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L’Italia del Giro

Scalando i 200 anni dello Stelvio di Donegani
nel segno di Torriani, Hinault, Panizza e… Bernaudeau

Stavolta si parte dal… fondo, da Sondrio. Proprio qui, ad un passo da dove il Mallero confluisce nell’Adda, nel 1980 si celebrò l’atto decisivo della prima delle tre conquiste in rosa – su tre partecipazioni! – di Bernard Hinault al Giro d’Italia.

Quel pomeriggio, tra ali di folla che ora si vedono difficilmente, a cogliere il traguardo di tappa fu Jean-Renè Bernaudeau, gregario del “Tasso” bretone. Capitan Hinault si lasciò andare ad un gesto di gratitudine nei confronti del “domestic” della Vandea e comunque infiocchettò come propria la maglia del primato, che alla partenza da Cles era sulle spalle di Wladimiro “Miro” Panizza, rimbalzato nell’occasione dai 36 tornanti di salita e rotolato lungo i 40 della discesa a quattro minuti di ritardo dal bretone.

L’intelligenza tattica del timoniere Cyrille Guimard, l’abnegazione di Bernaudeau e la prestanza di Hinault portarono alla Renault quel che in futuro sarebbe stato coniato come il Trofeo senza fine dell’evento principe di Gazzetta. 

Di lì a poco, Bernaudeau inaugurò nella sua Vandea un ristorante con un’insegna esplicativa: “Stelvio”.

Nel corso dell’autunno del 1979, “Patron” Vincenzo Torriani si era fatto accompagnare in Bretagna dall’amico Gian Maria Dossena e da Rino Negri, rispettivamente fantasioso colorista e capo-rubrica ciclismo della Gazzetta dello Sport ai tempi in cui l’organizzatore della corsa e il giornale madre filavano d’amore e d’accordo e collaboravano fattivamente in ogni frangente. In gran segreto, “quei tre” erano andati in caccia dell’astro nascente francese fresco autore del bis consecutivo in maglia gialla sui Campi Elisi. E lo trovarono, superando anche la riservatezza degli abitanti del luogo che a volte sfiorava l’omertà!

Garantito a “Blaireau” Hinault di preparare in Italia un percorso amico per l’edizione numero 63  – crono decisive e salite lunghe – Torriani-Dossena-Negri e l’autista che generalmente faceva il taxista a Milano – lasciarono Quessoy, e Yffiniac, dintorni di Saint-Brieuc, e rientrarono in Italia lasciando al Patron il compito di costruire di lì a qualche mese lo scenario per il grande scontro tra il vincitore degli ultimi due Tour e il fresco padroncino del Giro d’Italia 1979, Giuseppe “Beppe” Saronni. 

Nel maggio del 1980, il progetto di Torriani arrivò a compimento con tanto di ciliegina sulla torta rosa dell’impresa di Hinault sullo Stelvio – appunto! – in una corsa in cui il luogotenente Panizza si era inventato capitano ai danni di Saronni, comunque capace di inanellare sette successi parziali, mettendosi in mezzo tra il predestinato al successo (Hinault) e il giovane leader italiano di quel periodo (Saronni).

Obiettivi centrati da tutti, dunque: da Torriani che reclamava un evento di altissimo livello internazionale con i migliori attori del momento; dalla Gazzetta che propose un’edizione straordinaria del proprio figlio di miglior immagine; e da Hinault, che tornò a casa da trionfatore.

Eh sì, siamo ancora qui canterebbe qualcuno: a Sondrio, per ripercorrere a ritroso la direttrice di quell’impresa sportiva scritta 45 anni prima. A metà del 2025, siamo nel mezzo dei festeggiamenti del 200° compleanno della strada statale dello Stelvio voluta dal Congresso di Vienna tra il 1814 e il 1815, alla fine delle guerre Napoleoniche, per unire, appunto, Vienna alla sottomessa Milano, scavalcando i 2.757 metri (o 2.758?, come sostiene qualcuno, vai a saperlo…) del Passo che per il ciclismo è sinonimo di Cima Coppi, cioè il punto più elevato del Giro d’Italia quando passa da quelle parti, e per la geografia, considerato che è il punto di congiunzione della Val Venosta in Trentino Alto Adige con la Valtellina in Lombardia.

Nonostante siano scivolati via ben 9 lustri e un mese da quel 5 giugno 1980, i ricordi legati al ciclismo rischiano di soffocare la maestosità della storia della strada costruita dai cottimisti italiani – 700 o 800 in tutto – sotto la stretta sorveglianza degli austriaci. L’ipotiposi letteraria e i ricordi vissuti in diretta al Giro sono ben più presenti nelle nostre menti rispetto a quanto letto e riletto nel tempo circa l’impresa che appariva impossibile a tutti fuorché agli ideatori.

Alla faccia delle interruzioni invernali da ottobre ad aprile, a dispetto dei mezzi meccanici che due secoli fa non erano certo paragonabili a quelli di adesso, in 5 anni gli incommensurabili sacrifici degli operai portarono a compimento il progetto dell’ingegner Carlo Donegani, che dalla Valchiavenna alla Valtellina, dallo Spluga allo Stelvio a… Zurigo (e non soltanto) era l’archistar del tempo. Da Bormio al Passo dello Stelvio e poi giù verso Spondigna: 34 tornanti col naso all’insù e 40 curve a “U “sino alla méta trentina per superare 1.533 metri di dislivello in salita e 1.858 in discesa con medie sempre attono al 9% in modo da permettere ai cavalli di trainare le carrozze con passeggeri o merci. Otto cantoniere per arrivare in cima e chissà quante altre per raggiungere il regno di Gustav Thoeni, principe dello sci alpino sulle piste di tutto il mondo e poi albergatore al Bellavista di Trafoi.

