Il 6 febbraio la Cerimonia d’apertura dei Giochi invernali segnerà anche l’addio dei grandi eventi alla Scala del Calcio praticamente a cent’anni dalla inaugurazione. Lo stadio è intitolato a Giuseppe “Peppin” Meazza, che ci consentì uno scoop giornalistico nel 1979. Come dimenticarlo?
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Agosto 1979: sì, più di 46 anni fa rispetto a questo gennaio 2026.
Approdato in via Solferino, Milano, sede della Gazzetta dello Sport, da appena tre mesi; vengo convocato dal direttorissimo Gino Palumbo nel suo ufficio, minuscolo come Lui. Si era al secondo piano, sopra il Corriere della Sera: a destra del “Divino” Bruno Raschi e a sinistra Segreteria di Redazione.
A quel tempo sono intruppato nella cucina della Redazione Calcio perché “tutti devono immergersi nella piscina del calcio”.
Palumbo ha diverse modalità nel “chiamare” i propri collaboratori.
Nel caso del sottoscritto, le declinazioni sono: “Angelino”, affettuoso; “Angelo”, confidenziale; “Zom”, canonico; “Zomegnan” … così secco e formale da apparire minaccioso.
Il Calcio fa capo a Lodovico Maradei: organizzatore di servizi, menabò e cucina di alta classe. Artefice di una gestione di stampo tolemaico: il sole della Redazione e gli sono sua emanazione.
Maradei, mi accompagna da Palumbo, che dice: “Giuseppe Meazza è morto. Non so dove. Non so quando. Ma di sicuro è morto. Troviamolo… Tocca a te”, e mi guarda, tamburellando il dito medio sul mento. Il suo, ovviamente.
Un invito? No: un incarico, che equivale a sfida somma perché quell’informazione – si saprà dopo – non era arrivata al solo Palumbo, bensì anche ad altri direttori di giornali.
Informazioni minime.
Concorrenza accanita.
Sfida somma.
Maradei intima: “Lascia perdere tutto il resto, occupati di Meazza”.
Meazza è morto. Palumbo pure. Maradei è vivo e può testimoniare con la stessa superiore imparzialità di quando compilava le pagelle della Nazionale dell’Italia che a quei tempi era composta da tipetti come Zenga, Bergomi, Maldini, Baresi, Ferri, Ancelotti, Donadoni, De Napoli, De Agostini, Vialli, Altobelli, Giannini, Mancini… Li avessimo nel 2026, non andremmo a sbattere contro un Ringhio Gattuso così ansioso per guadagnare la via verso il nuovo Mondiale delle Americhe.
Torniamo a Meazza.
Non si può contare su smartphone e Wikipedia, tanto per cominciare.
Il tuffo in archivio per far visita dalla premiata coppia Motta&Bertoni è d’obbligo.
Si scartabella di qui e dà.
Meazza giramondo nasce a Lissone (allora provincia di Milano divenuta nel 2004 Monza e Brianza). Cresce nel milanesissimo quartiere di Porta Vittoria con mamma Ersilia, originaria di Mediglia. Vive a Monza. D’estate trascorre lunghi periodi nella casa delle vacanze in Riviera (di Levante, non quella di Ponente della Milano-Sanremo e del Festival).
Il “CV” dice tutto e di più. Meazza è il numero uno del calcio italiano, una sorta di Maradona per l’Argentina o di Pelè per il Brasile.
Date le militanze, le conseguenti amicizie e gli agganci anche all’estero (ad esempio: Turchia) potrebbe essere stato colto dalla morte ovunque. Verosimilmente in Liguria. Così è.
… ma il suo corpo è già a Monza, ad un passo dalla Villa Reale!
La famiglia tace. Gli amici pure.
I numeri di telefono di casa… (ma quali telefoni cellulari a fine Anni Settanta???) sono silenti.
Sfogliamo il suo status. Comincia con il Gloria FC. Poi: Inter, Milan, Juventus, Varese, Atalanta e ancora Inter per chiudere la carriera da giocatore in Serie A che va dal 1927 al 1947.
Il “Balilla”, per via dei suoi 169 centimetri d’altezza e del periodo storico attraversato, è nei cuori di tutti grazie a quei 270 gol messi a segno in 463 partite dei campionati italiani e ai 53 incontri a livello internazionale con 33 reti. Se si contano le amichevoli, si arriva a 552 gol. E dire che il Milan lo boccia a 14 anni perché troppo piccolo di statura. Siamo nel 1924 o giù di lì.
