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Quando Trump e Putin pensavano alle bici e non alla guerra

Viaggio nel Tour de Trump del 1989 e nel Progetto Katusha del 2008 e seguenti. Tra promesse sfumate (“diventerà più importante del Tour de France”) e i balli Kasachok mentre Mosca finiva sotto la neve di Natale. Il ciclismo come fil rouge dei personaggi che vorremmo ricordare per lo sport e non per le armi.

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Per una volta cerchiamo di volare …alto.

In ordine alfabetico, i personaggi sono:

  • Vladimir Vladimirovic Putin, nato il 7 ottobre 1952 a San Pietroburgo: politico, già agente del servizio segreto KGB, primo ministro, successore di Boris Eltsin in alternanza con Dimitrij Medvedev
  • Donald John Trump, nato il 14 giugno 1946 a New York, Stati Uniti d’America: politico, imprenditore, personaggio televisivo, 45° e 47° presidente USA prima e dopo Joe Biden

In ordine cronologico nella personalissima agenda degli incontri; la scaletta viene ribaltata e Trump “anticipa” Putin di quasi un quarto di secolo.

Entrambi sono sulle bocche di tutti. Il russo per l’invasione dell’Ucraina. L’americano per le impennate quotidiane, che a livello mediatico (e non soltanto) tiene banco dal 6 gennaio 2024, vale a dire da quando incendiò la rivolta dei suoi, che andarono all’assalto di Capitol Hill a Washington al comando di sciamani di bassa lega per via delle incessanti dichiarazioni di Trump contro Biden illustrato come usurpatore della Casa Bianca.

La bicicletta, intesa come mezzo per interpretare il ciclismo d’alto livello e non certo come il mezzo – se “muscolare” – più ecosostenibile e democratico che esista sulla Terra se impiegato per gli spostamenti e per il turismo sportivo. 

Nel 1989, l’incontro con Trump fu a dir poco… esilarante.

Nel 2008, l’incontro con Putin fu semplice, ma fugace: comunque di estremo interesse.

Maggio 1989. Città di Albany, capitale dello Stato di New York… al di là di un ponte infinito, che farebbe invidia a quello ancora da nascere di Matteo Salvini! Buoni corridori si danno appuntamento nel capoluogo dell’omonima Contea: Albany, appunto. Nella mischia anche Greg LeMond, vincitore del Tour de France di tre anni prima, oltre che a due titoli iridati in carriera. Dalle ceneri della Coors Classic, che in Colorado aveva a sua volta ereditato le stigmate della gara internazionale dalla tramontata Red Zinger, grazie a Billy Packer il Tour de Jersey diventa Tour de Trump per via dei finanziamenti racimolati a Manhattan nel quartier generale del costruttore edile nuovo tycoon dell’imprenditoria statunitense. Più o meno1.400 chilometri di sviluppo, la gara viene disegnata attraverso Richmond (che poi avrebbe ospitato un Mondiale nella seconda decade del Duemila) sino ad Atlantic City per via degli straordinari interessi economici maturati nella città dei Casinò da Trump.

Quell’edizione verrà conquistata dal norvegese Dag Otto Lauritzen. Ma i ricordi sono soprattutto localizzati ad Albany. Nella giornata di vigilia della competizione, si palesa il “boss” per antonomasia, il finanziatore. E cioè Donald John Trump. Scende da una limousine. Cerca mani da stringere e ne trova a volontà. E’ accompagnato da una donna bellissima, che non è né Ivanka, né Melania. Il suo addetto stampa, Greg Nelson, si dà un gran daffare e mette insieme una conferenza stampa per tre testate internazionali di gran richiamo: due media americani e uno europeo (La Gazzetta dello Sport). I due giornalisti statunitensi si mangiano praticamente tutto il tempo. E noi della Gazzetta rischiamo di rimanere a bocca asciutta. Nessuna domanda da porre e una sola risposta a disposizione cui rispondere: “sì” all’invito di Trump a fissare un incontro one-to-one a New York City.

“Sa dov’è la Trump Tower”?, chiede il patron. 

“Sì, sulla Quinta Strada, dopo Tiffany”, rispondiamo. 

“Eh no!”, ci riprende. “E’ Tiffany ad essere prima della Trump Tower”. 

“Ok, capito: ci saremo. A che ora?”, chiudiamo il colloquio.

Fissato il timing, non rimane che far rotta verso Manhattan per luogo in attesa dello scoccare delle ore 17 del 3 maggio. La spedizione Oltreoceano era stata fissata per preparare il terreno all’approdo nella Corsa Rosa di LeMond in maglia ADR e risorto dall’incidente di caccia del 1987 quando in California era stato impallinato dal cognato Patrick Blades, che l’aveva scambiato per un tacchino nascosto in un cespuglio.

Insomma… LeMond sarebbe rimasto in gara più di una settimana siano ad Atlantic City e poi sarebbe venuto al Giro per preparare l’assalto al secondo Tour de France dopo quello del 1986, mentre Trump si “beccava” nel giorno indicato e poi chissà quando, considerato che c’erano in circolazione un sacco di gruppetti do contestatori dello “yuppie” che minacciavano di bloccare l’evento sportivo.

