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Il vino che gli emigrati italiani portarono a Mendoza

Tra il 1880 e il 1915 l’Argentina fu una delle mete più battute dall’emigrazione piemontese. Partivano contadini che spesso non parlavano nemmeno l’italiano, ma solo il dialetto delle loro langhe e delle loro colline. Portavano con sé, oltre a poche masserizie, l’unico patrimonio che possedevano davvero: il sapere antico di come si lavora la vite. Insieme a loro emigrarono veneti e toscani, ma furono i piemontesi, in particolare, a lasciare l’impronta più profonda in una regione ai piedi delle Ande che allora produceva vino da secoli, ma senza ancora l’ambizione che avrebbe poi conquistato il mondo: Mendoza.

Non fu il Barolo in bottiglia a fare il viaggio, ma qualcosa di più prezioso. Le barbatelle, gli strumenti, e soprattutto la competenza enologica che in Piemonte aveva già dato vita a quel vino. Le famiglie di emigranti portarono con sé varietà come la Barbera d’Asti e la Bonarda. A Mendoza trovarono un terreno e un clima capaci di farle rendere al meglio. Tanto che ancora oggi la Bonarda argentina è tra le uve più coltivate del paese, diretta discendente di quella che i piemontesi chiamavano “l’uva di casa”. Fu un innesto, nel senso più letterale del termine: un pezzo di Piemonte trapiantato su un altro continente, che ha attecchito e ha dato frutto.

I cognomi di quella generazione sono ancora oggi scritti sulle etichette più prestigiose del vino argentino: Giol, Tomba, Toso, Zuccardi, Catena, Bianchi. Dietro ogni nome c’è la stessa storia, ripetuta con piccole variazioni. Un emigrante piemontese o veneto arrivato con poco più delle proprie mani, che ha ricostruito a Mendoza il mestiere imparato da bambino tra i filari di casa, e lo ha consegnato ai figli, e poi ai nipoti, fino a diventare industria, fino a diventare eccellenza riconosciuta nel mondo.

Oggi Mendoza è conosciuta soprattutto per il Malbec, ma sotto quella fama internazionale scorre ancora una vena piemontese che pochi conoscono. Quella di chi, non potendo portare con sé il Barolo delle Langhe, ne portò l’anima, la pazienza, il rigore con cui si aspetta che una vigna dia il meglio di sé. È lo stesso rigore che ancora oggi, in Piemonte, fa del Barolo uno dei vini più rispettati al mondo, e che a Mendoza, dall’altra parte dell’oceano, ha contribuito a costruire una delle industrie vinicole più importanti del pianeta.

Non è un caso isolato. È la prova, tra le tante, che l’eccellenza italiana non ha mai avuto bisogno di restare dentro i confini nazionali per essere autentica. Viaggia nelle valigie di chi parte, mette radici altrove, e continua a produrre qualcosa di grande anche a migliaia di chilometri da casa.

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