Sono quasi cinque secoli che a Venezia la “notte famosissima” si ripete. Tra banchetti, festeggiamenti, fuochi d’artificio e una spiritualità che nonostante il passare il tempo non è mai venuta a mancare. E’ la notte del Redentore, che collega il sabato e la domenica del terzo fine settimana di luglio, e che da secoli si ripete ogni anno a Venezia. Ricordando, e le celebrazioni religiose non mancano, la fine di una peste: quella terribile del Cinquecento, che in due anni si era portata via quasi un terzo della popolazione veneziana, 500 mila persone. Fra queste, anche il celebre pittore Tiziano Vecellio.
Il palladiano santuario del Redentore
Era l’estate del 1576, l’epidemia non dava tregua e il morbo sembrava invincibile. A settembre di quell’anno il Senato della Repubblica decise di chiedere aiuto al divino, promettendo la realizzazione, nell’area del convento francescano dell’isola della Giudecca, di un grande tempio votivo – così come accadde meno di un secolo dopo con la Basilica della Madonna della Salute – dedicato al Redentore.

L’incarico venne affidato a uno dei più grandi architetti dell’epoca, Andrea Palladio. La posa della prima pietra esattamente un anno dopo, nel 1577, la consacrazione del tempio nel 1592. Un santuario di grande bellezza, una delle chiese più belle e conosciute di Venezia. Come scrive Giulio Lorenzetti, nella sua celebre guida “Venezia e il suo estuario”, il tempio del Redentore “E’uno dei più grandiosi armonici esempi di architettura religiosa palladiana”.
Il ponte votivo su barche
Fin da subito, scrive ancora Lorenzetti, “Era obbligo che ogni anno nella terza domenica di luglio, la signoria visitasse il Tempio”. E questa consuetudine non si è mai interrotta, radicandosi nel cuore e nelle tradizioni dei veneziani. Che hanno mantenuto la devozione con le celebrazioni religiose nel tempio palladiano dell’isola della Giudecca, eccezionalmente collegata a Venezia – in questa occasione e solo per qualche giorno – da un ponte votivo su barche che attraversa il canale della Giudecca. Ma se sono rimaste vive le celebrazioni religiose per la fine di quella peste ormai così lontana, non si sono dimenticati la gioia e i festeggiamenti che hanno contraddistinto già i primi anni dalla cessazione della pandemia.
La “notte famosissima”, tra banchetti in barca e fuochi d’artificio
La grande festa, complice il fatto che cade proprio nel cuore dell’estate, avviene in Bacino San Marco e nel Canale della Giudecca che questa sera, terzo sabato del mese di luglio, si riempiono di imbarcazioni riccamente addobbate tra musiche e cene tradizionali in barca. Che si prolungano sulla rive della Giudecca con banchetti festosi e menù tradizionali: sardine “in saor”, pasta e fagioli, anatra ripiena e il frutto trionfo dell’estate, l’anguria. Tutto questo in attesa, poco prima della mezzanotte, dei fuochi d’artificio in Bacino di San Marco, momento topico della festa. Il top è assistervi dalla barca, ma anche da riva lo spettacolo è garantito.
Quest’anno saranno quaranta minuti di luci e colori ad illuminare le acque della laguna e i profili dei monumenti che si affacciano sul Bacino. Uno spettacolo davvero emozionante, momento molto atteso dai veneziani e dai turisti che in tanti, tantissimi, arrivano nella città lagunare per la Festa del Redentore. Da sempre.
Il Redentore nell’arte
Tradizionalmente nota come la “notte famosissima”, la festa del Redentore nei secoli ha richiamato in laguna artisti italiani e stranieri, ispirandoli per dipinti di grande suggestione: da Joseph Heintz il Giovane (1648-1650) a Gabriel Bella nel Settecento, al vedutista dell’Ottocento Carlo Grubacs, al veneziano Beppe Ciardi (1910-1915), al pittore statunitense Maurice Brazil Prendergast (1899) fino all’artista francese Abel-Truchet (1857–1918) e alla portoghese Maria Helena Vieira da Silva con la sua festa veneiana (1949). Chi colpito della processione sul ponte di barche, chi dalla folla festante e dalle luci dei fuochi d’artificio, chi dalle barche addobbate per la serata.

E se vogliamo ricordare una notte del Redentore molto speciale, come non citare quella del 1989, con il concerto dei Pink Floyd su una piattaforma galleggiante davanti a San Marco. Un Redentore con molti chiaroscuri, che per due giorni ha messo in crisi la fragilità della città lagunare per il numero incontenibile di giovani che hanno invaso le calli, le rive, Piazza San Marco: fra i primi segnali di un overtourism sul quale oggi ci si interroga, non solo a Venezia ma in tutte le bellissime, e fragilissime, città d’arte italiane.
(crediti foto: ufficio stampa Comune di Venezia)





