vita, una carica, un desiderio di miglioramento che, non dico che chi è nato nella grande città potrebbe non avere, però, chi è nato nella grande città forse dà per scontate alcune cose come ad esempio andare a San Siro se sei di Milano. Io la prima volta che vidi San Siro mi misi a piangere, avevo vent’anni. Non dico che piango ancora quando ci torno perché certe emozioni sono riposte, però, è per far capire che carica in più mi poteva dare quel gesto poco più che simbolico. Per me fu un motivo di orgoglio, parola che mi rendo conto che ho usato tante volte in questa chiacchierata, però la rivendico, veramente, con orgoglio.

L’intervista completa in questo link.

Intervista a Marino Bartoletti ospite del Caffè letterario di italiani.it ultima modifica: 2021-03-01T15:00:00+01:00 da Paola Stranges

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