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I Nobel italiani: centoventi anni di genio

Si è appena chiusa la settimana dei Premi Nobel. Il 2026 è un intreccio di anniversari che riguarda da vicino l’Italia: centoventi anni dai primi due Nobel italiani.

L’Italia entrò nell’albo d’oro dei Nobel con Giosuè Carducci, il poeta delle Odi barbare, che fu il primo italiano premiato per la Letteratura. Era già malato e non poté affrontare il viaggio fino in Svezia. Lo stesso anno Camillo Golgi ricevette il premio per la Medicina, insieme allo spagnolo Santiago Ramón y Cajal. Fu uno dei Nobel più singolari della storia, perché i due erano rivali scientifici. Golgi sosteneva che il sistema nervoso fosse una rete continua, Cajal che fosse composto da cellule distinte, Il tempo diede ragione a Cajal, ma la scoperta fu possibile grazie alla “reazione nera”, il metodo di colorazione dei neuroni che Golgi aveva messo a punto anni prima in un piccolo laboratorio ricavato nella cucina dell’ospedale di Abbiategrasso. Ancora oggi ogni studente di biologia incontra il suo nome nell’”apparato di Golgi”.

Nel 1907 arrivò l’unico Nobel per la Pace della nostra storia. Lo vinse il milanese Ernesto Teodoro Moneta, insieme al giurista francese Louis Renault. La sua parabola è sorprendente: da ragazzo aveva combattuto sulle barricate delle Cinque Giornate di Milano e poi con Garibaldi. Da adulto, giornalista, dedicò la vita alla causa della pace e dell’arbitrato tra le nazioni. Due anni dopo toccò a Guglielmo Marconi, premiato per la Fisica nel 1909 insieme al tedesco Karl Ferdinand Braun per lo sviluppo della telegrafia senza fili. Marconi non aveva mai completato gli studi universitari, eppure cambiò per sempre il modo in cui il mondo comunica. Quando morì, nel 1937, le stazioni radio di molti Paesi osservarono due minuti di silenzio, e per un momento l’etere tornò muto com’era prima di lui.

Grazia Deledda, sarda di Nuoro, aveva frequentato la scuola solo fino alla quarta elementare e si era formata da autodidatta, leggendo tutto ciò che trovava. Nel 1927 ricevette il Nobel per la Letteratura del 1926, e ancora oggi è l’unica scrittrice italiana ad averlo vinto. Nel 1934 fu la volta di Luigi Pirandello, il siciliano che aveva rivoluzionato il teatro con i Sei personaggi in cerca d’autore e aveva messo in scena la frammentazione dell’identità moderna. Un anno dopo il premio, durante la campagna “Oro alla Patria”, donò allo Stato la sua medaglia d’oro del Nobel. Salvatore Quasimodo, nato a Modica, vinse nel 1959. Prima di diventare uno dei maggiori poeti del Novecento aveva lavorato a lungo come geometra al Genio Civile, girando l’Italia e scrivendo versi nel tempo libero. Nel 1975 il premio andò a Eugenio Montale, il poeta genovese degli Ossi di seppia. Pochi sanno che da giovane aveva studiato canto per diventare baritono d’opera, e la musica rimase sempre una passione: per anni scrisse anche come critico musicale.

C’è poi un capitolo che i lettori di italiani.it sentiranno particolarmente vicino. Molti dei nostri Nobel hanno costruito la propria carriera lontano dall’Italia, spesso costretti a partire. Il caso più celebre è quello di Enrico Fermi. Nel dicembre 1938 partì per Stoccolma a ritirare il premio per la Fisica e non tornò più. Le leggi razziali minacciavano la moglie Laura, che era ebrea, e la famiglia proseguì direttamente verso gli Stati Uniti. Quel viaggio verso la cerimonia fu in realtà un’emigrazione. Le stesse leggi segnarono il destino di Emilio Segrè, allievo di Fermi. Nel 1937, a Palermo, aveva scoperto con Carlo Perrier il tecnezio, il primo elemento chimico prodotto artificialmente. L’anno dopo si trovava in California per ricerca e non poté più rientrare. In America, nel 1959, vinse il Nobel per la Fisica insieme a Owen Chamberlain per la scoperta dell’antiprotone. Anche l’economista romano Franco Modigliani lasciò l’Italia nel 1939 per le leggi razziali. Negli Stati Uniti elaborò la teoria del ciclo di vita del risparmio, che gli valse il Nobel per l’Economia nel 1985.

