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Parole italiane che il mondo ci ha copiato e forse non lo sa

Provate a fare questo esperimento. Andate in un bar di Londra e ordinate un cappuccino. Sedetevi su un balcone di Parigi e ascoltate un’opera. Guardate un film a Tokyo e aspettate i titoli di coda, il finale. Poi fermatevi un momento e pensate: quante di quelle parole sono italiane? La risposta vi sorprenderà. Perché l’italiano è la lingua che ha conquistato il mondo non con le armi, ma con la bellezza. E lo ha fatto così elegantemente che nessuno se n’è accorto.

La musica parla italiano

Iniziamo dall’arte più universale: la musica. Ogni direttore d’orchestra del mondo, che sia a Vienna, a New York o a Tokyo, lavora con un vocabolario quasi interamente italiano. Allegro, andante, forte, piano, crescendo, soprano, tenore, contratto, finale, adagio: sono le parole con cui si costruisce una sinfonia, ovunque sul pianeta. Il motivo è semplice, quando la musica classica occidentale nacque e fiorì, tra il Seicento e l’Ottocento, erano gli italiani a dominarla. Vivaldi, Monteverdi, Verdi, Puccini. Il mondo imparò la loro lingua per capire la loro arte. E non la dimenticò più.


Le parole di tutti i giorni

Ma l’italiano non vive solo nelle sale da concerto. Vive nella strada, nel quotidiano, in conversazioni che sembrano non avere nulla a che fare con l’Italia.

Umbrella, la parola inglese per ombrello, viene direttamente dall’italiano ombrella. Balcony viene da balcone. Corridor da corridoio. Influenza, quella che chiamiamo influenza, è una parola italiana del Settecento, quando si credeva che le epidemie fossero causate dall’influenza delle stelle. Quarantine viene da quarantina, il periodo di isolamento imposto a Venezia nel Quattrocento per fermare la peste, forse la prima misura sanitaria moderna della storia.

Ghetto è una parola veneziana: era il nome del quartiere in cui viveva la comunità ebraica a Venezia, vicino alle fonderie di metallo, i getti. Da lì al mondo intero. E poi c’è fiasco, che in italiano significa semplicemente bottiglia ma in inglese è diventato sinonimo di disastro totale, probabilmente per via di qualche spettacolo teatrale rovinato in cui gli attori venivano accolti con bottigliate. Paparazzi viene da un personaggio del film La dolce vita di Fellini. Graffiti dal latino graffiare, ma filtrato attraverso l’italiano. Bravo lo gridano nei teatri di mezzo mondo senza pensare che stiano pronunciando un aggettivo italiano.

Potremmo continuare a lungo. Scenario, studio, casino, propaganda, dilettante, virtuoso, replica, vista, fresco, lava, sono tutte parole italiane entrate stabilmente in inglese, francese, tedesco, spagnolo, russo, giapponese.

La lingua italiana ha fatto quello che solo le grandi culture sanno fare: ha reso universale ciò che era locale. Ha preso la bellezza di un popolo, la musica, l’arte, il paesaggio, persino le sue disgrazie e l’ha offerta al mondo come un dono. E il mondo ha accettato, con gratitudine. Anche se spesso non sa da dove viene quel dono.

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