Un amore inspiegabile per l’Italia
Non so quando sia iniziato questo amore inspiegabile per l’Italia, per la sua gente, le sue abitudini. Non lo so davvero.
Forse tutto è nato quando la mamma mi raccontò di aver letto, nel libro “Cuore” di Edmondo De Amicis, la storia di Marco, il bambino italiano che, con grandi sacrifici, era riuscito a venire “Dagli Appennini alle Ande”.
Oppure sarà stato quando vidi il nonno Costantino preparare sulla Volturno un caffè così forte e scuro da sembrare inchiostro, ma con un profumo delizioso.
«Questa caffettiera era dei miei genitori» mi disse. E i suoi genitori (Domenico e Giuditta) erano venuti dall’Italia del Nord, dalla Lombardia.
Ma ricordo anche che un giorno la nonna Teresa, senza pensarci, invece di chiedermi:
«Portami del prezzemolo dall’orto!», mi disse: «Portami il prezzemolo!».
Un’altra volta, mentre cucinava, mormorò: «Mi manca una cipolla».
E le foto? Le foto dei parenti italiani mi affascinavano. In una di esse c’erano i genitori del nonno: lui in abito elegante, con un orologio da taschino che pendeva dal gilet; lei con un vestito lungo e un cappotto, anch’esso lungo, che sembrava di pelliccia o di velluto.
«Queste foto erano per mandarle a chi era rimasto in Italia» mi spiegò il nonno. E quando lui si allontanò verso il cortile, la nonna aggiunse: «Erano per far vedere ai parenti che qui si erano fatti ricchi».