La scelta appariva obbligata. Greg Nelson – conosciuto ai Giochi di Los Angeles 1984 quando era addetto stampa del Santa Monica Track Club diretto in quel periodo da Tom Tellez ed esaltato da Carl Lewis con quattro medaglie d’oro! – annotò un “done” (traduzione: fatto) sul calendario e fu gioco forza preparare una buona intervista.

Trump allora viveva su tre piani della Torre arredati allo stesso modo uno sopra l’altro “perché non so a che ora e con chi torno la notte e per non disturbare mia moglie mi fermo in ad un certo piano, ma pretendo di poter lasciare le chiavi dell’auto in un certo svuotatasche e porterle ritrovare in un posto certo l’indomani mattina”, spiegò con una certa sufficienza durante la visita agli appartamenti fotocopia l’uno dell’altro.

Megalomane? Qualcosa di più. E forse di peggio. Tanto che ora non ci stupisce quel che riesce fare i giorni pari, che poi viene smentito nei giorni dispari: vedi i dazi differenziati, le promesse poi negate all’Ucraina, il Resort Gaza, l’abbandono della Nato e dell’Europa ai rispettivi destini, il petrolio “confiscato” al Venezuela, l’impegno ritrattato sull’emergenza climatica, la cancellazione dei contributi ad oltre sessanta Agenzie dell’ONU…

Si lasciò andare: “Il Tour de Trump diventerà più importante dll Tour de France!”. Come spiegherebbe ora la scomparsa dal calendario dell’Unione Ciclistica Internazionale già nel 1991? Donald ritirò il sostegno. Il “Trump” divenne “DuPont Tour” per poi scivolò lentamente nel dimenticatoio. Il Tour de France è bello e vegeto con quasi mezzo miliardo di fatturato a stagione.

Voltiamo pagina e passiamo al Dicembre 2008.

Sulla scia delle squadre messe in piedi da Oleg Tinkov, tra birra e carte di debito e la “Datcha” di Forte dei Marmi, in Russia il crebbe il sentimento che la bicicletta fosse l’elemento sociale per dividere il passato dal futuro.

L’oligarca Ikor Makarov, padre-padrone di Itera, l’uomo capace di imporre il gas naturale ad ogni latitudine, convinse Vladimir Putin a puntare sul ciclismo e venne fondato il Team Katusha.

“Il nostro non è un progetto commerciale, bensì politico. L’obiettivo non è quello di promuovere un determinato prodotto o un marchio specifico. Noi lavoriamo per avvinare i giovani alla bicicletta attraverso il ciclismo come pratica dello sport fatto con la bicicletta al fine di adottare il comportamento di vita attivo per il bene del singolo individuo e dunque del Paese intero”. Sono le parole del Team Manager Andrei Tchmil per dipingere il progetto Katusha.

Tchmil arrivava dall’estremo oriente di quel che era stata l’Unione Sovietica. Nato a Chabarovks da un graduato dell’esercito e da una artista della musica, era approdato in Ucraina da giovanissimo ed aveva cominciato a correre in bicicletta in Moldavia. Caduto il Muro di Berlino, Tchmil era diventato professionista nel 1989 con l’Alfa Lum-Colnago dei Bruchi di San Marino. In carriera si era imposto in tre delle prove monumento dell’Unione Ciclistica Internazionale: Parigi-Roubaix, Milano-Sanremo e Giro delle Fiandre. Dopo una breve esperienza in una squadretta belga (dove pure aveva trovato moglie e passaporto, il furbissimo Tchmil aveva conquistato la figura di Makarov e con essa la direzione del Progetto Katusha.

Tant’è che nel dicembre del 2008 finimmo con Tchmil a Mosca per la presentazione della squadra a Putin. Sbarco al Kempinski. Breve puntatina ai Magazzini Gum dove erano esposti anche i Rolex che non si trovavano in altri posti del mondo intero. Pranzo in un ristorante della Piazza Rossa. Lungo giro in bus in città per andare in visita alla sede di Itera (ora Areti come i tre panfili di Makarov) dove veniva accolti da una vera Ferrari di F1 appesa al muro. E via verso la presentazione ufficiale della squadra … di Putin, parlando sottovoce dei corridori spagnoli dominatori a quel tempo del ranking UCI: Joaquim Rodriguez e Carlos Sastre, che facevano ombra ia giovani della prima squadra di Makarov.

Tra un brindisi e una esibizione di Kazachok, verso mezzanotte, dalla penombra che avvolgeva il palcoscenico, sbucò… Putin. Tutti in piedi e in silenzio. Un saluto per tutti gli astanti. E un invito… “Vi prego di tornare in aeroporto. Il vostro charter vi aspetta. E se non partite in fretta, verrete bloccati dalla neve che sta scendendo forte-forte”, disse Putin. “E voi ragazzi fate onore alla nostra Russia!”, disse a mezza voce, ma era come urlasse al Paese intero.

Il charter fu tra i tre aerei decollati quella notte insieme ai voli schedulati per Putin e Makarov. Destinazione del “commerciale” era Pisa. L’atterraggio avvenne il 24 dicembre. Non avessimo ascoltato Putin, quel Natale l’avremmo dovuto trascorrere a Mosca. Chissà come sarebbe stato…

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