“Io vagabondo” e “C’è solo un Capitano”
Scomparsi nello stesso giorno (31 luglio 2026), il “prete dei peggiori” e il “numero 6 per eccellenza” sono stati salutati ad un giorno di distanza l’uno dall’altro dalla gente che intonava lunedì la canzone dei Nomadi e martedì il coro da stadio riservato per lustri al “Capitano” che da “piscinin” diventò “Gigante del Milan e della Nazionale. La Basilica di Sant’Ambrogio assediata da folle immense nonostante la canicola agostana e l’afa incontenibili.
Un capitano.
C’è solo un capitano.
Lo spicchio di Milano che dà sul piazzale della Basilica di Sant’Ambrogio sembrava una curva di San Siro. Il clima e gli slogan erano gli stessi che Franco Baresi si era goduto l’ultima volta il 1° giugno 1997 quando al Meazza era andata in onda Milan-Cagliari (0-1), partita capolinea della carriera del Capitano per antonomasia: quel giorno la maglia numero 6 del Milan venne ritirata come si usa fare per i campionissimi dello sport.
Franco aveva 37 anni.
Ventisette anni più tardi se ne è andato per una nodulazione polmonare. Per l’addio sono passati davanti ai nostri occhi un’infinità di campioni dalle scarpe appese al chiodo: amici stimati, rossoneri e nerazzurri amalgamati nel dolore, tanto che Beppe Bergomi ha letto sull’altare la prima lettura dell’addio perché il rispetto tra i due ha superato da tempo l’ostacolo della rivalità.
La sua maglia è stata blindata nei memorabilia come le maglie numero 10 del Calcio Napoli per Diego Armando Maradona; il 14 della Pallacanstro Cantù per Pierluigi Marzorati nel basket; il 23 di Michael Jordan e l’8 e il 24 di Kobe Briant nell’NBA. Eccetera, eccetera. Così come il 108
che era sulla maglia e sul telaio della bici di Wouter Weylandt non esiste più al Giro d’Italia dal 2011 per via della morte che si portò via il corridore belga caduto lungo la discesa dal Passo del Bocco verso Rapallo. Ma quella è altra storia. Ma lì, sul piazzale di Sant’Ambrogio quanti erano quelli con addosso la maglia rossonera??? Migliaia.
Tutti lì per l’ultimo saluto al “piscinin” bresciano divenuto “gigante” con il Milan dopo essere stato scartato dall’Inter forte di Giuseppe detto “Beppe”.
Un Capitano.
C’è solo un Capitano.
Poche parole che dicono tutto, che condensano i sentimenti di compagni e avversari, dirigenti: fischiati quelli del Milan e applauditi quelli dell’Inter in una sorta di destino accartocciato su se stesso.
Lì, nella stessa piazza, altra gente s’era radunata per il saluto a don Antonio Mazzi, il prete dei peggiori, come soleva chiamarsi: vera icona della comunicazione semplice e diretta, dunque efficace, sia sul campo, sia in televisione con “zia” Mara Venier, veneta come lui.
E se Baresi era passato per caso dall’officina di Ernesto e Paolo Colnago a Cambiago, periferia est della Grande Milano, il “don” vi faceva regolarmente tappa dei sabati di vigilia del Natale per pregare il “Bambin” – il Bambino Gesù – e per ricevere da Ernesto il personalissimo “Bambin”, che il brianzolo sta per il regalo del “Bambin Gesù”: l’annuale sostegno tangibile alle opere del presbitero costruttore della Comunità Exodus al Parco Lambro milanese.
In quelle ripetute e rispettate circostanze, la Parrocchia del ciclismo si radunava silenziosa ma numerosissima nel cortile antistante la fabbrica di Ernesti sempre affiancato dalla moglie Vincenzina finché è rimasta in vita.
Don Mazzi officiava la Santa Messa, chi voleva si fermava poi per una fetta di panettone natalizio e un bicchiere di spumante. Auguri, auguri, auguri… e poi tutti tornavano da dove erano venuti: Gianni Motta lontano da Felice Gimondi, Giuseppe Saronni senza Francesco Moser, Eddy Merckx senza quell’Ugo De Rosa con il quale aveva sostituito il primo, grande meccanico dell’inimitabile carriera ma al quale (Colnago) è sempre rimasto legato a modo suo.
Il 31 luglio 2026 è finito in archivio all’insegna della perdita del sessantaseienne calciatore di Travagliato e del novantaseienne attivista veronese che, lasciato la tunica da prete in armadio, si è industriato al meglio nel recupero dei tossicodipendenti.
I due Giganti sono deceduti nello stesso giorno e sono stati salutati a 24 ore di distanza l’uno dall’altro il 3 e il 4 agosto sotto la canicola e nell’afa di Milano: il prete tra le corolle degli amati girasoli simbolo dell’instancabile ricerca della Luce e sulle note di “Io vagabondo (che non sono altro)” dei Nomadi liberate verso il cielo insieme alla sua “preghiera del ciao”; il calciatore tra i cori da curva sud e sulle spalle dei compagni di una vita da calciatore guidati dall’incanutito Marco Van Basten con Paolo Maldini, Roberto Baggio e via discorrendo, senza dimenticare Giancarlo Antognoni, che è stato parimenti bandiera ma di un’altra squadra (Fiorentina).
Che entrambi riposino in pace.
R.I.P.