Torniamo al 22 agosto 1970. “Peppino” è scomparso il giorno prima. E il giorno dopo cade il suo 69° compleanno.
Non può essere tumulato prima dell’alba o dopo il tramonto. Se abita a Monza, in una traversa di viale Cesare Battisti, che porta dal Rondò alla Villa Reale, l’addio gli può essere dato – che so? – nel Santuario del Carmelo Santa Teresa di Gesù Bambino oppure nelle chiese parrocchiali di San Lorenzo o di San Biagio.
Escluso il Santuario per via della comprovata riservatezza che avvolge la morte, bisogna concentrarsi attorno a via Prina.
Ingaggiato un fotografo di chiara fama e ottima qualità, si va a far la spola tra l’abitazione e la Chiesa di San Biagio. Una leggenda di quel calibro non può sfuggirci.
Difatti, non ci scappa. A metà mattina si intercetta una corta e mesta carovana funebre. Il carro. Due auto e la terza è la Golf bianca di mia proprietà: io alla guida e il fotografo che si sporge a metà dal finestrino per cogliere ogni attimo d’interesse. Non c’è ancora l’obbligo delle cinture di sicurezza. E se anche ci fosse…
Il corteo s’incammina verso il milanese viale Fulvio Testi, imbocca la circonvallazione esterna. Rispetta ogni indicazione stradale e semaforica. Entra nel capoluogo. Vira verso il Sempione e guadagna la méta del Cimitero Maggiore transitando in prossimità dell’abitazione di Antonio Maspes, altra leggenda dello sport meneghino, italiano e mondiale!
Scoop riuscito.
Gazzetta davanti a tutti gli altri giornali con articolo e foto esclusive.
Consegna di Palumbo soddisfatta e onorata.
Concorrenza annichilita.
Anche allora c’erano i leoni tastiera (generalmente su Olivetti Lettera 22): quella volta, zittiti!
Orgoglio e presunzione.
Una curiosità. Non è vero che la prima sepoltura di Meazza vada localizzata presso il Cimitero Monumentale… lì ci arriva un quarto di secolo più tardi per entrare al Famedio accanto a Tullo Morgagni (organizzatore di Lombardia, Sanremo e Giro d’Italia), i citati Palumbo Maspes e quell’Edoardo Bianchi, che ha fatto pedalare generazioni e generazioni di biciclettai e innamorati delle automobili come Giardiniera, Bianchina, A111, A112, Primula…
Perché Meazza torna alla mente?
Semplicemente perché lo Stadio di San Siro è a lui intitolato e sta per diventare di stretta attualità per la cronaca e per la Cerimonia inaugurale dell’Olimpiade Milano Cortina 2026 aggiungendo qualcosa di nuovo e di inaccettabile a quanto di criticabile già registrato da settimane sulla marcia della Torcia Olimpica approdata da Atene a Roma e poi imbracciata praticamente in tutte le Regioni d’Italia sino – appunto – a Milano.
I beneinformati dicono che le cosiddette frange antagoniste siano all’opera per organizzare il boicottaggio dei Giochi concentrando l’attenzione proprio sugli ultimi tedofori, che porteranno la fiaccola sino al braciere principale dell’Olimpiade nel bel mezzo della prima cerimonia diffusa messa in piedi dal geniale, esperto e innovatore Marco Balich.
E poi?
Poi l’Olympic Stadium, il più grande d’Italia con i suoi 85.000 posti per gli spettatori e che è stato venduto alle società milanesi Inter e Milan per 195 milioni oneri accessori a parte, verrà praticamente distrutto e con esso verrà sfregiata anche la figura di Giuseppe Meazza per far posto ad una nuova Scala del Calcio in cinque anni.
Se ne andrà così anche un po’ del mio Meazza e di quell’avventura che ci portò a rompere un po’ della riservatezza della sua famiglia.
Ci perdoneranno.
Ora attendiamo con impazienza Mariah Carey e Andrea Bocelli. Un po’ meno Ghali: sorry, ma non è nelle mie corde.
L’appuntamento è per venerdì 6 febbraio.