Lì, nelle Cantoniere, si facevano riposare cavalli, cocchieri, passeggeri viandanti. Ora sono visioni rassicuranti per chi scala il moloch della montagna. C’è chi vi transita in bicicletta, comprese quelle a pedalata assistita; chi a piedi; chi in motocicletta; chi in automobile. Tutti sbuffano, donne, uomini, motori. Anche il nostro Pajero Shogun arrivato sin qui da Malta non la prende sottogamba: riposerà al pari nostro una volta arrivati lassù dove verosimilmente ritroveremo qualcuno della dinastia Sertorelli, magari Egidio che da Bormio si è allungato sino a Cervinia “perché là nevica più di qua”, ma sempre innamorato della sua montagna dove torna ad ogni piè sospinto.

Chi sono i Sertorelli? Leggete qui:

https://www.scuolascibormiostelvio.it/scuola-sci-sertorelli-bormio/

E’ la sintesi web esplicativa di vite che si intrecciano dal 1984 in su e in giù dalla IV delle 8 Cantoniera grazie a Costante e ai suoi successori: guide, “skiatori”, campioni, portabandiera ai Giochi in America, maestri di sci.. di tutto e di più. Nel 2026 vedranno la loro neve baciare per la prima volta le Olimpiadi in casa grazie a Milano-Cortina. Per ora vogliono godersi le celebrazioni dei 200 anni della Strada. La Strada dello Stelvio, appunto. E noi con loro perché senza di loro in almeno tre occasioni la carovana del Giro – sotto i nostri occhi di cronista o dietro le nostre direttive di Direttore dell’evento sportivo più nazionalpopolare d’Italia – non sarebbe transitata con tanti saluti alle sfide preannunciate e poi sistematicamente vissute.

Quando c’è lo Stelvio di mezzo, la notte della vigilia è una notte insonne. Non c’è storia. Fu così anche quella notte del 1980 quando Hinault si involò al tornante numero 12 salendo da Trafoi con Bernaudeau là davanti e noi dietro al bretone sull’auto Redazione Gazzetta pilotata da Giuseppe Vaccari con accanto in prima fila il caporubrica ciclismo Rino Negri. E che litigata tra Negri e Torriani, che non voleva stessimo nella scia di Hinault e tentò di cacciarci in avanti per paura di chissà quale scorrettezza o incidente. Torriani con accanto Bruno Raschi – l’ultimo dei cantori del ciclismo – sull’ammiraglia del Giro si ergeva fuori dal tettuccio per cacciarci a suon di fischiettate e di colpi della bandierina a scacchi battuti sulla carrozzeria della vettura nemica…

Negri si sentiva protagonista principale della venuta di Hinault al Giro per aver accompagnato Torriani e Dossena in Bretagna. Il “patron” si sentiva anfitrione di un’impresa storica. Raschi si sentiva testimone oculare più vicino di qualsiasi altro giornalista all’eroe dell’intera avventura. E io mi sentivo spettatore privilegiato: punto e basta.

Li piangiamo tutti, (fuorché “Tasso” e Bernaudeau che sono ancora vivissimi, s’intende): Raschi, Torriani, Dossena, Negri, Panizza. Se ne sono andati in ordine sparso. I loro volti segnati da milioni di emozioni sono sempre ben impressi nei miei occhi nel momento di avventurarsi a ritroso rispetto a quel giorno sino in cima allo Stelvio. Una volta di più il ciclismo si sovrappone al gioiello di Donegani. Ma il Pajero ci porterà al Passo per riconsegnare a Donegani l’omaggio per cui siamo venuti sin qua nel duecentesimo anno dell’inaugurazione della Strada di montagna per antonomasia, alla faccia anche – o forse: soprattutto – del Col de la Bonette, che al di là degli artifici dei francesi rimane comunque a 2.715 metri di altitudine vera.

Seppur voluta dall’Austria, la Strada dello Stelvio è simbolo di italianità pura: l’ingegnere che l’ha concepita, gli operai che l’hanno costruita, i cantonieri che un tempo la tenevano operante e aperta anche d’inverno, le scuole di sci, gli esploratori… Tutti italiani. Da Donegani a Sertorelli, che è proprio lì davanti a me con quel suo viso perennemente abbronzato grazie al sole di Cervinia, che si è sovrapposto a quello dello Stelvio e di Bormio. E sono in gran parte italiani i piloti delle auto d’epoca che si sono dati appuntamenti domenica 6 luglio di buon mattino per salire sino al Passo prima delle ore 10:30 per non ostacolare chi sarà chiamato in prima fila per le celebrazioni dei 200 anni di vita di un monumento all’italianità, che continua ad essere vivissimo e che tiene in ansia come non mai persino i pedalatori più in sintonia con la montagna da scalare da Bormio, da Trafoi piuttosto che da Santa Maria (Cantone dei Grigioni, Confederazione Elvetica).

Un solo rammarico nell’essere salito sino in Cima allo Stelvio in orari lontani dagli eventi programmati per sottolineare l’importante narrazione (lunga il doppio degli anni della prima autostrada italiana, ad esempio: la Autolaghi Milano-Lainate-Como/Varese): perché non è stata organizzata una grande pedalata nel regno di chi sa sognare in sella ad una bicicletta? Forse Enjoy Stelvio Valtellina ci farà godere sino in fondo dello straordinario paesaggio il 30 agosto… Forse.

Ad maiora. Come sempre.

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