Sembra assurdo, ma è successo davvero. In un’Italia dove ormai in Chiesa si entra con pantaloncini da spiaggia, top aderenti e infradito con tanto di smalto sbeccato, l’unica a destare scandalo… sono io. Colpevole, vostro onore, di essermi vestita in modo distinto e in estate di portare sempre un copri spalle.
Giacca, pantaloni palazzo, poche scollature, niente trasparenze, volto sereno e composto. Un look da “signora”, come si sarebbe detto una volta. Eppure, eccola lì: la condanna morale, sussurrata tra le panche, spifferata nei corridoi della sacrestia, forse anche confidata al parroco tra un’Ave Maria e una chat. “Ma chi si crede di essere quella là?” – ecco l’accusa non detta ma ben percepita. Troppo curata, troppo elegante, troppe idee. Troppo donna/pensante che non si sottomette ad ogni reprimenda, se la ritiene errata?
La calunnia è un venticello
Curioso, davvero. Mi è capitato spesso di mettere a disagio per via del mio QI, e la reazione è livida, finanche livorosa. Perché le stesse bocche che si torcono per una personalità ingombrante, non sembrano batter ciglio davanti alle ragazze in shorts che paiono uscite da un’anteprima di Coachella, con crocifissi svolazzanti appesi al collo, tatuaggi visibili, chewing gum e selfie nell’atrio e reggiseni sotto giacca? Nessuna reprimenda. Nessun sussurro scandalizzato. Forse perché la volgarità, in fondo si può tollerare se per le cerimonie arriva una pesante donazione.
Ma non è un caso isolato. L’ipocrisia ecclesiastica è vecchia quanto la Chiesa stessa.
Ricordiamo l’anno 1517, quando Martin Lutero affisse le sue 95 tesi: tra i punti più critici, le indulgenze vendute come biglietti per il Paradiso. Ma mentre i poveri svuotavano le tasche per “comprare” la salvezza, i cardinali brindavano con oro e peccati.
E vogliamo parlare di Papa Alessandro VI (Rodrigo Borgia), che usava il Vaticano come sede di festini privati e fece sistemare i suoi figli come fossero vescovi a sorteggio? Ma guai a una donna ben vestita che osi mostrarsi a testa alta: quella è vanità, non autorevolezza.
Ai giorni nostri, l’ipocrisia si è solo raffinata. Si è nascosta sotto toni più morbidi, ma è viva e vegeta. Donne giudicate non per ciò che dicono, pensano o credono, ma per come si presentano. Come se la dignità si misurasse in centimetri di stoffa o nella sobrietà dell’eyeliner.
Se la Chiesa, quella vera, è casa del perdono, della dignità e dell’interiorità, perché allora una donna sobria e distinta viene trattata come una presuntuosa usurpatrice, mentre il trash viene lasciato passare con indulgente leggerezza? Perché poi il popolino di pecorelle meste, anonime, fedeli, praticanti, senza opinione e sovente anche senza contezza di sé non prende posizione? Perché vivere da pecore è sopravvivere e se non si esprime un’opinione si continua a farlo.
Le vedo, caste, mute, ma pure decerebrate e invertebrate.
Tutte in fila davanti a lezioncine sulla povertà di taluni paesi africani, omettendo qualche dettaglio.
Ad esempio, chissà perché mi viene in mente Il Mozambico che è uno dei paesi più ricchi di risorse minerarie dell’Africa australe, con enormi giacimenti di gas naturale, carbone, titanio, grafite e rubini. In particolare, le scoperte di gas offshore nel bacino di Rovuma hanno attirato colossi energetici internazionali, tra cui l’italiana ENI. Quest’ultima ha investito miliardi di dollari nel progetto Coral South, che ha ricevuto anche ingenti finanziamenti pubblici e privati: si parla di oltre due miliardi di euro raccolti, tra cui milioni provenienti direttamente dall’Eni. A voi risulta che l’Italia abbia tali risorse?
Chi mente sull’Africa?
Una donna pensante che si cura e si rispetta mette a disagio chi vive nell’abitudine del disordine e chi mente. E perché, diciamolo, è più facile colpire chi non si abbandona al conformismo. Lo zelo clericale si attiva, evidentemente, solo quando può esercitare un potere piccolo e meschino su chi ritiene una minaccia, perché non allineato.
Mi vestirò ancora con eleganza. Perché il mio rispetto per la casa di Dio passa anche dalla mia persona.
E se questo disturba, non è colpa mia. È solo uno specchio che riflette la piccineria di chi lo guarda.