Condividi:

Tutta l’Italia di Bruce Springsteen da mamma Adele al “genero” Lorenzo

Osannato dalla critica, ma non abbastanza seguito dal pubblico: “Liberami dal nulla” merita comunque d’essere visto nelle sale cinematografiche. E’ la rivisitazione del periodo in chiaroscuro dell’ideazione della pubblicazione di “Nebraska”, il disco datato 1982. The Boss alle prese con la depressione, che non l’ha mai abbandonato. I frame i biancoenero e della madre di… Vico Equense, Campania. E quella passione per l’Italia, che lo porta a seguire al Gran Premio Roma di Piazza di Siena, sia la figlia Jessica, sia il fidanzato De Luca nato a Lecce fiore all’occhiello dell’equitazione made in Italy sostenuta dall’Aviazione

Se lo vedi sprigionare energia dal palco di Orlando (Florida), piuttosto che a San Siro (Milano), a New York o al Motjuich (Barcellona) non pensi certo che sotto la cenere di quel vulcano regna da sessant’anni la fragilità della depressione generata durante l’adolescenza da un padre violento in famiglia e probabilmente anche all’esterno di essa.

Quel Live in New York City celebra ormai il quarto di secolo di incisione ed è più vivo che mai al pari degli intramontabili ricordi dell’esibizione a Orlando di dieci anni prima: esperienza vissuta – ahimè – da dentro un’auto a noleggio nel parcheggio dell’Arena cittadina, e dunque dai suoni ovattati e dalla voce meno accattivante del solito, perché l’accesso agli spalti ci fu vietato per via dei biglietti andati sold-out in un battibaleno.

E che dire delle esibizioni a quel che ora quasi tutti chiamano Meazza, ma che per noi continua ad essere San Siro? La prima fu a metà degli Anni Ottanta. E poi ci fu quella di inizio Duemila in un clima infausto (quanta pioggia…). Per insediarsi nuovamente sul green di Meazza, Rivera e Mazzola e intrattenersi per quasi quattro ore nel 2008, andando ben al di là della Mezzanotte canonica tanto da far arrabbiare i residenti del circondario. E le occasioni più recenti datate estate 2025?

Lui, il gigante, e la sua “E Street Band” non tramontano. Mai. Le dita della mano strette in un guanto contenitivo di stoffa. I polsini sempre più grandi. La capigliatura che passa da nera a brizzolata e quindi diventa biancastra. I gilet che una volta in pelle e una volta in stoffa variano dal nero, al marrone, ai colori sgargianti. Jeans di jeans e jeans di cotone nero comprati a Como insieme ad altri capi d’abbigliamento durante i blitz sul Lago che vive periodicamente dal Grand Hotel Villa d’Este di Cernobbio e che ama in modo particolare, forse addirittura più dell’amico George Clooney che lì ha addirittura messo su Casa in via Regina, nella vicina Laglio: pardon, Villa (Oleandra)! Forse perché gli ricorda in bello quel lago della casa presa in affitto dove nacque “Nebraska” e “Born in The U.S.A.” dentro e fuori la campana della distimia curata a New York grazie ai suggerimenti dell’amico e manager musicale, l’occhialuto Jon Landau.

E la sua Harley-Davidson che un giorno si guastò lungo i vialoni del New Jersey, che gli ha dato i natali e che non tradirà mai?

Quel “Lui” – si sarà capito – è Bruce Springsteen, che attraverso un docufilm si conferma di attualità magari più per la critica che per la grande massa, considerato che il 29 ottobre 2025 all’Eden di San Giuliano (Malta) eravamo soltanto in 5 (!) a godere dello spettacolo “Liberami dal nulla” dove Jeremy Allen White si inventa The Boss: mirabilmente.

Il film di Scott Cooper può essere la vecchia, solita storia come scrive Eddi Berni su CultWeek. Ma neppure troppo. La Apple di Steve Jobs & C. (occhio… sta per arrivare il Cinquantenario della fondazione della Mela più nota dopo quella che Eva dà ad Adamo) e la Microsoft di Bill Gates nascono praticamente dentro i garages californiani. L’avventura di Bruce Springsteen muove dalla camera da letto e dal soggiorno che danno su una veranda esterna della casa sul Lago: là nascono Nebraska, appunto, e Western Stars. Non è da confondere con la residenza in piena campagna di Colts Neck nel New Jersey. Il foliage autunnale soppianta quello della vallata della Loira: non si discute.