Torino custodisce una storia unica al mondo. Nella scuola del professor Giuseppe Levi si formarono tre futuri premi Nobel: Salvador Luria, Rita Levi-Montalcini e Renato Dulbecco. Luria emigrò negli Stati Uniti, dove fu il relatore della tesi di dottorato di James Watson, futuro scopritore della doppia elica del DNA. Nel 1969 ricevette il Nobel per la Medicina per le ricerche sui virus dei batteri. Rita Levi-Montalcini, esclusa dall’università perché ebrea, continuò a fare ricerca in un laboratorio clandestino allestito nella sua camera da letto. Dopo la guerra si trasferì a St. Louis, dove scoprì il fattore di crescita nervoso, e nel 1986 ricevette il Nobel per la Medicina. Fu poi senatrice a vita e visse fino a 103 anni. Dulbecco, premiato nel 1975 per gli studi sui virus e i tumori, sorprese l’Italia intera nel 1999 salendo sul palco del Festival di Sanremo come co-conduttore.

Il genovese Riccardo Giacconi, considerato il padre dell’astronomia a raggi X, costruì negli Stati Uniti gli strumenti che hanno aperto una nuova finestra sull’universo, e nel 2002 ricevette il Nobel per la Fisica. Forse la storia più toccante è però quella di Mario Capecchi, nato a Verona nel 1937. Durante la guerra, dopo la deportazione della madre, rimase solo e visse per anni per strada. Si ritrovarono alla fine del conflitto ed emigrarono insieme in America. Nel 2007 quel bambino ricevette il Nobel per la Medicina per le tecniche che permettono di modificare geni specifici.

Altri hanno raggiunto il traguardo lavorando in patria. Daniel Bovet, nato in Svizzera e diventato cittadino italiano, condusse all’Istituto Superiore di Sanità di Roma gli studi su antistaminici e miorilassanti premiati nel 1957. Giulio Natta, ingegnere chimico del Politecnico di Milano, vinse il Nobel per la Chimica nel 1963 insieme al tedesco Karl Ziegler. Dalle sue ricerche nacque il polipropilene, che entrò nelle case degli italiani con il nome di Moplen: secchi, bacinelle e scolapasta che la pubblicità di Carosello rese popolarissimi. Carlo Rubbia, goriziano, ricevette il Nobel per la Fisica nel 1984 con Simon van der Meer, per la scoperta al CERN delle particelle W e Z. Dal 2013 è senatore a vita.

L’ultimo è Giorgio Parisi, romano, che ha lavorato quasi sempre alla Sapienza e nel 2021 ha ricevuto il premio per la Fisica, insieme a Syukuro Manabe e Klaus Hasselmann, per i suoi studi sui sistemi complessi. Tra le sue ricerche più affascinanti c’è quella sugli stormi di storni che al tramonto disegnano figure nel cielo di Roma. Con il suo gruppo li ha filmati e analizzati per capire come migliaia di uccelli possano muoversi come un solo corpo, senza un capo.

E c’è anche Dario Fo. Quando nel 1997 l’Accademia di Svezia lo premiò, paragonandolo ai giullari medievali che deridevano il potere e restituivano dignità agli oppressi, una parte del mondo culturale italiano reagì con stupore e qualche polemica. Lui rispose come sapeva fare, trasformando la cerimonia di Stoccolma in uno spettacolo. Era la dimostrazione che il genio italiano sa anche essere irriverente.

Un’eredità che appartiene a tutti

Ventuno nomi, centoventi anni di storia: poeti e fisici, medici ed economisti, un pacifista e un uomo di teatro. Alcuni hanno vinto restando, molti hanno vinto partendo, e nessuno ha mai smesso di essere italiano. A chi oggi vive lontano, magari con il cuore diviso tra due Paesi, queste storie dicono una cosa semplice: partire non significa perdersi. Ovunque si trovi, il talento italiano trova sempre la sua strada per brillare.

Immagine di copertina generata con IA

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