Sanremo, le canzoni e la nascita di una “tifosa”
Il tempo passò e, verso il 1969, in televisione in Argentina iniziarono a trasmettere il Festival di Sanremo. Quel programma mi catturò subito. Senza capire il significato delle parole, cantavo con loro: “’O sole mio”, “La pioggia”, “La bambola”, “Dio, come ti amo”, “Fra noi”, “Il cuore è uno zingaro”, e tante altre.
A quel punto ero già una vera tifosa.
Nel 1988 la nostra famiglia subì un duro colpo: papà morì a soli 60 anni. Quando tornai dal cimitero, in mezzo a tanto dolore, pensai: «Studierò la lingua italiana…».
Ricordai di aver letto:
«La felicità è come una farfalla: più la insegui, più ti sfugge; ma se rivolgi l’attenzione ad altre cose, lei verrà e si poserà dolcemente sulla tua spalla».
Questo pensiero fu scritto dal dottor Viktor Frankl mentre si trovava in un campo di concentramento.
Il momento per iniziare a studiare non era certo il più adatto: lavoro, tre figli piccoli e un dolore lacerante. Ma cominciai lo stesso e per quattro anni frequentai “la Dante”; studiai, sostenni gli esami e mi diplomai come insegnante. Tuttavia sentivo ancora che mi mancava “qualcosa”: dovevo conoscere quell’altra patria che mi era arrivata in “regalo”.
Il viaggio tanto atteso verso la terra degli antenati
Passarono molti anni finché, finalmente, nel 2017 riuscii a partire.
Quando organizzai l’itinerario, misi una condizione: «Vado nei luoghi tradizionali, ma accetto solo se ho almeno un giorno per andare al paese dei miei antenati, San Giovanni Bianco (e le sue frazioni)».
Lì erano nati loro, da lì erano partiti verso l’Argentina nel 1885 e non erano mai più tornati.
Domenica 8 ottobre fu il giorno libero. I miei occasionali compagni di viaggio non riuscivano a capire come potessimo rinunciare all’escursione con loro a Saint Moritz (Svizzera), uno dei centri turistici più famosi del mondo, con paesaggi alpini spettacolari e una torre più inclinata di quella di Pisa, per andare invece in un piccolo paesino di poco più di 5.000 abitanti, nascosto tra le montagne.
A cosa sarebbe servito sprecare tempo in spiegazioni? Non l’avrebbero capito.
Quella domenica, di buon mattino e con tutto organizzato, io e mio marito uscimmo dall’hotel diretti alla stazione ferroviaria. Arrivammo con largo anticipo, ci fermammo davanti al tabellone elettronico: tutto era coordinato, avremmo preso il treno che ci avrebbe portati a Bergamo e da lì l’autobus fino a San Giovanni Bianco.
All’improvviso, sullo schermo, proprio in corrispondenza del nostro orario, apparve la parola: “CANCELLATO”, cosa che lì non accade quasi mai.
«Madonna Santa…!» pensai. Saremmo arrivati con tre ore di ritardo. Mi avrebbero aspettato? Non riuscivo a comunicare per avvisare del ritardo. E se non fossero stati lì ad aspettarci al terminal degli autobus? Non so cosa avremmo fatto in quel caso. Rinunciare, però, non mi passò mai per la testa.
Eppure… erano lì!
L’incontro con i “parenti” e il ritorno alle radici
La prima che vidi fu Giusi: con lei ci eravamo “conosciute” su Facebook. Era identica alle foto, indossava un vistoso blazer rosso e teneva in mano una scatola con i tradizionali biscotti del posto, i famosi amaretti alle mandorle. Condividevamo il cognome materno, ma non eravamo parenti; eppure volle conoscermi lo stesso.
Non riuscii invece a conoscere il marito che, controvoglia, aveva passato le tre ore di ritardo “arrabbiato”, seduto in macchina ad aspettare, perché sua moglie voleva vedere una signora argentina sconosciuta.
A pochi passi da Giusi intravidi Sabrina, nipote di Caterina, l’anziana cugina di mio nonno. Salimmo sulla sua auto: ero così emozionata che non ricordo di cosa parlammo. In pochi minuti eravamo a casa sua, dove ci aspettava Mariarosa, sua madre. Ci scambiammo l’abbraccio tanto atteso e ci sedemmo a mangiare le tagliatelle fatte da lei.
Non fu un pranzo qualunque: c’era fretta di finirlo. A soli 3 km da San Giovanni Bianco, sulla collina della stessa città, si trova la frazione chiamata San Pietro d’Orzio, un piccolo paese agricolo di origine antica. Lì viveva Caterina, madre di Mariarosa e nipote di Luigi Serafino Galizzi Gervasoni. Suo nonno Luigi era fratello del mio bisnonno Giovanni Domenico; solo che lui, come altri fratelli, non emigrò.
Nel breve tragitto si unì a noi anche Nicoletta (anch’essa di famiglia). Insisteva per andare al cimitero: impossibile farle capire che il nostro tempo era limitato. Mi prese sottobraccio e mi fece passeggiare davanti alle tombe, dove i cognomi si ripetevano: Galizzi, Gervasoni, Milesi, Bonzi, qualche Salvetti e pochi altri.
Mariarosa urlava a Nicoletta in un italiano per me sconosciuto. Più tardi mi confidò che stava cercando di portarci via da lì per arrivare da Caterina, conversare con calma e coordinare il ritorno con l’orario del pullman.
Con un po’ di fatica riuscimmo ad allontanarci e, all’improvviso… bastò alzare lo sguardo: vidi la casa e, sullo sfondo, le Alpi. Non riuscii a trattenere il pianto. Sentii che con me salivano tutti quelli che erano emigrati.


L’abbraccio di Caterina e la conferma dei legami
L’anziana, insieme alla nipote, ci aspettava vicino alla porta d’ingresso. Non so come arrivai fin lì: il cuore mi batteva all’impazzata.
Non dimenticherò mai l’abbraccio che ci scambiammo, né il suo sguardo perplesso, incapace di comprendere fino in fondo ciò che stava accadendo attorno a lei.
Ma tutto era lì, sulla sua tavola: le foto, l’albero genealogico (realizzato in Argentina da Carlitos), la data di nascita del nonno Luigi, che coincideva esattamente con quella in suo possesso.

Era domenica, così accompagnammo Caterina alla cappella vicina. Volli entrare per ringraziare. Accanto a noi, Nicoletta, euforica, gridava:
«Siamo famosi, abbiamo parenti in Argentina!».
Ringraziamo Liliana Sola Galizzi per aver raccontato la storia della sua famiglia, e il fortissimo legame che hanno con l’Italia!
Se anche tu vuoi raccontare la storia della tua famiglia, e la tua discendenza italiana, puoi farlo qui: https://www.italiani.it/racconta-la-storia-della-tua-famiglia-italiana/





