Quando si emigrava, in povertà, in cerca di un futuro migliore, ogni emigrato parlava il proprio dialetto. Non conosceva l’italiano, tanto meno la lingua del Paese che lo avrebbe accolto. Il veneto, il siciliano, il napoletano erano l’unica lingua che sapeva, quella imparata in casa, nei campi, prima ancora di sapere leggere e scrivere. Con quel dialetto e una valigia di cartone in mano, migliaia di italiani sono partiti verso il Brasile, l’Argentina, il Canada.
Per decenni il dialetto è stato qualcosa da lasciarsi alle spalle. I nostri emigrati arrivavano già segnati da una lingua che in Italia veniva guardata dall’alto in basso, e all’estero diventava un marchio in più da nascondere. Molti hanno scelto di parlare solo la lingua del Paese che li ospitava, convinti che così i figli sarebbero stati più liberi. Il risultato, spesso, è stato un salto generazionale. I nonni parlavano dialetto, i genitori lo capivano ma non lo parlavano, i nipoti non lo capivano affatto. Oggi qualcosa si è rotto in quella catena, e va nella direzione opposta.
C’è un caso che racconta questa storia meglio di ogni statistica: il talian. È la lingua che parlano ancora oggi centinaia di migliaia di discendenti di veneti nel sud del Brasile, tra Rio Grande do Sul, Santa Catarina e Paraná, dove tra Ottocento e primo Novecento arrivarono decine di migliaia di contadini veneti in cerca di terra. Nato dall’incontro tra i dialetti veneti e il portoghese, il talian è sopravvissuto per generazioni nelle case e nelle chiese di campagna, fino a quando, nel 2014, il governo brasiliano lo ha riconosciuto ufficialmente come Patrimonio Culturale Immateriale del Brasile, la prima lingua di minoranza a ricevere questo riconoscimento nel paese. Non un dialetto folkloristico da museo, ma una lingua viva, insegnata oggi anche a scuola.
Quello che sta succedendo ora nei circoli italiani nel mondo assomiglia a una piccola versione di questa storia, ripetuta in comunità più piccole. È il bisogno, spesso inconsapevole, di riappropriarsi di un suono che i nonni portavano dentro e che con loro rischiava di sparire per sempre. Un nipote che impara a dire “vien qua” invece di “come here”, o “mangiamm” invece di “let’s eat”, non sta solo imparando delle parole. Sta rimettendo in fila i pezzi di una storia di famiglia che altrimenti resterebbe muta.
Il dialetto, in fondo, non è mai stato solo un modo di parlare. Era il suono della casa, delle liti, delle ninne nanne, delle bestemmie sussurrate lavorando la terra. È rimasto attaccato ai ricordi in un modo che l’italiano standard, imparato sui libri, non riesce a fare. Per questo riscoprirlo oggi, a migliaia di chilometri da dove è nato, non è un vezzo identitario: è chiudere un cerchio che i nonni, per necessità, avevano dovuto lasciare aperto.
Chi lo studia oggi non lo fa per tornare indietro. Lo fa per portare avanti, con orgoglio, una voce che per troppo tempo aveva dovuto tacere.