Appoggiando sul letto mai riassestato un quaderno a righe con la scrittura a pennarello nero, tra frasi maturate leggendo racconti e ritagli di giornale letti e riletti sulle pellicole conservate in una emeroteca, manovrando un mixer recuperato da un tecnico del suono fedele almeno quanto il ben più celebrato Landau, il “nostro” Boss dà vita a Nebraska e il nuovo film, di fatto, è l’introspezione di quel momento speciale che ci regalerà le prime magìe musicate di Springsteen.

Siamo tra il 1981 e il 1982. Nell’autunno di dieci anni più tardi, nel parcheggio dell’Arena di Orlando, lasciando che Giulietta di appena tre anni e le accompagnatrici si godessero i fantasiosi personaggi di Disney World e gli impareggiabili mammiferi marini di Sea World, The Boss ci conquistò definitivamente.

Anche se la depressione covava sotto le ceneri di quel vulcano musicale, Springsteen offriva in ogni concerto il meglio di sé: esattamente come quando si offre di pagare le spese per la sepoltura delle vittime di alluvioni o come quando passeggia dal Grand Hotel Villa d’Este di Cernobbio sino a Como prima – che so? – di inventarsi gigante una volta di più sul palco di San Siro o di volare a Roma (Piazza di Siena) per sostenere la figlia primogenita Jessica, cavallerizza di professione, medaglia d’argento con la nazionale a stelle e strisce all’Olimpiade Tokyo 2020.

“Liberami dal Nulla”, che all’Eden il biopic diceva in inglese, of course, e diceva… “Deliver Me from Nowhere”, è un viaggio tra cuore, intelligenza, perseveranza, fluttuazioni cerebrali, intuizioni, cocciutaggine: in mezzo, un po’ di musica, che comincia quando gli spezzoni in bianco e nero della sua adolescenza a Long Branch, New Jersey, lasciano spazio ai colori della sua musica. Quando, cioè, si abbandonano i sussulti caratteriali del papà Douglas nei confronti della mamma di origine italiana Adele Ann Zerilli (Vico Equense) e del resto della famiglia, che non stanno male economicamente, ma neppure benissimo, per infilarsi dentro un cinema e poi entrare nel contorto inizio di carriera che porterà Bruce a diventare Boss.

Rispetto ad altri docufilm, o biopic musicali che dir si voglia, questo firmato da Cooper appare realistico e frutto di approfondimenti sofisticati. Gli scampoli musicali appaiono soltanto di tanto in tanto e servono a puntualizzare uno specifico momento. Il fatto che sia uscito praticamente in contemporanea con il remake di Nebraska non dà fastidio.

Ecco, si è accennato a Jessica Rae Springsteen: occhi scuri, nata nel dicembre del 1991 da Patti Scialfa. Quando i nostri gusti musicali si inchinarono a Bruce, a Orlando, Florida, la primogenita di tre figli aveva meno di un anno. E’ sorella maggiore di James e Sam Ryan. Tutti innamorati dell’Italia. Nel tempo si è dedicata al salto a ostacoli e a Tokyo 2020 si è messa al collo la medaglia d’argento. E’ anche brand ambassador di Gucci e di… Rolex. Come dire: piove sul bagnato. Ma è stata professionista apprezzata. Con la Nazionale statunitense gareggia in casacca rossa. Da “indipendente” veste nero. Ha cominciato a montare a cavallo a 4 anni nella tenuta di oltre 120 ettari di Colts Neck. E lo fa regolarmente anche nelle altre proprietà di Los Angeles, California, e di Wellington, Florida. A 6 anni il primo pony …. E guarda caso, il locale dove Bruce ha testato i propri brani a cavallo del 1980 si chiamava The Stone Pony! Si è distinta in un’infinità di concorsi negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Italia, eccetera. E’ entrata nel giro della squadra olimpica in occasione dei Giochi estivi di Londra 2012. E’ fidanzata a Lorenzo De Luca, cavaliere di origine italiana (Lecce, 1987), sportivamente cresciuto prima a Modena e poi in Belgio, aviere dell’Aeronautica, secondo nel ranking mondiale nel 2017 vincitore di Piazza di Siena nel 2018 dopo 24 anni di astinenza dei nostri (successo precedente di Arnaldo Bologni 1994).

Li abbiamo visti a braccetto. A Piazza di Siena e non soltanto. Nell’ambiente dei concorsi ippici, Lei è “la figlia di Bruce” (ma non soltanto: una propria caratterizzazione di atleta), lui è il “fiore all’occhiello” dei nostri salti a ostacoli. Chiedere a Giorgio Nuti: saprà essere chiarissimo sulla questione. Ma questa è altra storia.

Condividi:

Articoli correlati

ADV SIDEBAR
Torna in alto