C’è una leggenda che nel Salento ha attraversato i secoli senza mai perdere forza. È quella della taranta, il morso velenoso di un ragno che, secondo la tradizione popolare, faceva cadere chi ne era colpito in uno stato di torpore, agitazione, quasi di trance. L’unico rimedio conosciuto non era una medicina, ma la musica. Ore, a volte giorni interi, di danza al ritmo incalzante di tamburello, violino e chitarra, fino a quando il corpo non avesse “sudato via” il veleno. Era il tarantismo, un rito terapeutico che gli storici fanno risalire almeno al Trecento, e che affonda probabilmente radici ancora più antiche, in cerimonie di possessione già note nella Grecia classica.
La parola “pizzica”, che oggi identifica il ballo e il genere musicale nato da quel rito, compare per la prima volta in un documento del 1797, in epoca borbonica. Da allora la pizzica ha vissuto una lunga trasformazione. Da pratica di guarigione popolare, spesso guardata con sospetto dalla Chiesa e dalla medicina ufficiale, a forma musicale e coreutica autonoma, capace di sopravvivere ben oltre la scomparsa delle credenze che l’avevano generata. Il morso del ragno non fa più paura a nessuno, ma il ritmo che doveva scacciarlo è rimasto, ed è diventato patrimonio identitario di tutta la Puglia.
È a luglio che questa eredità torna a farsi sentire nelle piazze del Salento. Iniziano le prime serate di pizzica nei paesi della Grecìa Salentina. Si riaccendono le “notti” locali che anticipano l’appuntamento più atteso, quello che dà il nome a tutto il movimento moderno: la Notte della Taranta. Nata nel 1998 per iniziativa dell’Unione dei Comuni della Grecìa Salentina, l’area di undici paesi dove si è conservata più a lungo una lingua di origine greca, la manifestazione ha trasformato un rito contadino in uno dei festival di musica popolare più importanti d’Europa. Il Festival richiama ogni anno decine di migliaia di persone nella piazza di Melpignano per il concertone finale di fine agosto, tra artisti salentini e ospiti internazionali.
Per le comunità pugliesi all’estero, questo calendario è quasi un rito parallelo. Già a luglio, tra Toronto, Stoccarda e Sydney, i circoli pugliesi iniziano a organizzare le prime serate a tema. Spesso in attesa di poter seguire in diretta streaming il concertone di agosto, o di programmare il proprio viaggio di ritorno proprio per non mancare all’appuntamento. Il tamburello, in queste comunità, non è solo uno strumento: è un modo per restare agganciati a una terra che pulsa a un ritmo riconoscibile ovunque nel mondo.
Che si balli a Melpignano o in un salone parrocchiale a migliaia di chilometri di distanza, il gesto è lo stesso di sempre. Un cerchio che si stringe, un tamburello che parte, un corpo che si muove seguendo un ritmo più antico di qualunque confine. La taranta, quella vera, ha smesso da tempo di mordere. Ma continua, ancora oggi, a far ballare.